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19/08/19 ore

Carlo Maria Martini: un riformatore


  • Silvio Pergameno

Carlo Maria Martini voleva una riforma della Chiesa, che vedeva stanca, ancorata a una cultura invecchiata, priva di coraggio, burocratizzata e legata a riti esteriori, ma con le chiese vuote e le vocazioni in pesante crisi, esposta a piaghe gravi: la Chiesa gli appariva indietro di duecento anni, lontana dalla modernità alla quale non riesce a parlare; ed in effetti – vien fatto di pensare - come non registrare che a fronte degli ideali della vita religiosa, quali si concentrano nei voti fondamentali degli ordini monastici, povertà, castità e obbedienza il tempo attuale propone ricerca della ricchezza, della libertà sessuale e di quella di giudizio?

 

Ma il Cardinale Martini, lungi dal lanciare anatemi, ha sempre privilegiato la strada del dialogo con il mondo moderno, ricercandone le strade in costante colloquio con persone e posizioni del campo avverso e analizzando percorsi nuovi per l’istituzione ecclesiale, in modo da non allontanare dalla Chiesa.

 

Lo preoccupava ad esempio il rifiuto della comunione alla divorziati, perché ne vedeva ripercuotersi le conseguenze anche sui figli delle famiglie che si erano spezzate e pensava che la porta dovesse restare aperta e che l’indissolubilità del matrimonio fosse una grazia, quando la famiglia restava unita. E voleva il dialogo anche sui temi della bioetica e come atteggiamento generale non soltanto per evitare l’emarginazione del mondo ecclesiale, ma proprio come strumento di una evangelizzazione sostenuta dall’interiorità della fede.

 

Martini apparteneva all’ordine dei gesuiti e dei caratteri di questo ordine si trovano nel suo pensiero e nella sua opera tratti fondamentali, soprattutto un sano realismo (la componente utilitaria è ineliminabile dalla vita associata, anche se la coponente “gratuita” deve vivificarla), il saper stare nel mondo e la duttilità e la disponibilità a comprendere le ragioni degli altri e a sapersi adattare alle contingenze in mezzo alle quali si vive.

 

Le famose “Lettere provinciali” di Pascal ne hanno ampiamente illustrato le deviazioni e i rischi, nella prassi invalsa di giustificare tutte le posizioni, anche le più antitetiche. Ma le accuse sono sempre state anche quelle della ricerca del potere e dello stretto contatto con esso, pericolassimo, perchè anche la soppressone dell’ordine da parte del papa Clemente XIV (nel 1773) fu dovuta sostanzialmente alla pressione dei sovrani illuministi del settecento, che vedevano nella Compagnia un forte ostacolo alle riforme che essi perseguivano (così come la ricostituzione dell’ordine avvenne nel 1814, in piena restaurazione).

 

Ma Carlo Maria Martini è apparso lontano da questi rischi, così come anche da contaminazioni legate al potere politico. Certo il pensiero e l’opera dell’ex arcivescovo di Milano recano le stimmate di un percorso opposto a quello di uno scambio “utilitario”con gli stati e il potere politico e se esse possono apparire più consentanee al pensiero di una sinistra riformatrice, non deve essere mai dimenticato il fatto che Martini cerca soluzioni all’interno della Chiesa e nel pensiero della Chiesa: il suo ispiratore resta infatti sant’Agostino, quel padre della Chiesa  che scopre proprio il profilo interiore della religiosità come carattere all’individuo e imprime quindi una connotazione di fondo al pensiero occidentale, che lo distingue dal resto del mondo (e dalla stessa cristianità orientale); un carattere persistente e animatore anche, forse soprattutto, nel mondo di oggi.

 

In Agostino Martini vede lo scopritore dell’interiorità, ma del vescovo di Ippona sottolinea un tratto specifico del pensiero: è la storia che si gioca nel cuore dell’uomo, è nell’animo dell’uomo che avvengono le grandi scelte che determinano la storia, non perdendosi poi cosi il significato della collettività, dell’uomo nei percorsi storici. All’Agostino delle “Confessioni” si affianca l’Agostino della “Città di Dio” e della feconda interconnessione del modello ideale con la Città dell’uomo.

 

E a chi, come Massimo Cacciari (in un incontro del 1996, pubblicato da Micromega) gli faceva notare che nel cuore dell’uomo c’è il dubbio, c’è l’inquietudine e che se la stessa verità abita nel cuore dell’uomo essa perde il carattere dell’oggettività, Martini risponde che la verità si scopre attraverso il cuore dell’uomo, evitando così di avviarsi su una strada troppo pericolosa, ma sostanzialmente anche di ingolfarsi in una deviazione filosofica su un terreno che lo porterebbe lontano dal suo intento dal percorso verso una Chiesa rinnovata (quello dell’Agostino della disputa con i pelagiani sulla dottrina della grazia gratuitamente concessa da Dio, la strada del pessimismo agostiniano, e già di San Paolo, per il quale l’uomo è incapace del bene se lasciato a se stesso e che ha ispirato soprattutto la riforma luterana).

 

Martini, senza focalizzarsi sul punto, lascia però cadere che c’è anche un pensiero cristiano (cattolico soprattutto) ottimista sull’uomo e quindi della possibilità del pentimento e di una strada verso la redenzione, che ovviamente lascia ampi margini alla Chiesa, anche se di una Chiesa che non vuole definirsi come società perfetta e modello precostituito, ma di una Chiesa come vicenda umana e quindi che nel mondo vive e opera, con i suoi santi ma anche con i suoi peccatori e le sue crisi ricorrenti nella storia.

 

E questo anche se in lui si rinvengono ispirazioni e proposte come mettere la bibbia in mano ai fedeli perché la leggano direttamente, che vagamente fanno pensare al luteranesimo, o come l’attenzione alla collegialità nelle decisioni, che trovano antecedenti in tutta la storia della Chiesa e in particolare nelle posizioni favorevoli a un ruolo permanente dei concili.

 

Figura complessa, quindi, quella di Carlo Maria Martini, che dovrebbe essere capita e avvicinata proprio nella sua essenza di uomo della Chiesa, e che risulterebbe, a mio avviso, sfigurata ove se ne tentasse un utilizzo diretto sul terreno politico e della politique politicienne, ma che può lasciare aperti significativi spazi di dialogo se anche la politica del nostro tempo risultasse capace di avviare un dibattito sulla crisi che sta attraversando, sulla crisi che proprio la democrazia sta attraversando soprattutto in Europa (quell’Europa che era ben presente nel pensiero del gesuita agostiniano…).


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