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21/07/19 ore

L’indipendenza della magistratura


  • Silvio Pergameno

I fatti emersi in questi giorni nell’ambito della magistratura rivelano una situazione preoccupante nella realtà del terzo potere, in particolare quando si rivelano comportamenti che testimoniano prossimità con ambienti esterni al corpo giudiziario. È chiaro che nell’ambito di “A.R.” e di “Q.R.” e degli “Amici di Quaderni Radicali” gli sviluppi giudiziari o disciplinari della vicenda rivestono un interesse relativo, laddove indispensabile sarebbe di riuscire ad aprire nel paese un dibattito sul senso e la portata dell’accaduto.

 

Il discorso, infatti, nella sua vera portata non può non investire proprio il “problema della magistratura”, nella configurazione che il terzo potere ha assunto a partire dalle disposizioni costituzionali che lo concernono. E - all’interno di tale quadro - nel modo di essere che gli stessi magistrati hanno dato di loro stessi.

 

Un tempo – parecchio lontano, ormai - tra di loro si incontravano personaggi un po' particolari, tendenzialmente solitari, si direbbe, nel senso che temevano qualunque contatto con terze persone, cercavano di non avere nemmeno degli amici, per il timore che la loro indipendenza di valutazione e di giudizio potesse risultarne in qualche modo contaminata. E, ovviamente, non si pretende da loro alcun atteggiamento di tal tipo; anzi, sarebbe un danno per lo stesso esercizio delle loro funzioni, che richiedono consapevolezza delle complesse realtà nelle quali si trovano a giudicare e conoscenze ben al di là della cultura giuridica. Richiedono conoscenza …del mondo.

 

Ma, dopo questo inciso, è bene tornare al nostro problema. E fare attenzione al fatto che lo stesso Presidente della Repubblica, nell’auspicare correttivi alla stessa regolamentazione del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha mancato di rilevare la presenza di un momento culturale, nel quadro generale dei problemi che in effetti il paese, tutto il paese si trova oggi di fronte.

 

C’è infatti da chiedersi cosa significa e come si realizza la famosa “indipendenza” dei giudici, se essa possa essere garantita dalla sola configurazione del Consiglio Superiore della Magistratura, dai compiti che gli sono attribuiti e dalla composizione che gli è stata data, un organo composto da magistrati con il correttivo dei cosiddetti membri laici. Certo la prima risposta che viene di fronte all’accaduto è quella di evitare qualunque possibilità di scelta nella selezione dei componenti del C.S.M.: li si scelga per sorteggio…

 

Ma, in effetti, anche di fronte a questa indicazione i dubbi non mancano di profilarsi, perché dal sorteggio possono venir fuori membri del C.S.M. del tutto impreparati ai compiti che li attendono, magistrati anche molto validi, colti, studiosi, veri esperti nelle materie civili, penali e processuali, che però possono anche essersi tenuti lontani dall’attenzione alle materie e ai problemi che rientrano nelle competenze del C.S.M., e gravano sulle sue responsabilità.

 

I problemi evidenziati da questa crisi testimoniano del fatto che anche nella magistratura si sono manifestati fenomeni di natura corporativa, quanto meno al livello dell’organo di autogoverno, fenomeno le cui premesse peraltro vanno rilevate nell’evoluzione per correnti all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati.

 

È la realtà di un regime pervasivo, che ancora mezzo secolo fa abbiamo qualificato come corporativo, consociativo e spartitorio, parole semplici, ma non prive di significato, perché ne colpivano i caratteri di fondo e ne confermavano il diretto contrasto con il pensiero liberale, che si fonda sulla divisionedei poteri, ma nel quadro di un disegno unitario, quello di fare delle istituzioni pubbliche il luogo di consolidamento delle libertà.

 

Questo lo sanno tutti; ma non tutti riflettono sul fatto che questi poteri debbono realmenterisiedere nelle istituzioni e non possono essere espropriati dalle forze politiche (cioè privatizzati , come è avvenuto, proprio da parte di quanti si sbracciavano a denunciare il “privatismo” come la grande colpa dei liberali), tutti d’accordo tra di loro per poter dare l’avvio all’operazione (consociati) e infine procedendo al momento conclusivo della spartizione. 

 

È, allora, da questo ordine di considerazioni che occorre partire, nella consapevolezza, però, che un problema di questa natura non si risolve con qualche legge più o meno ben fatta, ma sempre esposta all’amara, ma diffusa, considerazione che poi, a conti fatti, le leggi agli avversari si applicano e per gli amici si interpretano. Ecco in che senso il problema attuale dell’Italia è un problema culturale: abbiamo bisogno di una forte iniezione di cultura liberale, di una forte attenzione per i cardini della cultura liberale, di farla finita di parlare di liberalismo come cultura borghese, capitalistica, egoistica, economicistica…

 

E senza dimenticare che il tarlo corporativo ha fornito la chiave storica del consolidamento del potere sia del regime fascista che di quello della DC e della sua sinistra in particolare con l’appoggio degli altri “Partiti”….

 

 


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