L'immigrazione verso l'Europa dai Paesi in via di sviluppo continua ad aumentare. Eppure, da decenni, i governi occidentali destinano enormi risorse agli aiuti internazionali con l'obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo e ridurre la povertà. Se tali programmi hanno mobilitato migliaia di miliardi di dollari, perché sempre più persone continuano a emigrare per ragioni economiche?
Secondo l'USAID, la richiesta di bilancio per l'anno fiscale 2024 prevede 32 miliardi di dollari di assistenza estera, tre miliardi in più rispetto all'anno precedente. A questa cifra vanno aggiunti i consistenti fondi stanziati dalle agenzie europee per la cooperazione allo sviluppo. Considerando che, nel corso dei decenni, sovvenzioni e prestiti agevolati — spesso successivamente condonati — hanno raggiunto complessivamente migliaia di miliardi di dollari, ci si potrebbe aspettare che i Paesi beneficiari abbiano ormai raggiunto un elevato livello di prosperità. Eppure non è così. Gli aiuti esteri non hanno prodotto i risultati sperati.
L’attuale "cultura dell'aiuto" e i suoi effetti
Gli aiuti internazionali hanno finito per rafforzare i governi centrali più che le popolazioni, alimentando una cultura di dipendenza dallo Stato e scoraggiando l'iniziativa privata. Il risultato è l’ arricchimento delle élite burocratiche a scapito dei cittadini comuni.
L'economista britannico Peter Bauer sintetizzò questa critica con una frase divenuta celebre: «Gli aiuti sono un meccanismo attraverso il quale i poveri dei Paesi ricchi sovvenzionano i ricchi dei Paesi poveri».
Anche l'economista zambiana Dambisa Moyo ha espresso forti riserve sull'efficacia degli aiuti allo sviluppo. Nel suo libro Dead Aid, sostiene che la visione idealizzata degli aiuti, spesso promossa dai media occidentali, abbia contribuito a diffondere l'idea che siano necessariamente benefici.
A suo giudizio, invece, gli aiuti hanno spesso avuto l'effetto opposto: hanno sostenuto governi corrotti, indebolito lo Stato di diritto e scoraggiato gli investimenti privati, sia nazionali sia esteri. La conseguenza è una riduzione delle opportunità di lavoro e un aumento della povertà, che a sua volta porta a nuove richieste di aiuti, alimentando un circolo vizioso difficile da interrompere.
Agricoltura e dipendenza economica
In Africa, alcuni osservatori ritengono che le politiche economiche favorite dagli aiuti internazionali abbiano contribuito a trasformare molti Paesi da esportatori netti di prodotti agricoli a importatori di generi alimentari.
Secondo questa critica, i programmi di cooperazione avrebbero privilegiato modelli agricoli orientati all'autosufficienza e al consumo locale, anziché alla produzione per il mercato. I Paesi donatori avrebbero cercato di preservare sistemi agricoli tradizionali e a bassa tecnologia senza considerare adeguatamente l'impatto della crescita demografica.
L'agricoltura di sussistenza, infatti, consente ai contadini di produrre appena quanto basta per vivere, lasciando poche possibilità di accumulare risparmi o investire nella propria attività. In queste condizioni, molti agricoltori rimangono vulnerabili agli shock economici e climatici: non dispongono di riserve finanziarie, hanno accesso limitato al credito e possono trovarsi in gravi difficoltà in caso di raccolti scarsi o periodi di siccità.
La perdita dello spirito imprenditoriale
Un'altra conseguenza attribuita agli aiuti internazionali riguarda l'indebolimento dell'iniziativa economica locale. L'economista ghanese George Ayittey parlava di "capitalismo contadino" per descrivere la tradizionale libertà economica esistente in molte società africane, in cui famiglie e clan potevano dedicarsi liberamente al commercio, alla pesca, all'artigianato o ad altre attività produttive.
Secondo Ayittey, la possibilità di cambiare attività e cogliere nuove opportunità economiche rappresentava una forma di libero mercato radicata nella cultura africana ben prima dell'epoca moderna.
A giudizio di alcuni analisti, questa capacità imprenditoriale sarebbe stata progressivamente indebolita dalla dipendenza dagli aiuti esteri. L'esperto nigeriano Ibrahim Anoba osserva che le donazioni gratuite spesso non risolvono i problemi strutturali, ma finiscono per danneggiare le imprese locali, che non possono competere con beni distribuiti senza alcun costo.
Sulla stessa linea si colloca il think tank ALOD, secondo cui gli aiuti possono alimentare la corruzione e consolidare strutture economiche inefficienti. Concentrando maggiori risorse nelle mani di gruppi di potere già privilegiati, essi rischiano di rafforzare ulteriormente le élite governative e di rallentare lo sviluppo economico.
Per questi motivi, molti sostenitori di un approccio alternativo ritengono che i Paesi in via di sviluppo abbiano bisogno soprattutto di accesso ai mercati internazionali, investimenti produttivi e opportunità imprenditoriali, piuttosto che di programmi di assistenza gestiti dai governi centrali. Finché gli aiuti continueranno a scoraggiare l'iniziativa privata e la crescita economica, le pressioni migratorie difficilmente diminuiranno e rischieranno anzi di diventare sempre più difficili da gestire.
(foto da Focsiv)
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