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19/11/19 ore

Il voto del 26 maggio


  • Silvio Pergameno

È arrivato infine questo 26 maggio, un voto per le “europee” che per la prima volta si presenta con un interesse forse maggiore dell’elettorato, quale nelle precedenti consultazioni non c’era stato, interesse dovuto alla presenza di una corrente politica nuova, il recente neonazionalismo populista, il cui slancio appare, tuttavia, oggi alquanto attenuato.

 

Ci permettiamo questa osservazione non tanto a causa dei contrasti sempre più frequenti tra le due formazioni politiche sulle quali si regge la maggioranza sovranista qui da noi, ma perché queste formazioni, a parte l’assai modesta capacità di governo dimostrata, non hanno nemmeno fornito una posizione chiara e definita del proprio sovranismo. 

 

Lo scorso anno infatti era al massimo la polemica con Bruxelles e Strasburgo e si parlava di abbandonare subito l’Unione Europea e prima di tutto l’euro, cause di tutti i nostri mali, colpevoli in particolare di volerci costringere a tenere i conti in regola (non a torto, certamente, ma poco sensibili, certamente, al discorso che c’è modo e modo di fare le cose…).

 

Salvini adesso, invece, accenna spesso a un’Europa diversa, e Di Maio (vedi l’intervista rilasciata al Corriere del 24 maggio) ammette di essersi sbagliato con la faccenda dell’impeachment al Presidente della Repubblica e chiarisce di non aver voluto instaurare nessun rapporto specifico con i gilets gialli francesi…

 

Soprattutto, però, oggi si deve registrare la focalizzazione che è intervenuta sul sovranismo, in quanto avversario tangibile del processo di integrazione europea, per cui ha poco senso continuare a discutere – come pur è successo nella campagna elettorale in corso -  sul fatto che Jean Claude Junker Angela Merkel siano dei perfetti federalisti europei o se Emmanuel Macron sia migliore o peggiore di loro…

 

Il fatto preoccupante è che il nostro sovranismo ci sta lasciando in braghe di tela, perché ci ha isolati in Europa proprio mentre dobbiamo tenerci buoni gli altri paesi europei, dei quali abbiamo estremo bisogno a causa del nostro debito pubblico e dell’enorme esborso di interessi che ci costa… i paesi dell’est, quelli del gruppo di Visegrad, l’ Europa se la tengono buona e Orbàn, il sovranista ungherese, milita nel Partito Popolare Europeo, ed è pronto a saltarci addosso…

 

E occorre passare ad altro. Si sta delineando dalle nostre parti – passata una generazione - una nuova stagione di processi a carico di esponenti politici e subito si parla di tangentopolibis e si discute anche  se di un bis si tratti. C’è chi lo pensa e chi lo nega, ciascuno con le sue ragioni. Il fatto sostanziale è però che da tangentopoli derivò la scomparsa dei partiti della Repubblica venuta in essere con il referendum del 2 giugno 1946. 

 

Cioè, da una vicenda giudiziaria derivò la condanna con la scomparsa di un’intera classe politica... Come mai? Occorre tornare a prima di tangentopoli per cercare di capire. Perché non è che al tempo dominasse l’incoscienza; solo che mancava la consapevolezza politica. Torniamo al 1988, al famoso convegno di Saint Vincent: “Un’altra Repubblica?” e agli interventi di Augusto Barbera e di Norberto Bobbio: quanto di meglio offrivano allora politica e cultura. 

 

Osservava il primo la crisi dei partiti di massa che erano stati alimentati dalle contraddizioni fra capitale e lavoro, città e campagna, ideologie o fedi religiose e si trovavano davanti a una società frantumata tra stili di vita,  fra sessi,  fra garantiti ed emarginati, osservava la crisi dei poteri pubblici nazionali che si trovavano a dover competere con poteri privatitransnazionali, osservava la crisi della sovranità nazionale espressa da circuiti nazionali e si trovava a doversi conciliare con poteri (pubblici) ormai assunti a livelli internazionali (comunitari, militari ecc.), osservava la crisi dello stato liberaldemocratico cui è essenziale il libero dibattito la libera competizione politica fra partiti, associazioni, gruppi… di fronte al sempre più stringente oligopolio di media e stampa….

 

Mentre Bobbio, laconicamente,rilevava che le condizioni che avevano resa necessaria la riforma della costituzione (all’epoca al centro del dibattito) erano le stesse che sin allora l’avevano resa impossibile.

 

Era la denuncia – senza seguito - della crisi dello stato nazionale come luogo della liberaldemocrazia … quella crisi – oggi conclamata -  che Altiero Spinelli aveva denunciato a Ventotene già nel 1941… 

 

 


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