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14/06/24 ore

Giustizia, il coraggio di cambiare


  • Luigi O. Rintallo

Il coraggio consiste nel vincere la paura. Vincere la paura è la premessa per vivere in uno stato di libertà. Il “coraggio” è evocato nel titolo che il «Corriere» ha dato all’articolo di Massimo Franco, dedicato al pronunciamento degli esponenti del Pdl che in nome della stabilità si sono opposti al loro leader Berlusconi.

 

Viene da chiedersi, tuttavia, quale paura essi abbiano vinta: non certo quella che poteva suscitare l’ex premier. Non solo ora che è in procinto di uscire dallo scenario parlamentare, ma da sempre ha fatto poco o nulla paura: tant’è che anche chi ha avuto modo di spaccargli la faccia, non ha patito nemmeno un giorno di galera.

 

Berlusconi non ha mai vestito i panni del Principe di Machiavelli e tanto meno ha seguito il consiglio del segretario fiorentino, secondo il quale è meglio essere temuti che amati. Se i “moderati”, nel loro complesso – a destra come a sinistra – vorranno mostrare coraggio, devono battersi con forza contro ciò che fa davvero paura e ha conseguenze reali nella vita delle persone.

 

A fare paura è la giustizia del nostro Paese, che non a caso è stato per questo più volte sanzionato dagli organismi internazionali. Processi che hanno tenuto banco per mesi, finiscono per dissolversi nel nulla a causa di imperizie e, soprattutto, del manifesto pregiudizio con cui sono stati impostati. Ultima in ordine di tempo l’inchiesta Why not, con la quale De Magistris mise la parola fine al secondo governo Prodi, che è stata demolita pezzo per pezzo. Ritenere che il ripetersi di questi episodi sia soltanto dovuto a casi singoli, è da ingenui.

 

A sconcertare è soprattutto il grado di irresponsabilità di un potere che agisce al di fuori di ogni controllo, essendo venuto meno quello previsto dalla Carta costituzionale, dopo che il CSM si è trasformato in una terza Camera risultato delle lotte intestine della corporazione giudiziaria. Coraggio significa por mano a questi problemi, por mano alla drammatica situazione delle carceri.

 

Far finta di nulla significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto all’indomani di Tangentopoli, quando si attribuì il malaffare politico a comodi capri espiatori per poi ritrovarsi vent’anni dopo a essere invasi dalla gramigna della corruzione e dei lavori pubblici utili solo a riempire le casse dei partiti.


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