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25/06/24 ore

'Knockout', la gioventù dei pugni in faccia


  • Florence Ursino

 E poi i giovani della Grande Mela decisero di eseguire il “numero 'visita a sopresa': un po' di vita, qualche risata e una scorpacciata di ultraviolenza”. Il frutto colorato e succoso diventa improvvisamente giocattolo a orologeria caricato di furia pronta a scattare dovunque, in qualsiasi momento, contro chiunque: lontani i tempi di quell'Arancia Meccanica che esplodeva nella Grande Londra di Burgess e Kubrick; vicini, troppo vicini, quelli di una violenza giovanile gratuita e annichilente.

 

Allora nella New York di oggi si gioca ancora contro la noia: un pugno, uno solo, scagliato con la massima potenza sul viso di una persona scelta a caso. L'obiettivo: stenderla. E poi ridere, darsi il cinque, postare il video su internet. E aspettare che i media, gli amati media, diano la notizia dell'ennesima vittima stesa dal 'one hitter quitter', il colpo singolo che ti manda al tappeto.

 

O all'altro mondo, come è successo negli ultimi 2 anni a decine di ignari passanti, pungiball improvvisati, casuali, per gruppi di giovani desiderosi di dimostrare il proprio coraggio, la mancanza di remore, le qualità necessarie per entrare nel branco e qui sopravvivere. 'Knockout', lo chiamano, il passatempo dei ragazzini americani che fa scandalo e terrorizza, stupisce e non dovrebbe. No che non dovrebbe.

 

L'incomprensibile gratuità di una violenza che appare ancora più spaventosa perchè 'acerba' come il frutto da cui proviene e apparentemente priva di sensi di colpa, spiazza una società che, messa alle strette, non riesce a fare i conti con un futuro che si ribella al passato e alla realtà che quest’ultimo ha partorito.

 

Una realtà che, negli ultimi 30 anni, ha fatto del 'tutto è permesso' il suo mantra prediletto, gonfiando di pseudo-libertà la bocca e il petto dei suoi figli: non ci sono limiti invalicabili, è stato detto, e questo riguarda anche – o soprattutto – la moralità, specialmente se regolata da una norma.

 

Controllare gli impulsi, negoziare il conflitto, abbracciarne le conseguenze è debolezza, è derisione, è letale conformismo. Esagerare, rischiare, vivere l'estremo: questa è sopravvivenza, questa è soddisfazione. E si continua a parlare di disagio attuale, contemporaneo, improvviso di una generazione snaturata, piuttosto che riconoscere il sintomo di una graduale, metamorfica perdita di identità mascherata da forte individualismo.

 

Destabilizzati proprio da quell'incitamento a superare l'equilibrio tra sé e gli altri per imporsi come i più forti e invulnerabili, ai 'giovani d'oggi' (e mi sia consentita una banale generalizzazione) non rimane che affidarsi a quell'aggressività senza ragione che muove l'istinto di sopravvivenza in una realtà in rapida trasformazione. D'altronde, Marx docet, la violenza è “la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una nuova società”.


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