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21/09/20 ore

Il fil rouge della cultura europea


  • Florence Ursino

“Il principale compito della cultura − dice Freud − la sua vera ragione d’essere, è di difenderci contro la natura”. La cultura plasma il primitivo, insegna agli istinti i passi di una danza, coreografie complesse che ogni popolo ha imparato (e impara) a riconoscere e riproporre, millennio dopo millennio, in forme sempre differenti, ma fondamentalmente tutte uguali. Perché lo scopo di quelle coreografie è di esorcizzare i demoni della diversità, le nature polimorfe dell’uomo, il suo essere profondamente animale.

 

La “socialità” che ci differenzia dalle altre specie è anche quella che ci consente di dare vita a nuove identità, di riconoscersi in esse, di metterle in discussione, di fonderle per costruire perennemente una nuova Babele, solida fortezza per uomini e donne uniti nel (e dal) processo di creare e condividere cultura. Così è da quando esistono i popoli, agglomerati di geni, di lingue, credenze.

 

Ma può la cultura unificare ciò che per natura è diviso? È cosa nota a tutti che l’Europa, nella sua natura politica, economica, sociale, linguistica addirittura, è profondamente lacerata, frastagliata in quelle Nazioni nate e sviluppatisi come nuclei a se stanti, organi con proprie funzioni in un corpo continentale che – per geografia e storia – è cresciuto con una capacità motoria propria quasi inesistente.

 

Per questo motivo – e per tanti altri – non è possibile a tutto’oggi parlare di una Cultura europea, ma solo di culture e identità europee, al plurale: il fil rouge che tiene legati i singoli Paesi, a ben pensarci, non è altro che una condivisione di valori universali e principi morali e civici – come i diritti umani e le istanze democratiche –: una sorta di sostrato etico su cui si sviluppano poi le singole ‘specie’ europee, dai tratti fondamentalmente differenti tra di loro.

 

Tratti che, nel loro insieme, compongono il ritratto quasi ‘picassiano’ di una realtà eterogenea, asimmetrica, eppure apparentemente compatta nella difesa dei particolarismi, arma sfoderata contro la nemica globalizzazione. Unita nella diversità, insomma, l’Europa, mossa da una sorta di ‘solidarietà fra estranei’, come la definisce il filosofo tedesco Jürgen Habermas.

 

Una disomogeneità, quella del vecchio continente, che è, in primo luogo, simbolica...

 

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Commenti   

 
0 #2 ilSocialista 2014-05-30 00:45
però fisiologicament e l'uomo è sempre il poveraccio che doveva procacciarsi il raro cibo proteico con strumenti rabberciati, e la donna quella che scavava in cerca di tuberi per poi confezionarli alla peggio, in un ambiente ostile che falcidiava inesorabilmente gli sparuti gruppi.
Certo che gli uomini ed i gruppi sono differenti e se si perde di vista l'ottica sociale e razionale nulla può essere costruito ele differenze possono essere forze distruttive come lo sono state per migliaia e migliaia di anni.
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0 #1 ilSocialista 2014-05-30 00:42
Dal punto di vista biologico l'uomo è ancora un organismo tarato per una vita di caccia-raccolta ; cinquemila anni di agricoltura e di Storia non hanno potuto mutare un patrimonio genetico formatosi in centinaia di migliaia se non milioni di anni; in cinquemila anni la agricoltura e la vita sociale che essa ha reso possibile, hanno dotato l'umanità di elaborazioni simboliche e realizzazioni materiali straordinariame nte complesse ed hanno reso la vita umana estrememente più lunga e sicura nel costante sforzo di rendere la natura sempre più razionalmente prevedibile, affidabile e sottomessa; elaborazioni verbali, logiche, matematiche, strumentali e sociali si sono agganciate l'una con l'altra e l'una sulla altra potenziandosi reciprocamente;
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