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02/07/22 ore

Attenzione alla destra


  • Silvio Pergameno

Il crollo della prima Repubblica nel 1993 fu contrassegnato dalla scomparsa dalla scena politica di due dei principali protagonisti, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, mentre il terzo grande attore, il Partito Comunista Italiano, si dibatteva già in una crisi dalla quale non è più riuscito a svincolarsi, proprio per non aver compiuto una scelta “riformatrice”. E tutto questo in un quadro contrassegnato da riforme costituzionali che hanno gravemente intaccato il principio fondante dello stato di diritto, la divisione dei poteri.

 

Occorre quindi considerare il fatto che nel nostro paese la sinistra è sempre stata di matrice e di formazione marxista con una forte componente leninista e si è articolata nella sua vicenda politica interna nella contrapposizione tra socialisti e comunisti, con il travaglio del PSI, che già nel 1947 subisce (verso destra) la scissione dei socialdemocratici di Saragat e nel 1948 si presenta alle prime vere elezioni delle assemblee repubblicane nel “fronte popolare” con il PCI (e ne esce come il vero sconfitto!) e poi, dopo il congresso di Venezia subirà (a sinistra) la scissione del PSIUP, mentre avanza la figura di Bettino Craxi, che, proprio per essere erede della tradizione riformista, viene profondamente avversato e attaccato dal PCI.

 

E’ vero, c’è stato anche uno spicchio di sinistra con sensibilità liberali, presente in forma più consapevole e approfondita nel breve percorso del Partito d’Azione, proprio nell’abito del quale tutti ancora ricordiamo quel Piero Calamandrei che nel dibattito politico che animò l’Assemblea Costituente emerse come sostenitore di un’ipotesi presidenzialista, contrapposta a quella parlamentarista, che poi prevalse e che tuttora caratterizza il nostro sistema politico.

 

Comunque, redatta subito dopo la tragica fine del regime fascista, la nuova costituzione fu opera di forze politiche che erano ancora dominate dal timore dell’esecutivo forte, la forma di governo che aveva caratterizzato il fascismo, senza riuscire a comprendere che il fascismo aveva prevalso proprio a causa della debolezza degli esecutivi e delle condizioni di ingovernabilità dell’Italia del primo dopoguerra, dominata dalle lotte tra i partiti, i quali, dopo la formazione del primo governo Mussolini, non furono in grado di dare risposte politiche efficaci.

 

E da questa impasse non siamo ancora usciti. Un problema simile aveva vissuto anche la Francia, nella quale pure esisteva una destra di stampo politico – culturale fascista (finita durante l’occupazione tedesca nella Repubblica di Vichy, collaborazionista con i tedeschi occupanti), quella Francia che, pur connotata da gravi condizioni di ingovernabilità, è però riuscita, per maggiore maturità politica, a produrre – sotto la spinta della crisi profonda e tragica del colonialismo – la riforma presidenzialista (o meglio semipresidenzialista) attuata da De Gaulle, sia pure con tutti i limiti che sono sotto i nostri occhi (ma qui si entra in un altro discorso, sul quale questa Agenzia Radicale e Quaderni Radicali hanno spesso avuto occasione di insistere e sul quale non è il caso di tornare in questo scritto).

 

Il tema della governabilità è stato al centro dell’esperienza di Bettino Craxi: che fu subito definito come “decisionista”, la più stupida critica che gli si potesse muovere e che dimostrava in superficie una crassa ignoranza del problema del paese, ma nella sostanza rivelava i timori per la minaccia che essa conteneva alla “governabilità di partito” che stava a cuore al PCI e ai suoi eredi.

 

I comunisti in genere sono stati una forza politica tutt’altro che insensibile al tema della governabilità: la conquista del potere ne marca il rapporto con le istituzioni, e poi diventa la loro dannazione. In Russia, quando non sono riusciti più a governare, sono morti; in Francia la riforma di De Gaulle ne ha determinato la lenta estinzione e oggi la gauche plus gauche è al rimorchio di Hollande, mentre per quanto riguarda l’Italia non si può non rilevare un fatto singolare: la loro vicenda nelle istituzioni inizia con il salto della quaglia del Togliatti della svolta di Salerno verso la fine dell’ultima guerra – scaturigine prima del successivo percorso consociativo che ancora il paese non riesce a scrollarsi di dosso - e sembra volgere alla fine con il salto della quaglia del D’Alema della bicamerale…che oggi ritiene di dover sostenere Matteo Renzi, terzo personaggio cattolico di spicco nel panorama della sinistra con Romano Prodi ed Enrico Letta.

 

Non a caso quindi contro Bettino Craxi il PCI scatenò una lotta furibonda, proprio perchè percepiva la forza inesorabile che il tema della governabilità conteneva ove non gestito dall’apparato di Botteghe Oscure, in grado di minacciare la sua stessa esistenza, senza peraltro riuscire a sopravvivere esso pure alla crisi dei partiti nei primi anni novanta del secolo scorso: l’attuale Partito Democratico si configura come espressione ultima del consociativismo corporativo che è stato il perno della prima Repubblica a partire dal 1954, sia pure a gestione democristiana o postdemocristiana.

