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23/06/24 ore

Concertazione in via di rottamazione


  • Luigi O. Rintallo

Il presidente del Consiglio Mario Monti, intervenendo all’assemblea dell’Abi due giorni fa, ha dichiarato: “Esercizi profondi di concertazione in passato hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli e nipoti non trovano facilmente lavoro”.

Com’era prevedibile, la frase ha suscitato la reazione di quanti sulla concertazione hanno fondato azione (e fortuna) politica.

 

Non a caso è stato tutto un coro – soprattutto dal sindacato e da dentro il Pd – per evidenziare i meriti di un metodo che a loro dire è indispensabile per ben governare. In realtà, oggi i difensori della concertazione (come dice onestamente la Bindi) o del “dialogo” (come dice meno onestamente Bersani) appaiono sempre più simili ai leghisti e alle loro sirene secessioniste: insistono a usare mezzi divenuti oramai impraticabili nell’attuale contesto politico.

 

Pretendere di continuare nel rito delle riunioni fiume, attorno a tavoli affollati oltre misura, alla ricerca del compromesso in grado di soddisfare tutti – sindacati, imprenditori e governo – scaricando al di fuori del tavolo stesso i costi dell’accordo raggiunto, è una pratica insostenibile. Le condizioni che nel passato hanno consentito a quello strumento di essere ancora usato non ci sono più.

 

Ricordiamo il suo funzionamento: la mediazione governativa fra gli interessi contrastanti poteva contare sul controllo esercitato sulla moneta. Salari variabili indipendenti e pace contrattuale erano pagati attraverso l’incremento del debito pubblico e periodiche svalutazioni, utili a rendere competitivi i nostri prodotti. Debito e svalutazione non sono più nel controllo del governo italiano e di conseguenza la mediazione rimane priva di efficacia.

 

Per questo, la concertazione non può che avviarsi sulla via della rottamazione. Così come è avvenuto per le pretese indipendentiste o xenofobe di leghisti e lepenisti, divenuti presenze che mantengono la loro consistenza ma di fatto marginalizzate nei rispettivi scenari politici.


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