05/08/26 ore

Fabio Viglione: ‘Forse il 17 giugno diventerà una “Giornata” da segnare in calendario con una sottolineatura speciale’


  • Fabio Viglione

La proposta di legge approvata ieri alla Camera, anche a fronte di un ampio numero di astenuti, ha istituito la “Giornata” nazionale in memoria delle vittime di errori giudiziari

 

Porterà  il nome di Enzo Tortora. Un uomo che può, a buon diritto, rappresentarne l’interprete più genuino nella memoria collettiva ancora viva del Paese. Non può essere, o almeno non dovrebbe essere, una giornata di divisioni o di adesioni ispirate ad appartenenze e collocazioni politiche.  

 

È una “Giornata” che nasce da un atto di sensibilità e di civiltà. È lo Stato di diritto che sceglie di non rimuovere le proprie cicatrici, ma di ricordare e ripartire con consapevolezza.

 

Sceglie di riannodare i fili della memoria per dare più credibilità alla comunità ed alle istituzioni che quella comunità sono chiamate a guidare e proteggere. 

 

È una memoria secolare, con tante pagine ingiallite ma in grado di stimolare profonde riflessioni, senza dimenticare chi ha ingiustamente patito processi, a volte lunghe detenzioni e, molto spesso, gogne di piazza.      

 

Basta tornare, in un viaggio a ritroso di qualche secolo, agli sventurati Mora e Piazza di manzoniana memoria. Due innocenti caduti nell’ingranaggio di una giustizia apparentemente rigorosa e credibile ma terribilmente iniqua. Quel monumento eretto nella Milano seicentesca, sulle rovine della bottega del barbiere, il presunto “untore” di Piazza Vetra, rappresenta un monumento al pregiudizio, alla smania di chiudere il caso in fretta, alla necessità di trovare un colpevole ad ogni costo, da esibire ad una comunità scossa ed esasperata dalla devastante pestilenza che stava decimando la popolazione. 

 

Quella Colonna è la metafora di uno Stato che per esibire una giustizia rapida, efficiente ed esemplare finisce per sacrificare l’individuo, le sue garanzie, il suo diritto ad un processo non condizionato dal pregiudizio sull’altare della piazza. A distanza di secoli, il rischio di errare, pur animati dalle migliori intenzioni, non è scomparso. Ha solo cambiato forma. 

 

Ha il volto di Enzo Tortora al quale è giusto conferire il promo piano di questa “Giornata”.  Arrestato con grande clamore, condannato in primo grado, a lungo detenuto nel corso del processo e definitivamente assolto perché totalmente innocente, come più volte ebbe modo di affermare con ammirevole determinazione e forza d’animo in un clima inquinato da pregiudizi e demagogie. La Giustizia fece il suo corso e seppe correggere l’errore ma troppo tardi, con conseguenze devastanti sul piano umano per una “persona per bene”, di rara cultura e sensibilità come Enzo Tortora. Dedicare a lui questa Giornata significa rendere una vicenda personale patrimonio collettivo. Significa dare a quel dolore individuale il senso di una memoria condivisa. La memoria che illumina, che deve insegnare soprattutto a praticare prudenza quando si punta l’indice. Anche quando lo si fa con le migliori intenzioni.  

 

La presunzione di non colpevolezza: non è un privilegio, è un argine contro un atteggiamento mentale che rischia di produrre distorsioni individuali e collettive. 

 

Ma la memoria, da sola, non basta. Deve tradursi in pratica quotidiana che una “Giornata” come quella che il calendario dovrebbe consegnarci a breve potrebbe stimolare. 

  

Quella pratica che porta a ricordare un principio poco praticato, scolpito nell’articolo 27 della nostra Costituzione: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. La presunzione di innocenza. O, più correttamente, di non colpevolezza. 

 

Non è una formula di stile, un tecnicismo di facciata. È un argine. È il confine che separa lo Stato di diritto da uno Stato in cui il sospetto si fa giudizio. Giudizio inappellabile come in una cartolina orwelliana.   

     

Oggi quell’argine è eroso da un altro tribunale. Quello mediatico

 

In questa sorta di informe Areopago le "condanne preventive" non hanno bisogno di sentenze e meno che mai di accertamenti. Basta innescare bene il lancio. La detonazione è debordante.  

 

Basta un bel titolo, una fotografia, qualche frase intercettata. Ed ecco che il Tribunale dei saggi ateniesi viene sostituito dalle prime pagine e dai tolk show.     

 

È la gogna mediatica dei nostri giorni, una Colonna Infame evoluta, che in pochi istanti può mandare in frantumi una vita intera.    

 

Questo non significa certo che non si debba parlare di indagini e processi. Ci mancherebbe! 

 

Il dovere di informare si sposa, inscindibilmente, con il diritto ad essere informati. È caposaldo irrinunciabile della democrazia. Ma tenendo sempre a mente il rispetto della dignità della persona di cui si parla, anche se accusata di condotte esecrabili e praticando una presunzione di non colpevolezza effettiva nella narrazione. Non di facciata, non solo usando qualche condizionale. 

 

Riscopriamo il dubbio, la necessità di non lasciarci andare a giudizi sommari. 

 

L’indignazione popolare non può sostenere una prova incerta o, addirittura, sostituirla.      

 

L’errore giudiziario accompagnato da campagne mediatiche pantagrueliche ha un costo umano che nessuna causa risarcitoria sarà in grado di riparare.

 

Allora, che questa “Giornata” sia un erigere un nuovo monumento. Non di infamia, ma di responsabilità, di rispetto, di ricordo. Di riflessione. 

 

Il processo è un procedere, è un cammino. L’accusa non è un dogma. Le cautele servono ad avere più capacità di guardare in modo laico una realtà che, spesso, è più complessa di quanto si potrebbe immaginare. O, a volte, più semplice di quanto una costruzione complicata ci porti ad ipotizzare. Siamo uomini e la nostra è una giustizia umana e, in quanto tale, ontologicamente fallibile.  

 

Nella “Giornata” che sarebbe utile poter celebrare, non dovrebbe esserci spazio per divisioni o sterili contrapposizioni, ma per riflessioni. Riflettere aiuta a comprendere, a migliorare e a guardare avanti senza dimenticare.    

 

 


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