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16/10/19 ore

Le nomine dei vertici europei dopo il voto di maggio, nessun segnale positivo


  • Silvio Pergameno

Chi scrive ha voluto attendere le nomine ai massimi livelli delle istituzioni europee, l’ultimo atto legato alle elezioni dello scorso 26 maggio, per tentare qualche valutazione complessiva dell’accaduto, in attesa di qualche segnale degno di rilievo… che, comune, non c’è stato.

 

La comparsa aperta in Europa del sovranismo aveva potuto far pensare, o, meglio, supporre, che la campagna elettorale si sarebbe svolta sulla contrapposizione tra europeismo e sovranismo.

 

Ma questa ipotesi non si è verificata, ed in effetti non poteva verificarsi, perché la premessa di una tale contrapposizione sta nell’idea che le classi politiche europee non hanno compreso la necessità di superare proprio la loro ispirazione di fondo, cioè il cosiddetto “europeismo”, per decidersi finalmente ad avviare il più ambizioso processo verso la “federazione europea”.

 

Quell’europeismo che, a ben vedere, sembra pieno di disperazione: la posizione di politici che hanno compreso la necessità politica dell’Europa (si pensi al Macron delle elezioni presidenziali francesi del 2017), ma ne comprendono (e ne sperimentano ogni giorno), tutte le difficoltà per avviarne il processo.

 

Nel “Manifesto di Ventotene” (1941), Altiero Spinelli, dando per scontato che, nonostante i successi di quel momento, le potenze dell’Asse sarebbero state sconfitte, rilevava che se nel dopoguerra si fossero ricostituiti gli stati nazionali, se ne sarebbero riprodotte le dinamiche politiche. Di qui la necessità di una federazione europea. Era un tema politico dirompente.

 

Ma non fu compreso e nel dopoguerra, e negli ormai parecchi decenni che da quel tempo ci allontanano, il tema non è riuscito a imporsi come lo snodo della problematica politica.

 

Certamente gli esiti terribili delle due guerre mondiali avevano lasciato una traccia, ma la convinzione che ne derivò fu quella della necessità di stabilire fra i paesi europei un complesso di rapporti, e, al più, degli ordinamenti, che garantissero loro la prospettiva di andare d’accordo. E sulla base di questa premessa siamo andati avanti per tanti decenni. Il crollo del comunismo del 1989 fu senza dubbio un fatto che provocò delle conseguenze, e in particolare la riunificazione della Germania.

 

Si ristabiliva in tal modo la presenza di una potenza economica dominante al centro dell’Europa, ma per evitarne evoluzioni… pericolose, i premier francese e tedesco del tempo (François Mitterrand Helmut Kohl) furono d’accordo nel dotare l’Europa di una moneta unica. E fu l’euro, del quale è questo il significato più profondo. Anche se questa dimensione dell’euro non viene evocata da nessuno: l’euro è molto di più di una moneta.

 

E (con infinita leggerezza) non mancano proposte di uscire dall’euro, aprendo la voragine senza fondo di un completo ritorno dei paesi europei all’esclusiva dimensione politica nazionale. 

 

È allora nel quadro di queste considerazioni…. impolitiche… che si tenta di esprimere una valutazione degli esiti delle recenti elezioni europee. E prima di tutto il fatto che il sovranismo non ha … sfondato. Non ha sfondato perché rappresenta un’accelerazione forzata in una situazione europea come quella che abbiamo sintetizzato all’inizio: gli stati nazionali sono stati ricostruiti dopo i due conflitti mondiali, ma con un correttivo: l’europeismo, che ha fatto fin troppo bene i conti con le realtà nazionali restaurate, ma non ne ha capito i pericoli e ha ritenuto che basti tenere aperta la prospettiva europea, ma di non lavorare per una federazione europea.

 

In pratica si esprime nella convergenza franco/tedesca, di regola criticata dagli altri come una prevaricazione, ovviamente sulle sovranità statuali, in quanto non le si unisce l’antidoto di una maggiore sovranità europea.

 

L’europeismo offre una prospettiva, non un’iniziativa. David Sassoli, il nuovo Presidente del Parlamento europeo, si è così - molto europeisticamente - posizionato: ”… siamo figli e nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia….. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi…”. 

 

E prima aveva ricordato tra le priorità: il clima, l’uguaglianza sociale, la necessità di arrivare a un accordo con Dublino, molto da fare accanto – ha così sintetizzato - a molto da preservare di fronte all’assalto dei nazional populisti….

 

Appunto, come si diceva… solo che l’assalto nazional-populista arriva dopo settant’anni di europeismo… e ne dimostra i limiti.

 

 


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