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14/10/19 ore

Crisi di governo: camaleontismo che diventa sempre più gattopardismo


  • Luigi O. Rintallo

Ballon d’essai: come i palloncini lanciati per saggiare la direzione del vento, così le posizioni espresse dai partiti all’avvio di questa crisi di governo servono più che altro a fare “sondaggi”, a vedere se proseguendo il piede poggia sul sicuro o su una botola che cede. Capita così che, proprio come palloncini, si dissolvano nell’aria in un battibaleno per cui sulla scacchiera la disposizione delle pedine è continuamente cangiante.

 

Quanto avvenuto, per esempio, nel PD è emblematico con l’ex segretario Renzi che, dopo il voto del 4 marzo 2018, affossa ogni ipotesi di alleanza con i 5Stellementre oggi lancia un governo “no tax”da sostenere con loro, a dispetto di ogni altra divergenza programmatica; così come altrettanto fanno Franceschinie Bettini, avversari interni di Renzi, prefigurando persino un “governo di legislatura” con il movimento fondato da Beppe Grilloa nemmeno due settimane dalla delibera in direzione che escludeva ogni accordo del genere. 

 

Certo, non c’è da scandalizzarsi perché – come si dice – la politica è l’arte del possibile e nulla impedisce che se lunedì abbiamo scartato il formaggio con la muffa di una settimana, poi mercoledì ci adattiamo a mangiarcelo ugualmente visto che il frigo è vuoto. Ma colpisce come il camaleontismo si unisca sempre di più al gattopardismo, teso in primo luogo a preservare uno status quodegli assetti di potere di cui tanto la classe politica, quanto le élites intellettuali e socio-economiche stentano comprendere l’assoluta insostenibilità.

 

Nella fiera del “così è se vi appare”, anche in queste ore lo spettacolo messo in piedi dai media ha fatto ricorso a espedienti di ogni tipo, da vecchie glorie a improbabili promesse, all’insegna di una recita che ripropone solo armamentari fin troppo frequentati in passato per convincere davvero.

 

costumi di scena indossati sono i più vari – dai pentastellati con la posa di chi è impegnato a “lavorare” per il Paese ai leghisti pronti a dare “scosse” salvavita al Paese infartuato, mentre chi il Paese ha condotto per oltre sei anni annuncia che anziché la causa rappresenta la soluzione dei suoi problemi – ma al di là di essi ben si comprende che la politica tutta non è nella condizione di imprimere svolte e cambiamenti reali, dal momento che difetta sia la capacità strategica, sia l’autonomia dai condizionamenti di corporazioni e poteri (non solo nazionali).

 

Basta considerare le priorità avanzate durante il dibattito su questa crisi, nient’altro che schermi per celare i veri scopi che ogni forza politica si prefigge. Dalla revisione costituzionale sul taglio dei parlamentari, che al di là della sua risibile rilevanza è usata per procrastinare il momento delle scelte, alla questione dell’IVA improvvisamente divenuta centrale per Renzi dopo che proprio il suo governo (e quello Gentiloni) l’aveva mantenuta, scaricandone gli effetti sui successori: espedienti che non hanno certo lo spessore per definire una linea programmatica.

 

Sin dal suo esordio, del governo Conte «Quaderni Radicali» ha evidenziato la mancanza di una reale volontà riformatrice. A convincere in tal senso il modo di affrontare una questione dirimente come la giustizia, che può dirsi la cartina di tornasole per certificare veramente il coraggio di cambiare dei soggetti politici. Lo scrivevamo sul n. 115 della rivista uscito nel febbraio scorso: “Per misurare la reale disposizione al cambiamento in un Paese come l’Italia, devastato da decenni di anti-politica che hanno condotto al debordare di gruppi di pressione e corporazioni, la chiave di volta sta innanzi tutto nell’affrontare la questione giustizia, perché essa rappresenta il nocciolo duro di un assetto di potere che condanna il Paese a vivere in una condizione pre-moderna, dove sono state pregiudicate le garanzie minime dello Stato di diritto.” 

 

Ebbene, anziché attorcigliarsi su improbabili – quanto inutili – revisioni costituzionali soggette a tempi biblici per la loro approvazione (col loro portato di referendum confermativi, passibili anche di non confermare una riforma per la quale servono quattro votazioni da parte delle Camere), non sarebbe il caso di indicare un programma fattibile che abbia al centro la riforma della giustizia

 

Ne suggeriamo uno, sulla scorta dei referendum radicali del 1997 e del 2000, quando Pannella al giro di boa del millennio indicò un percorso riformatore coi quesiti che ottennero l’ampio consenso dei votanti (oltre l’80 per cento di Sì) e che solo per il mancato raggiungimento del quorum non passarono.

 

Si ponga mano all’abolizione delle leggi oggetto di quei referendum: da quella sulle carriere dei magistrati (legge 570 del 25/7/1966) che ancor prima del Sessantotto permise l’avanzamento automatico, a prescindere dai meriti, a quella sull’elezione del CSM (legge 195 del 24/3/1958) che introdusse le liste correntizie e trasformò l’organo previsto dalla Costituzione nel suk descritto dalle recenti inchieste, con conseguenze gravissime sulla domanda di giustizia che i più deboli cercano nella terzietà del giudice ...

 

 


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