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30/06/22 ore

Tutta l'inadeguatezza del Pd


  • Danilo Di Matteo

Il clima che quasi si palpa in queste ore di attesa per il conferimento dell’incarico da parte del Capo dello Stato è a suo modo eloquente. Sia ben chiaro: l’incertezza, i passaggi tattici, l’imprevedibile sono costitutivi del “gioco democratico” e, anzi, ne rappresentano un ingrediente vitale ed essenziale. Proviamo a compiere un piccolo esercizio, però, guardandoci dentro e attorno.

 

Tutti, compresa la stampa vicina al Pd, confidano nella saggezza e nell’esperienza del presidente Napolitano. Mentre i segnali che provengono da quel partito sono fumosi e contraddittori: l’indicazione di Pier Luigi Bersani? O di Piero Grasso? O di un “esterno”, magari di un “grande vecchio”?

 

Perché accade ciò? Proviamo a risalire alla nascita proprio del Pd. A parole alcuni vi scorgevano l’unione dei riformismi: cattolico, socialista, liberale. E c’era chi prospettava una sorta di koinè liberale: il liberalismo di sinistra come collante delle varie anime.

 

Altri protagonisti di quello sforzo, forse più pragmatici, non nascondevano che si trattava in realtà, fondamentalmente, dell’incontro di una porzione degli eredi del Pci con una porzione degli eredi della Dc. Quasi un compromesso storico realizzato. La prima prospettiva, col senno di poi, si è rivelata utopica; la seconda inadeguata.

 

Da qui la sensazione di paralisi e di impasse che proviene dal Pd. E dinanzi a tale inadeguatezza si inseguono i “tecnici”, gli “esterni”, gli “ex”, o si ripone ogni speranza nel buon senso del Quirinale. Insomma: ancora una volta al fondo della crisi troviamo l’incapacità ad affrontare la questione liberale, che in sé condensa aspetti di metodo e di sostanza.

 


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