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19/05/24 ore

Diario di una zillennial: il confronto con la GenZ. Giulia Anzani conversa con Tommaso Viglione



 

Poco più di un anno fa raccontavo di cosa significasse nascere a cavallo tra due generazioni partendo dalla classificazione delle stesse.

 

Secondo la Treccani “la generazione nella specie umana è l’insieme degli individui aventi pressappoco la stessa età”, dunque un insieme di persone con un vissuto simile, che condividono una serie di eventi e prospettive.

 

Il tempo medio che trascorre tra una generazione e l’altra è convenzionalmente di 25 anni ma, ad oggi, sembrerebbe essersi drasticamente accorciato a causa dello sviluppo sempre più veloce delle tecnologie, dei cambiamenti repentini, della crescente rapidità dei nostri giorni… 

 

Insomma: dieci anni di differenza possono rappresentare un enorme gap generazionale. Essere stati adolescenti negli anni ’10 del 2000 non è come essere adolescenti oggi. Avere trent’anni oggi non è come averli avuti nei primi anni del nuovo millennio. Troppe cose cambiate in così poco tempo: diverse tecnologie a disposizione, diversa cultura pop di cui fruire, diverso contesto socio-culturale. Trovo questo fenomeno molto interessante quindi, quando mi è stata offerta l’opportunità di confrontarmi con un ragazzo del 2007, quindi piena generazione Z, l’ho colta al volo. 

 

Sono uno un po’ anomalo rispetto alla mia generazione”, mi dice Tommaso Viglione all’inizio della nostra conversazione. “La gente alla mia età fa cose per seguire la massa, come fumare, bere e vestirsi allo stesso modo… io cerco di discostarmi perché non mi rispecchio in questo modello”. 

 

Lo conforto dicendo che non si tratta di un fenomeno nuovo, ma concordiamo sul dire che l’uso odierno dei social ha amplificato la cosa. A poco più di un decennio dalla comparsa di Facebook, il social blu è diventato il regno dei boomer mentre le fasce d’età più giovani sono sparse tra Instagram e TikTok, piattaforme che vengono fruite in maniera molto differente rispetto a quando sono state create.

 

Per rendersi conto del cambiamento, basi pensare al cellulare che è stato creato come uno strumento per effettuare chiamate e nient’altro, mentre oggi siamo in grado di aggiornarci sulle notizie del mondo, conoscere realtà che non avremmo mai conosciuto in altri modi, interagire con persone che non avremmo mai incontrato, rimanere in contatto con vecchie conoscenze pur senza effettivamente sentirle mai… il tutto con un oggetto che sta nel palmo di una mano! Un cambiamento ben radicato, pur essendo accaduto in così poco tempo.

 

L’uso dei social di per sé non è sbagliato, è il modo in cui lo si usa ad esserlo…” spiega Tommaso,“sicuramente è una cosa soggettiva, ma la maggior parte di quelli che conosco non li usa in modo costruttivo. Mi rendo conto che anche io ci perdo molto tempo, è un’attività che non riesci a smettere…”.

 

Chiacchieriamo di musica: gli ascolti tipo della sua generazione sono molto concentrati sulla trap, il sottogenere dell’hip hop diffusosi negli ultimi anni. Concordiamo nel dire che, a prescindere dalla sacrosanta libertà di avere dei gusti personali, non ci sia una grande abilità nel cantare. È molto più facile diventare cantanti con l’uso dell’autotune, e anche diventare conosciuti con l’uso dei social. Siamo circondati da meteore la cui clessidra che conta i “15 minuti di celebrità” è destinata ad esaurirsi in fretta.

 

Poi chiedo al mio giovane interlocutore di farmi una panoramica sul pensiero politico della sua generazione. “Vedo due gruppi selettivi, senza sfumature: chi è interessato al 100% e chi è totalmente disinteressato. Parlo della politica scolastica: c’è chi fa parte del collettivo, chi scrive sul giornalino, chi partecipa a podcast e radio… e chi, dall’altra parte, non si interessa affatto a tutto ciò. C’è una netta divisione tra chi segue e chi no”. 

 

Gli chiedo la sua opinione sulla proposta di abbassare la maggiore età a 16 anni, su cui io stessa ho riflettuto a lungo: fino al 1975 si diventava maggiorenni a 21 anni, e dallo scorso anno tutti i cittadini di maggiore età hanno potuto votare per il senato… mi sono chiesta se basti un numero a stabilire la maturità di una persona

 

Tommaso mi dice la sua: “Non credo sarebbe una buona idea abbassare la maggiore età. Ti faccio un esempio: quest’anno molti della mia classe compiranno diciott’anni (il ragazzo ha fatto la primina, nda) e credo che molti di loro non siano pronti a votare sapendo poco e niente di politica. Quindi, se già a diciott’anni si arriva così impreparati… abbassando l’età sarebbe solo peggio, non avrebbe senso. Sicuramente ci sono persone interessate, come dicevo prima, ma è una percentuale bassa”. 

 

Insieme proviamo a riflettere sul perché si arrivi così impreparati ad affrontare certi temi, come appunto la vita politica che va al di là del voto nella cabina elettorale, e il discorso si indirizza verso la scuola. Mi fa una panoramica desolante di quello che è la scuola oggi… un’immagine che mi ricorda la scuola “dei miei tempi”, in cui non si conducevano studentesse e studenti a fare collegamenti, al ragionamento, alla riflessione, ma al puro nozionismo. 