 

Ma veniamo alla destra italiana. Con la DC che si era stabilmente insediata con la volontà di essere partito di centro, qui nel nostro paese c’è stata sì una destra liberale, decisamente nazionale e con tendenze classiste, ma la destra riconosciuta come tale ha finito con l’essere quella nostalgica del fascismo, nella formula della destra sociale (il fascismo, come primo partito di destra di massa, ha sempre avuto attenzione per il lavoro e i sindacati…). Una formula che si è andata progressivamente esaurendo e che l’avvento di Berlusconi ha finito con l’emarginare.

 

In parole povere: non abbiamo più avuto una vera destra, dopo quella risorgimentale, mentre sarà proprio la sinistra crispina a mettersi sulla strada del peggior nazionalismo colonialista. Berlusconi è partito bene: aveva l’appoggio di Craxi, si è affermato con la battaglia contro il monopolio Rai e per la libertà televisiva, e appena al governo ha lanciato il decreto che fu definito salva ladri, il famoso decreto Biondi che troncava netto con la custodia cautelare senza veri limiti e la conservava solo per il reato di omicidio e per i reati cosiddetti associativi (mafia, camorra ecc.).

 

Era l’avvio della riforma della giustizia, perché al vecchio edificio giudiziario, quello che negli anni sessanta già Achille Battaglia – repubblicano storico – aveva attaccato nel famoso “Processo alla giustizia” – veniva tolto un mattone essenziale, il potere dei giudici – nel pieno ambito della legalità - di mettere e tenere in galera i cittadini senza processo, senza i limiti dell’habeas corpus, ignorato dal nostro ordinamento giuridico.

 

Il feroce attacco sul decreto Biondi e la sconfitta che Berlusconi ha subito proprio alla prima uscita significativa, ha segnato una svolta decisiva nel suo percorso politico, consegnandolo al gioco dei partiti, dei sindacati, delle cento corporazioni che regolano la nostra vita pubblica, dal quale non riusciamo ancora a liberarci: lo sgambetto della Lega nel 1994 ha troncato le illusioni…e da allora Berlusconi è diventato un’anitra zoppa, quotidianamente colpito da un’ossessiva, ventennale campagna di denigrazione, peraltro assente sulle deficienze vere del leader della destra e della destra in genere, a cominciare dall’aver abbandonato proprio il tema della riforma della giustizia.

 

Non si deve e non si può però dimenticare che Berlusconi ha vinto tre elezioni e ha dato vita a un partito (o a una coalizione) che, certo farraginosamente, ha dato un riferimento al moderatismo nazionale, che rappresenta il settore di pubblica opinione tendenzialmente maggioritario nel nostro panorama politico.

 

Nnon si debbono dimenticarea altresì le partite IVA e l’aspirazione antistatalista sia pur genericamente formulata e incapace di produrre una riforma vera dello stato sociale a partire da una vera spending review, dalla sensibilità per una vera privacy (non quella delle strisce gialle agli sportelli delle poste, ma quella che non vuole intercettazioni…), dalla riforma della RAI e degli ordini professionali; non si deve dimenticare che ai moderati italiani non clericali, ma che pur votavano DC, il Pannella del divorzio è andato benissimo e a lui hanno consentito la vittoria più significativa, quella nel referendum sul divorzio nel 1974 – voluto dai clericali – che ha segnato l’avvio della crisi della DC e della prima Repubblica.

 

Non si deve ignorare che non appartengono alla forma mentis della sinistra prevalente in Italia la sensibilità istituzionale, il presidenzialismo, la divisione dei poteri, il collegio uninominale (meglio secco che…bagnato), una riforma della legge elettorale che consenta a tutti i cittadini di candidarsi con vere possibilità di esito positivo….e, forse prima di tutto, la riforma della giustizia.

 

Non si può ignorare l’esistenza in Italia, accanto al problema del post PSI e del PD e del post “partiti minori”, quello di un post DC e di una DC che aveva affossato le sia pur tenui presenze di cattolicesimo liberale, avendo sposato fino all’eccesso una politica concordataria e statalista che, tenuto conto dei legami storici della Chiesa cattolica con l’Italia, ne perpetuava l’antico temporalismo, rinnovandolo dopo la fine dello Stato della chiesa: una condizione dalla quale il cattolicesimo sembra compiere i primi passi per evolvere solo con Giovanni XXIII e poi con i tre Papi stranieri, dei quali l’ultimo, benché…oriundo, di presenta come il più determinato (duro sui problemi della fede e dei valori, ma predicatore di povertà e di semplicità: san Francesco, non Innocenzo III…).

 

Questo non vuol certo significare che a sinistra non esista una componente sensibile a questi problemi, tutt’altro; ma significa che in Italia occorre un approccio politico-istituzionale di matrice liberale nei confronti anche della destra, doverosamente polemico, ma insieme attento alle contraddizioni che ne minano le possibilità e le speranze e ne determinano la continua esposizione a rischi e a sconfitte, che potrebbero essere evitati.

 

 


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