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29/01/20 ore

La Procura di Milano Expo-ne i conflitti tra magistrati


  • Ermes Antonucci

Continua la guerra intestina alla procura di Milano. Questa volta è toccato al procuratore capo Edmondo Bruti Liberati lanciare l’offensiva contro il “ribelle” Alfredo Robledo, che da tempo accusa il suo superiore di aver violato le regole di assegnazione dei fascicoli, a vantaggio degli altri procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Francesco Greco.

 

In riferimento alla vicenda Expo, segnata dal clamoroso passo indietro di Robledo, che ha rifiutato di firmare gli atti dell’inchiesta, Bruti Liberati ha affermato che “le iniziative del procuratore aggiunto hanno determinato un reiterato intralcio alle indagini”, e ha osservato che l’invio da parte di Robledo al Csm di copie di atti del procedimento ha anche “posto a grave rischio il segreto delle indagini”.

 

Nella sua nota, il procuratore capo ha infatti citato l’episodio di un doppio pedinamento, a suo dire causato da Robledo, che avrebbe potuto compromettere l’inchiesta, ma ha assicurato che nella gestione dell’indagine da cui è scaturito il filone sull’Expo “sono state scrupolosamente rispettate” le regole sull’organizzazione della procura.

 

L’affondo di Bruti Liberati giunge all’indomani della difesa avanzata di fronte al Csm da Ilda Boccassini, accusata dal procuratore generale Manlio Minale di non avere “titolarità” quando sentì il capo di gabinetto della questura di Milano per il rilascio di Ruby. Boccassini ha ribadito la competenza della Direzione distrettuale antimafia, il pool da lei guidato, ricordando che il pm Sangermano, titolare del fascicolo, era stato trasferito, portando con sé l’indagine dal pool guidato dall’aggiunto Alberto Nobili, con il beneplacito di quest’ultimo. Boccassini non ha risparmiato una stilettata al collega Robledo, bollando come “polemica strumentale” la scelta del procuratore aggiunto non apporre il suo visto alle richieste di misure cautelari nell’inchiesta Expo.

 

Robledo, dal canto suo, ha spiegato le ragioni del suo mancato visto lamentando di non essere stato messo in condizioni dal procuratore Bruti Liberati, “in violazione della normativa”, di fare una valutazione sulla posizione di un indagato, per il quale non vi erano, a suo avviso, gli elementi per chiedere una misura cautelare. Per questo ha avvertito il procuratore che senza modifiche non avrebbe messo il visto e così è accaduto.

 

La vicenda, insomma, con il suo complicato intreccio di accuse e contro-accuse, diventa sempre più difficile da districare. Nel complesso, tuttavia, emerge un’immagine certamente tutt’altro che rassicurante dell’organizzazione e della gestione di una delle procure più importanti del Paese, tanto più ora che questa è chiamata ad affrontare uno scandalo di prim’ordine come quello dell’Expo, con tutte le sue implicazioni politiche ed anche economiche (che già spingono taluni fervidi osservatori a parlare di una “nuova Tangentopoli”).

 

La guerra tra le toghe milanesi è ormai aperta, e l’impressione, sempre più vivida, è che si sia di fronte alla lenta – seppur parziale – deflagrazione, attorno alle sue stesse contraddizioni, di uno degli avamposti dell’asfissiante regime partitocratico-corporativo: quello rappresentato dalla magistratura.

 

 


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