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02/03/24 ore

Un Renzi nel centrodestra? C’è bisogno anche di una sinistra liberale


  • Luigi O. Rintallo

 Nell’articolo di Panebianco uscito sul «Corriere» del 25 marzo, si lamenta l’assenza di un “Renzi” nel centro-destra. Quasi tutte condivisibili le considerazioni dell’editorialista: è vero che il Pdl prima o poi dovrà imparare a camminare con le proprie gambe e non più con quelle di Berlusconi; come pure è vero che occorre un leader capace di parlare un linguaggio fresco e meno oppresso dalle zavorre dei procedimenti giudiziari.

 

È altrettanto vero che questo ipotetico nuovo leader, per essere tale, dovrebbe – scrive Panebianco – “fare, anche lui, orrore alla sinistra”, in quanto sostenitore dell’individualismo, del merito come un valore irrinunciabile, della difesa della proprietà privata e dell’intrapresa.

 

A questo punto, però, va osservato che il Renzi vero – impostosi nel Partito democratico – non è riuscito a realizzare quella svolta “liberale” così necessaria non solo al suo schieramento, ma all’Italia stessa. E il problema non sta solo nel fatto che questa sinistra è per sua natura girata solo nel verso del giustizialimo,  anziché verso la libertà, protesa cioè solo alla redistribuzione piuttosto che alla produzione di ricchezza.

 

Il problema vero è che manca la forza di emanciparsi dal condizionamento di quel ristretto comitato di salute pubblica, impersonato dai protagonisti del circuito mediatico e dell’establishment, in rapporto stretto con settori della magistratura inquirente. Al pari di quello francese del ’700, anche questo “comitato” dispone di potere, fondato non sulla ghigliottina ma sulla facoltà di annullare gli avversari con l’arma del disonore (e la polemica Grasso-Travaglio non ne è che l’ultimo esempio).

 

Il vero motivo per cui oggi la politica è come ingessata sta nel condizionamento esercitato su di essa da questo coacervo di forze. A Bersani, obiettivamente, non si può richiedere di comportarsi diversamente da come sta facendo, perché altrimenti egli si porrebbe sotto il suo tiro implacabile. Da lui non può venire un atto di indipendenza tale da rovesciare il tavolo ed agire per quello che veramente serve al Paese. E questo perché al “comitato”, del Paese, non importa un bel niente.

 

Qui va fatta un’altra riflessione: i gran maestri del “complotto permanente” propongono se stessi come i fautori della “buona battaglia”, della lotta della giustizia contro il sopruso, del bene contro il male. Sino a quando non verrà messo in discussione questo, sino a quando non si evidenzierà come a cuore sia soltanto la preservazione dello status quo e del potere che si esercita, sarà ben difficile operare una reale svolta di cambiamento.

 

Di qui la prudenza estrema di Renzi stesso, che va esercitandosi in questo gioco (finanche stucchevole) della lealtà e la sua decisione di non aggredire il nodo vero che passa dalla questione giustizia, come viatico per la soluzione della “questione liberale” nella sinistra italiana.

 

Chi tocca i fili muore ed è comprensibile che non si voglia affrontare apertamente il problema connesso all’uso politico delle inchieste, che – di fatto e oggettivamente – ha condotto a favorire più il crimine che non la lotta contro di esso: si vedano i mafiosi pentiti tutti liberi o i sabotaggi dei sistemi investigativi delle forze dell’ordine, in nome di un’anti-mafia tutta chiacchiere e lenzuola bianche.

 

Eppure, prima o poi, anche la sinistra se vuole davvero essere protagonista del cambiamento e del progresso, si dovrà svincolare dall’abbraccio soffocante di chi finge di sostenerli per fare da contrafforte reale alla pre-modernità dell’Italia.

 

 


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