 

Non si parla praticamente mai di attualità, gli unici argomenti decisamente importanti, che sono fortunatamente trattati, sono la Shoah e l’immigrazione… Un’ipotesi è che i professori abbiano paura ad esporsi politicamente, temendo ripercussioni dai genitori. Non lo so. Prendono temi con cui si sfonda una porta aperta, fanno leggere libri e vedere film… nient’altro. A me piacerebbe che ci parlassero di argomenti di attualità: a parte l’ultimo caso di femminicidio che ha fatto un certo scalpore mediatico, non si è praticamente mai parlato di quest’argomento né, ad esempio, della guerra in Ucraina o del conflitto palestino-israeliano. Vorrei elasticità: che non si dedicassero ore a parlare di cose che dimentichiamo subito dopo e che non servono a forgiare un vero patrimonio culturale. Parlo della mia esperienza ma, confrontandomi coi miei amici, la cosa non è così diversa per loro, nelle altre scuole…”.

 

Avendo toccato il tasto del femminicidio, mi racconta di come le ragazze siano sempre maggiormente interessate agli argomenti. Il suo riscontro maschile è di disinteresse: “Il pensiero che va per la maggiore è che, per uccidere qualcuno, si debba avere una patologia mentale. È un’opinione che condivido, ma che porta molti ragazzi a pensare “a me non verrebbe mai in mente di uccidere qualcuno”, per questo poi si disinteressano. Non li riguarda, quindi è un capitolo chiuso”.

 

Poi, tra una chiacchiera sulla filosofia - che definisce come “la materia che più di tutte ti apre un mondo portandoti a ragionare” - e qualche evento di cronaca più o meno recente di cui, mi confessa, sa poco e quel che sa non lo deve di certo alla scuola, finiamo a parlare di CoVid.

 

Sarò onesta, come lo sono stata con lui: nel periodo di marzo-aprile 2020 non sono stata male. Certo, essere reclusi non è stata un’esperienza che annovererei tra le migliori della mia vita, ma tutto sommato stavo bene. Ero alla fine del mio percorso universitario e vivevo un periodo di tranquillità. Uscire tutte le sere non era più una mia priorità e sentivo che, tutto sommato, sarebbe potuto andarmi peggio.

 

Invece Tommaso mi racconta della sua esperienza, diametralmente opposta alla mia: “Quando è arrivata la pandemia io facevo la terza media. Il CoVid mi ha in parte, anche se per necessità, vanificato un po’ la conclusione delle scuole medie, l’esame, la fine di un ciclo. Ho fatto un esame che, paragonandolo a quello dei miei amici più piccoli che l’hanno fatto lo scorso anno, completamente diverso: hanno studiato, lo hanno fatto in presenza. Io ho fatto un power point,… non ho sentito di vivere veramente quell’importante evento della mia vita. L’Esame di Stato, una volta, arrivava in cima, come in una scala dal più semplice al più importante. Per me, e per quelli dei nati nel 2006/2007, sarà il primo della mia vita. È un disagio pensare di arrivare alla maturità senza aver mai fatto un esame prima… È andata purtroppo così, per un evento drammatico che ci auguriamo non si ripeta…

 

Comunque”, continua “sono stato 66 giorni (contati da mamma) a casa. Non ho messo piede nemmeno sul pianerottolo. Il CoVid ha stroncato tutto. Prima del secondo/terzo anno, con i miei compagni di classe posso dire che nemmeno ci conoscevamo. La classe era divisa a metà, tra gruppo A e gruppo B in base all’appello, e facevamo una settimana a casa e una a scuola in modo alternato. Poi in secondo ci hanno spostati in un’altra sede perché la scuola era troppo piccola e non potevano essere seguite le varie istruzioni che dovevano essere rispettate per il CoVid. Pensa, eravamo nel plesso in cui ho fatto le elementari…”.

 

Riesco ad immaginare il disagio di trovarsi insieme a perfetti sconosciuti in un periodo della vita in cui i compagni di classe rappresentano le persone che vedi di più nella giornata. Deve essere stato alienante.

 

A ricreazione stavamo in classe… uno dei momenti più importanti di socializzazione noi lo passavamo in classe! Se oggi mi togliessero la possibilità di scendere in cortile… sarebbe un bel problema. Se fino al secondo anno mi viene impedito di conoscere certe dinamiche, arriverò al terzo spaesato. Anzi, io mi sono ambientato subito per fortuna. Ho perso due anni: tutto quello che i miei amici  più piccoli stanno facendo in primo e che faranno in secondo, io non l’ho mai vissuto”.

 

Penso al mio periodo delle scuole superiori, un ciclo conclusosi nel 2014. Sembra passata una vita… e ora riesco a ricordare solo le cose belle e piacevoli di quei tempi. Con una certa nostalgia, constato tra me e me che, nonostante tutti i disagi, siamo stati fortunati a vivere le superiori prima che tutto cambiasse

 

La mia percezione da giovane adulta è stata ben diversa, ma confrontarmi con Tommaso è stato illuminante: è vero che le persone più grandi - in linea di massima - vanno ascoltate perché hanno esperienza e un bagaglio di conoscenza ancora precluso ai più giovani, ma sono convinta che le nuove generazioni abbiano sempre qualcosa da offrire a quelle precedenti.

 

Fabrizio De Andrè disse: “Non è che i giovani d'oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”. Proviamo ad elevarci dalle nostre opinioni, ad allontanarci dalle nostre convinzioni. Un po’ di distanza può aiutare a vederle diversamente. Un po’ di ascolto verso il prossimo, che sia pure molto più giovane di noi, può aiutarci a costruire un mondo diverso.

 

Giulia Anzani

 

(illustrazione di ROBERT NEUBECKER da The Wall Street Journal)

 

 


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