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02/07/22 ore

Femminicidio, tra fenomeno e realtà


  • Florence Ursino

Allontanamento dal tetto coniugale del marito se l'integrità della vittima è a rischio, arresto obbligatorio in flagranza per i reati di maltrattamento familiare e stalking, irrevocabilità della querela, aumento di un terzo della pena se alla violenza assistono minorenni o se viene commessa su una donna incinta oppure dal coniuge o dal convivente, concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari alla donna se è straniera, gratuito patrocinio nei processi per le vittime, numeri d'emergenza a cui denunciare gli abusi con garanzia di anonimato.

 

Sono questi gli strumenti con cui il Consiglio dei ministri italiano ha deciso di debellare la peste del secolo: il femminicidio. Le nuove norme, contenute nel Decreto legge approvato lo scorso 20 agosto alla Camera, intendono contenere più tempestivamente possibile quel torrente di violenza di genere che negli ultimi mesi pare esser straripato oltre gli argini della realtà – sociale e legislativa – italiana per abbattersi violentemente sulle prime pagine dei giornali.

 

“Lo Stato si schiera senza se e senza ma dalla parte delle vittime di questo fenomeno” ha dichiarato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Ma il problema, come si è già avuto modo di scrivere nell'ultimo numero di Quaderni Radicali, è proprio insito in quella abusata, pericolosa e fuorviante parola: fenomeno.

 

Il decreto messo a punto in fretta e furia dal governo Letta è infatti basato su misure di emergenza che, purtroppo, risultano troppo spesso inefficaci nei confronti non di un fenomeno, bensì di un qualcosa che è totalmente endemico alla nostra società, con radici così antiche e profonde da esser difficilmente estirpabili con gli strumenti della repressione e dell'ordine pubblico.

 

La legge varata pochi giorni fa, alla stregua di altre misure urgenti adottate sull'onda dell'indignazione, rispecchia l'inadeguatezza di una cultura, prima ancora che di una politica (se di due pensieri distinti si tratta), di fronte a una dinamica di cui si è sempre sottovalutato il carico intrinseco di sopruso, predominio, sopraffazione: la relazione tra i generi.

 

Per troppo, troppo tempo la violenza contro le donne è stata ignorata, sminuita, male interpretata, se non addirittura colpevolizzata: oggi niente pare esser cambiato se ci si trova davanti a un provvedimento che, seppur con buoni propositi, in parte continua a trattare il sesso femminile come la parte più debole della società, costretto a essere difeso - in un determinato periodo storico - dall'acuirsi di ciò che potrebbe essere considerata semplice delinquenza.

 

Aumentare la pena se la vittima della violenza sessuale aspetta un bambino, ad esempio, non giova di certo a riconoscere la dignità di persone alle donne, stabilendo al contrario quasi una sorta di scala dei valori in base alla quale sarebbe 'meno grave' maltrattare o abusare di una donna che non riveste un 'ruolo' sociale importante come quello di una madre.

 

Il rischio che si corre, dunque, è che i mezzi con cui si cerca di combattere una concezione errata, deviata, del corpo e della mente femminile siano gli stessi che per secoli hanno perpetrato proprio quella concezione: di un 'categoria' bisognosa del supporto dello stato perché incapace per natura di far valere la sua autonomia e la volontà ad autodeterminarsi propria degli essere liberi.


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