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17/08/22 ore

Procura di Milano, un caso nazionale


  • Silvio Pergameno

Alfredo Robledo versus Edmondo Bruti Liberati:un caso nazionale che non poteva produrre un esito diverso la vertenza tra i due esponenti di quella Procura della Repubblica che da più di venti anni tiene banco nelle cronache giudiziarie e politiche del paese. E ha fatto, e fa, versare fiumi di inchiostro a esponenti di partito, a giuristi, a giornalisti, a penalisti…, conquistandosi una fama nazionale e internazionale e fornendo materia di discussione al livello scientifico non meno che al dibattito televisivo.

 

Né poteva essere altrimenti, perché le inchieste e le azioni giudiziarie promosse dalla Procura di Milano hanno, comunque, diciamo pure oggettivamente, cambiato la storia d’Italia, dimostrando l’esistenza di un potere molto valido anche al di fuori del campo circoscritto che la costituzione le assegna.

 

La stampa della destra berlusconiana ovviamente ha colto la palla al balzo, ma anche il Corriere della Sera (domenica scorsa, per la penna di Angelo Panebianco) non ha mancato di sottolineare le durezze dello scontro tra i due procuratori, l’innegabile rilevanza politica nazionale della vicenda e il coinvolgimento di questioni di fondo per la struttura del processo, come l’obbligatorietà dell’azione penale, giudicata una finzione in ragione delle discrezionalità che ne rivela l’esercizio, e per i caratteri dell’ ordinamento giudiziario, stante la circostanza che il Consiglio Superiore della Magistratura (che è stato investito della questione e dovrà decidere nel merito) esprime le correnti organizzate della magistratura.

 

I due avversari combattono in punta di penna, codici, regolamenti e prassi alla mano, e questo offre il destro a Repubblica (sempre di domenica 18 maggio, in un lungo intervento a firma di uno dei vicedirettori, Massimo Giannini) per un tentativo, viceversa, di circoscrivere nell’ambito strettamente giudiziario tutta la faccenda, con un termine iniziale (da vedere nella nota con la quale Robledo ha investito il CSM delle sue doglianze) e uno finale (nella decisione che spetterà all’organo di autogoverno della magistratura).

 

Tuttavia di per se stessa la materia del contendere, cioè i criteri nell’assegnazione dei fascicoli - con Robledo (vicino a Magistratura indipendente) che motiva la sua iniziativa prima di tutto, lamentando che Bruti Liberati (Magistratura democratica) avrebbe assegnato a Ilda Boccassini, che opera in altro Dipartimento, inchieste di spettanza a quello cui egli è assegnato -  testimonia dell’esistenza di una discrezionalità assai ampia nell’interpretazione delle disposizioni che regolano la materia e forse a questa proprio insita per i suoi stessi contenuti e quindi ineliminabile.

 

Ma Robledo, come si legge proprio nell’articolo di Repubblica, contesta anche altro e cioè un mescolarsi incredibile nell’attività di Bruti Liberati tra funzioni giudiziarie e forza correntizia, contesta la cultura delle funzioni del procuratore perché, mentre con Borrelli, D’Ambrosio, Minale tutti erano sempre stati garantiti, con l’avvento di Bruti il clima è cambiato…

 

Certo, il CSM deciderà su chi ha ragione e chi ha torto, perché non c’è motivo di dubitare che anche Bruti Liberti abbia tenuto comportamenti ampiamente motivati in termini di diritto e non c’è ragione per gli osservatori esterni di sbilanciarsi nell’esercizio di anticipare le conclusioni dell’organo competente; ma proprio da queste considerazioni sgorga con tutta evidenza il fatto più importante e cioè che la latitudine di possibilità che l’interprete si trova davanti apre un pesante campo di incertezza del diritto.

 

Si tratta di una doglianza grave, anche perché i campi del giure che ne sono affetti risultano sterminati, con compromissione grave del funzionamento della giustizia e con estensione indeterminata dei tempi per l’emissione di una sentenza, anche per le contraddittorietà che assai spesso si verificano tra le decisioni nei vari gradi dei processi.

 

I molti tentativi quindi di circoscrivere la questione giustizia all’accelerazione dei tempi per la sentenza definitiva sono destinati a fallire, proprio perché nella giustizia italiana regna l’incertezza del diritto. Né si può fingere di ignorare un altro aspetto del problema: perché questa incertezza non ha soltanto carattere obbiettivo, non è cioè legata soltanto all’esistenza confusa di decine e decine di migliaia di leggi assai spesso prodotte sotto la spinta frazionistica delle istanze corporative, ma va considerata anche sotto il profilo soggettivo della cultura e della formazione dei giudici, altro sterminato campo di discussione e di dibattito non meno politico che giuridico, con buona pace di coloro che pensano di cavarsela a buon mercato.


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