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26/08/19 ore

Le difficoltà del cosiddetto governo del cambiamento


  • Silvio Pergameno

La maggioranza di governo formatasi dopo le elezioni politiche dello scorso anno dimostra visibilmente che non ce la fa ad andare avanti, mentre, comunque, anche la prospettiva del “tornare alle urne” non sembra in grado di offrire un panorama politico nuovo, che possa assicurare governabilità. Ma le ragioni per le quali questa conclusione può essere considerata esatta non sembra siano state in qualche modo individuate.

 

Nel giro di un anno le due elezioni che si sono tenute in Italia (le politiche e le europee) hanno dato esiti che, ad avviso di chi scrive, offrono alcuni elementi utili per avviare un discorso politico aggiornato, ma non di più.  La partecipazione al voto è stata limitata e sono scomparse tutte le formazioni in cui si era di recente frantumata l’estrema sinistra, mentre il PD ha sì  registrato una (non facile) ricomposizione, ma un linguaggio nuovo ancora non arriva.

 

Al tempo del regime dei partiti, la sconfitta elettorale subita da un partito aveva un significato che rappresentava un ampio punto di partenza per pensare e discutere il prossimo futuro in termini di programmi, di persone, di gruppi e ceti, di personale politico, di relazioni fra partiti e sindacati…. Oggi questo dato è scomparso, o non è di grande aiuto.

 

Le elezioni europee di pochi giorni fa hanno mostrato sostanzialmente uno spostamento di milioni di voti nei due partiti della maggioranza, mentre le altre formazioni politiche sono scomparse con l’eccezione del PD (e non è stato un risultato da poco), un PD che però è alla ricerca di una strada. Del passato non ci sono rimpianti, ma per il futuro? Un bipolarismo Lega/5 Stelle (quelli dell’invisibile cambiamento)? Le nuove formazioni politiche opposte al PD? o tre poli con un PD al centro? E sempre con il rischio che nessun problema di fondo sia affrontato

 

E questo anche per il fatto che la cultura socialista, nella sua accezione più strettamente  legata al rapporto di lavoro (contrapposizione “capitale/lavoro”) la sua vittoria la ha già ottenuta al livello degli stati che – nell’ambito dell’Unione Europea sono tutti stati sociali e con il fatto che al livello delle imprese (grandi e piccole) il “capitale” sta attento ormai a soddisfare nei limiti del possibile le esigenze del lavoro e il mondo sindacale non è disattento sulle esigenze della produzione).

 

Nelle piccole imprese poi i rapporti hanno spesso carattere familiare. Ad esempio nel Veneto, dove ne esiste un’infinità, il “padrone” è spesso un ex operaio che si è messo in proprio e il sabato sera si è tutti insieme all’osteria (sul terreno economico generale il discorso è quello del condizionamento rappresentato dalle enormi concentrazioni del capitale e dalla presenza di interi grandi stati, specialmente se retti da regimi autoritari). 

 

Su “A.R.” e su “Q.R.” si è spesso rilevato il fatto che alla scomparsa dei vecchi partiti non è seguita la formazione di nuove strutture associative organizzate a livello locale, provinciale, regionale e centrale, come le avevano i partiti, con le sezioni, le federazioni  ecc.ecc.. La Lega e i 5 Stelle non sono partiti in questo senso, anche se la Lega ormai sulla scena politica da diversi decenni ha molte presenze istituzionali.

 

Loro esponenti politici rivendicano di seguire la domanda che viene dal basso, ma questo accadeva anche con i vecchi partiti, che poi possono anche rivendicare di aver posseduto un’organizzazione fondata su culture articolate, complesse e diffuse: marxismo, liberalismo, pensiero cristiano e dottrina sociale della Chiesa… culture che avevano precedenti secolari, per cui la loro stessa organizzazione non era un fatto meramente tecnico/pratico.

 

Possono rivendicare il fatto che al loro interno si svolgevano funzioni fondamentali per la democrazia: assicuravano formazione, tutela di interessi, libertà di confronto… e noi radicali , ferme le nostre critiche e soprattutto le nostre battaglie (alle quali cercavamo di costringere gli altri a collaborare) eravamo il partito della doppia tessera: la nostra e quella di un qualsivoglia altro partito, senza preclusioni, ovviamente… era il nostro nuovo liberalismo.

 

Si pensi a quei partiti… alla Democrazia Cristiana, per esempio, al suo legame con la Chiesa cattolica e alle strutture che la Chiesa aveva in Italia, circa trentamila parroci che erano una presenza diffusa su tutto il territorio e potevano parlare un po' a tutti… certo non dovevano “fare politica”… ma cosa vuol dire “fare politica?Non veniva loro tappata la bocca, non venivano privati dei diritti fondamentali… ed erano ben presenti nelle famiglie, in particolare nei piccoli centri.

 

E poi le scuole cattoliche, dagli asili alle università, gli ordini religiosi, le tante associazioni religiose, la presenza bimillenaria nel paese e nella sua storia… Poi c’era il PCI, la cui presenza nel paese non era certo pari a quella della DC, ma era comunque seria e ben articolata… Poi c’erano tutti gli altri partiti…

 

E con questo si vuol dire che ampli settori dell’elettorato avevano un’informazione politica che, scomparsi i partiti, oggi non c’è più, per cui milioni e milioni di cittadini votano in base a quel poco che sanno (in un contesto sempre più ampio di disinformazione), alle necessità, convinzioni, illusioni personali…. senza alcuna canalizzazione delle loro esigenze in contenitori (i partiti) che poi facevano reagire il magma della base al livello del discorso politico nazionale…

 

I grandi difetti/errori? Il consociativismo, la tendenza lottizzatrice e spartitoria, sostanzialmente il non essere ”liberali”, cioè al non aderire alle istanze fondamentali del pensiero liberale.  rimprovero rivolto a tutti i partiti, il Liberale prima di tutti…

 

 


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