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22/01/18 ore

Violenza e abuso di potere: gli eccessi della gogna mediatica



di Fabio Viglione

 

Da un po’ di tempo a questa parte è sempre più frequente ascoltare, in pubblici dibattiti e programmi di informazione generalista, decise esecrazioni nei confronti di prevaricazioni e soverchierie commesse da chi, in forza di una supremazia di posizione, si lascia andare a “proposte indecenti”. Subdole allusioni, veri e propri ricatti o addirittura autentiche sopraffazioni fisiche.

 

Spesso il tutto avviene in un frullato di censure che finiscono per omogeneizzare semplici avances e veri e propri abusi. È certamente positivo censurare senza oscillazioni o ambiguità ma con la massima fermezza ogni forma di abuso e prevaricazione. È ancora più sano e meritorio mettere in luce luoghi, ambienti e condizioni che maggiormente possono favorire tali deprecabili atteggiamenti.

 

È giusto che chi subisce forme di violenza di ogni genere possa contare su una solidarietà genuina nella comunità, una solidarietà non di facciata. Una sostanziale e ferma vicinanza a chi esce allo scoperto, dice di no e trova il coraggio di denunciare le violenze subite. È profondamente giusto diffondere il valore della ribellione netta nei confronti di ogni prevaricazione ed ogni abuso che va denunciato e, dopo essere accertato (all’esito del processo), correttamente sanzionato.

 

Se questo rappresenta un punto fermo e irrinunciabile per procedere a ogni più complessa analisi, credo non debba mai perdersi di vista il rischio di lanciare in pasto all’opinione pubblica nomi di persone alle quali consegnare patenti di indegnità prima che nei loro confronti possa essere compiuto uno straccio di accertamento.

 

Persone che, ben prima di essere formalmente accusate e poste in condizioni di esercitare il diritto di difesa, vengono esposte al pubblico ludibrio, in una condizione di condanna mediatica dalla quale neanche il più ampio verdetto di proscioglimento e riabilitazione può produrre effetti riparatori.

 

È un rischio che non può essere accettato, è un sacrificio che non può essere richiesto neanche se si persegue il più nobile degli intenti. La trasformazione di un accusato in colpevole è una scorciatoia che si nutre di un senso di irresponsabilità e superficialità, incompatibile con il bisogno di informazione e con lo stato di diritto. Non è possibile trasformare gli studi televisivi in improvvisati Tribunali in cui tuttologi e benpensanti finiscono per celebrare processi sommari.

 

Processi che si dilettano a scrutinare i fatti con requisitorie infarcite di luoghi comuni che tendono a non lasciare scampo a un bersaglio privo di difesa. Tuttavia quando gli accusati hanno un nome e cognome, una precisa identità, il tiro al bersaglio si sostanzia in una sentenza senza appello, che si sovrappone a qualsiasi accertamento giudiziario che, talvolta, neanche comincia.

 

A cosa serve l’accertamento se quell’accusato subisce già una gogna mediatica che attraversa ogni sua relazione e produce il suo annientamento? Si tratta di una situazione inaccettabile che non può essere ignorata. Questo atteggiamento di prudenza e di rispetto per la dignità della persona e per il sistema delle regole più elementari da rispettare in uno stato di diritto non ha nulla a che vedere con il silenzio su temi delicati per i quali occorre potenziare le reti di prevenzione e di protezione per le vittime di ogni forma di abuso. 

 

C’è da augurarsi che il senso di responsabilità di chi giustamente tratta questi importanti temi sui quali è sempre meritorio tenere viva l’attenzione, prevalga evitando il rischio di un sostanziale annientamento della presunzione di innocenza a cui i padri costituenti pensarono con coraggio e lungimiranza.

 

 


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