Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

20/05/24 ore

Il fil rouge della cultura europea


  • Florence Ursino

“Il principale compito della cultura − dice Freud − la sua vera ragione d’essere, è di difenderci contro la natura”. La cultura plasma il primitivo, insegna agli istinti i passi di una danza, coreografie complesse che ogni popolo ha imparato (e impara) a riconoscere e riproporre, millennio dopo millennio, in forme sempre differenti, ma fondamentalmente tutte uguali. Perché lo scopo di quelle coreografie è di esorcizzare i demoni della diversità, le nature polimorfe dell’uomo, il suo essere profondamente animale.

 

La “socialità” che ci differenzia dalle altre specie è anche quella che ci consente di dare vita a nuove identità, di riconoscersi in esse, di metterle in discussione, di fonderle per costruire perennemente una nuova Babele, solida fortezza per uomini e donne uniti nel (e dal) processo di creare e condividere cultura. Così è da quando esistono i popoli, agglomerati di geni, di lingue, credenze.

 

Ma può la cultura unificare ciò che per natura è diviso? È cosa nota a tutti che l’Europa, nella sua natura politica, economica, sociale, linguistica addirittura, è profondamente lacerata, frastagliata in quelle Nazioni nate e sviluppatisi come nuclei a se stanti, organi con proprie funzioni in un corpo continentale che – per geografia e storia – è cresciuto con una capacità motoria propria quasi inesistente.

 

Per questo motivo – e per tanti altri – non è possibile a tutto’oggi parlare di una Cultura europea, ma solo di culture e identità europee, al plurale: il fil rouge che tiene legati i singoli Paesi, a ben pensarci, non è altro che una condivisione di valori universali e principi morali e civici – come i diritti umani e le istanze democratiche –: una sorta di sostrato etico su cui si sviluppano poi le singole ‘specie’ europee, dai tratti fondamentalmente differenti tra di loro.

 

Tratti che, nel loro insieme, compongono il ritratto quasi ‘picassiano’ di una realtà eterogenea, asimmetrica, eppure apparentemente compatta nella difesa dei particolarismi, arma sfoderata contro la nemica globalizzazione. Unita nella diversità, insomma, l’Europa, mossa da una sorta di ‘solidarietà fra estranei’, come la definisce il filosofo tedesco Jürgen Habermas.

 

Una disomogeneità, quella del vecchio continente, che è, in primo luogo, simbolica...

 

- prosegui la lettura su Quaderni Radicali 110

( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) 


Aggiungi commento