Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

21/09/20 ore

Il crocevia del voto europeo


  • Silvio Pergameno

Le elezioni europee di maggio 2014 presentano due caratteri che, in quasi tutti i Paesi dell’Unione, le rendono un appuntamento assai più coinvolgente delle precedenti consultazioni.

 

In primo luogo, va tenuto presente che, con i trattati di Maastricht e di Lisbona, le istituzioni europee - in particolare la Banca Centrale Europea - hanno assunto un peso di grande rilievo proprio nelle politiche da adottare per affrontare la persistente crisi economica e che l’Unione interviene con misure che toccano il quotidiano di tutti

 

In secondo luogo, questo voto si caratterizza per le divergenze fra gli schieramenti che sono andati delineandosi in questi ultimi anni: tra rigoristi dell’austerity e lassisti della spesa facile; tra i vari Stati; tra le forze politiche e anche all’interno delle stesse. Senza contare la presenza delle formazioni politiche decisamente antieuropee: il Front National di Marine Le Pen in Francia, l’Alternative für Deutschland in Germania, la Lega in Italia e i diversi gradi di europeismo di ogni nazione del continente, con la contrarietà dell’Inghilterra…

 

Guardiamo pure all’agenda politica, alla crisi economica, alla ripresa che stenta, ai debiti da ripagare, all’incapacità di dominare la speculazione finanziaria, in cui operano soggetti più forti degli Stati… Riflettiamo sul fatto che, a ben vedere, le misure dei nostri governi, i sacrifici che vengono imposti, gli scontri tra le forze politiche riescono a mala pena a scalfire le conseguenze ultime delle situazioni istituzionali e delle strutture economiche e giuridiche, della configurazione della classi politiche e delle classi dirigenti in genere, che sono il frutto, degradato, della costruzione degli Stati nazionali negli ultimi due secoli: partiti in crisi, sindacati in crisi, industria in crisi, metodi di governo in crisi, democrazia in crisi.

 

Anche se c’è chi sta peggio e chi sta meglio, il problema è davvero di tutti. Difficoltà interne ne registrano tutti, anche la ricca Germania che paga il risanamento finanziario attuato dopo la riunificazione con circa cinque milioni di cittadini che lavorano con paghe tra i tre e i cinque euro all’ora (e adesso corre ai ripari col salario minimo); o le diverse banche non prive di titoli a rischio, mentre la necessità di vere istituzioni sovrane a livello europeo si fa sempre più impellente.

 

Le elezioni di maggio offrono quindi alle forze politiche un’occasione di verifiche profonde, per contarsi in un momento molto interessante e in un clima tutt’altro che di routine, connotato da sensibili malumori nei confronti della Germania e della politica economica restrittiva che di fatto impone al resto dell’Europa e in particolare ai Paesi in difficoltà, soprattutto sul campo della gestione della moneta unica.

 

E non va dimenticata tutta un’altra serie di problemi: dalla vicenda sconvolgente della rivolta in atto nell’Ucraina, che vuole entrare ad ogni costo nell’Unione e disperatamente ha bisogno del nostro aiuto, agli sbarchi a Lampedusa, alla libera circolazione tra i Paesi europei, all’immigrazione, al Nord Africa e al Medio Oriente in subbuglio, con i Russi che hanno in mano i rubinetti del gas e hanno avviato un processo di insediamento nel Mediterraneo e la Turchia sempre più emarginata, per non parlare infine della concorrenza di paesi come la Cina che ha il triplo della popolazione dell’Unione Europea o dell’India che le corre dietro.

 

Come pensiamo di affrontare il problema di una vicina Russia molto incerta sul proprio domani, ma in grado di maramaldeggiare fin dove arriva? Berlino e Angela Merkel stanno diventando il lupo cattivo, ma la Germania è il Paese all’avanguardia per innovazioni interne, ha compiuto una sofferta revisione del proprio passato, ha costruito una moderna democrazia sociale ed è di nuovo la maggior potenza in Europa. I principi che la sorreggono rappresentano oggi la miglior sintesi della tradizione democratica europea, depurata tanto dalle deviazioni della Francia giacobina, quanto sterilizzata dal vecchio prussianesimo e dalle sue manie di conquista.

 

Ed ecco che allora il discorso si concentra, come sempre accade quando l’argomento è l’Europa, su Francia e Germania, perché altrimenti esso resta privo di significanza, anche perché la Gran Bretagna, con la sua storia specificamente insulare, resta ferma a un disegno di mero equilibrio tra gli attuali stati, che rappresenta il rischio più grosso per il nostro domani (come dimenticare la deleteria politica di equilibrio fra gli Stati della nostra penisola, in atto alla fine del secolo quindicesimo, che a noi italiani è costata tre secoli bui?)

 

Si è ritenuto perciò indispensabile tracciare un breve excursus storico, perché, anche se forse poco lo si avverte, sono oggi sul tappeto proprio questi ultimi due secoli della storia europea, le enormi trasformazioni che essa ha registrato, i progressi realizzati ma anche i limiti sempre più visibili delle nostre democrazie nazionali. Il seguito avrà come riferimento costante Francia e Germania: la madre della democrazia nel continente e la nazione più forte. Le condizioni degli altri principali Paesi presentano problemi analoghi a quelli della Francia, assai meno a quelli della Germania...

 

- prosegui la lettura su Quaderni Radicali 110  

( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

 

Quaderni Radicali 110, presentazione (video da radioradicale.it)

 

 


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna