Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

25/06/24 ore

Incontro stampa online con Jeton Neziraj sulla pièce “The Handke Project”, in scena al Rifredi di Firenze il 2 e il 3 febbraio



di Giulia Anzani

 

Come si stabiliscono i confini del “politicamente corretto”? È questa la domanda attorno cui ruota la conferenza stampa con lo scrittore Jeton Neziraj sul suo pamphlet teatrale “The Handke Project”; domanda che lui stesso si è posto durante la stesura del testo. Se è vero che, come dice Karl Popper, “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza”, come può un artista scoprire quando fermarsi?

 

La pièce “The Handke Project oppure Giustizia per le follie di Peter”, che ha vinto il prestigioso premio teatrale francese Journées de Lyon des Auteurs de Théâtre, esplora infatti le controversie della figura di Peter Handke, intellettuale, negazionista delle stragi compiute dai serbi nel corso delle guerre jugoslave e fervente sostenitore di Slobodan Milošević, vincitore di un contestato premio Nobel.

 

Come spiega Jeton Neziraj, denominato Kafka dei Balcani: “Non siamo interessati a Handke come persona ma come fenomeno, come rappresentante di quel livello di ipocrisia europea che si è reso manifesto in occasione della guerra in Ucraina, momento in cui ho iniziato a interessarmi a lui. Un’ipocrisia capace di presentare il fascismo come “libertà di espressione” e anche di premiare quest’atteggiamento”.

 

Per quanto riguarda il discorso sul “politicamente corretto”, per Neziraj un confine più o meno netto va stabilito, o per lo meno un’etica: “Non credo Handke sia uno stupido, ritengo impieghi i suoi elementi stilistici per presentare i suoi pensieri: non dice che Srebrenica non è avvenuta, ma si domanda se sia effettivamente avvenuta. Non solo lui ma anche i suoi sostenitori chiedono che la letteratura ponga delle domande… il punto è che Handke non fa domande per far luce o per indagare su fatti reali, ma al contrario per negarne l’esistenza. Il suo obiettivo è svilire la verità per creare una cortina di nebbia, ma noi diciamo “No! Questa non è letteratura, sono stronzate!”. E continua: “ci sono molti modi per essere non-politicamente corretti. Offendere la memoria delle vittime che non hanno più potere di difendersi, è una barbarie… questo credo sia il confine che non andrebbe mai superato”.

 


 

Neziraj racconta a tutti i presenti che “Peter Handke è stato presente nei media dei Balcani fin dagli anni ’90, periodo in cui ha iniziato a scrivere testi e interventi pubblici di natura politica a supporto di Milošević. Ma il picco di attenzione sulla maniera controversa dei suoi interventi è stata dopo l’assegnazione del premio Nobel. La risposta alle proteste degli intellettuali a questo fatto, è stata “è letteratura, non giornalismo”, ma di fatto ha messo la sua autorevolezza a servizio della negazione di crimini contro l’umanità”.

 

È fondamentale, in questo senso, la diversità della scena teatrale dei Balcani con quella italiana: i temi sono affrontati in modo totalmente differente e questo è un bene, soprattutto perché “La scena teatrale del Kosovo ha un solo proiettile disponibile. Le risorse finanziarie sono molto limitate, quindi non abbiamo modo di produrre tanti spettacoli”, spiega Neziraj. “Le poche possibilità che abbiamo, le usiamo per comunicare soggetti importanti al pubblico, un modo di approcciare direttamente le questioni politiche e sociali che ha funzionato molto bene perché ora c’è un vivo interesse per questo tipo di teatro politico. In uno scenario in cui le persone sono bombardate da notizie, vere e false, il teatro assume un significato speciale: diventa il luogo in cui non essere sommersi da banalità e anche dove scambiare opinioni su questioni politiche e sociali. Un teatro che tocca il pubblico è segno di una società sana, emancipata e che è in grado di confrontarsi anche con quelli che possono essere i tabù”.

 


 

In Serbia, nella cui capitale Peter Handke è cittadino onorario, “il teatro, dopo 30/35 anni dalla fine della guerra, non produce spettacoli su questo tema… anzi, è completamente evitato! Sia il pubblico che gli artisti non sono pronti ad affrontare e parlare seriamente di questo tema. Penso che in Kosovo, in questo senso, ci sia una situazione migliore… e questa emancipazione che abbiamo non ci è stata regalata dal governo, ma è nata all’interno del popolo stesso”. Un monito implicito, questo di Neziraj, che fa pensare a quanto la democrazia non sia un sistema statico ma che, anzi, va alimentato esercitando i diritti e i doveri da cittadini.

 

Sullo spettacolo, che è una co-produzione del MittleFest di Cividale del Friuli e del Teatro della Pergola di Firenze, dice “quello che bisogna sapere prima di vederlo è che circa il 60/70% del testo è basato su citazioni prese dalle opere di Peter Handke, citazioni dal comitato che assegna il Premio Nobel e altro materiale documentale. È importante usare questo materiale come forma di attacco ad Handke: formalmente il testo è un collage post-drammaturgico, un collage nel medesimo stile con cui Handke ha scritto il suo famoso testo “Insulti al pubblico”; facendo un ribaltamento l’opera diventa un “Insulti a Peter Handke. Il restante 40% è in gran parte le comunicazioni relative all’assegnazione del Nobel ad Handke che sono messe in rapporto al fatto che, invece, non fu assegnato per uno scandalo sessuale. Nello spettacolo è presente questo contrasto”, che conferma un certo bigottismo nel pensiero che risiede alla base delle civiltà europee, fin dall’alba dei tempi culla del cattolicesimo.

 


 

Lo spettacolo, già presentato in Italia a Cividale, ha “creato reazioni animate in ogni posto in cui è stato rappresentato perché credo tocchi nervi scoperti sia politicamente che eticamente, non solo nell’area dei Balcani ma in tutta Europa… specie dove le tendenze autocratiche sono più forti. In ogni caso lo spettacolo è stato sempre ben accolto, eccezion fatta per Belgrado dove la reazione dei media e quella del pubblico è stata furiosa. Hanno attaccato radicalmente lo spettacolo, addirittura un articolo su un importante tabloid serbo lo ha presentato come un insulto all’intero popolo della Serbia. Ma una delle recensioni migliori mai ricevute è stata sempre dopo la stessa messa in scena; sul finale diceva “questo spettacolo avrebbe dovuto essere prodotto a Belgrado ma questo non sarebbe potuto succedere nei prossimi dieci anni”.

 

Raccontando della sua terra gli viene in mente la parola “ottimismo”: “La situazione politica che vedo è addirittura migliore che in Italia: il budget per le produzioni culturali è stato aumentato del 300%, ma ovviamente noi artisti cerchiamo di tenere una certa distanza dal governo”. 

 

 

È fondamentale per il Kosovo sentirsi parte della grande famiglia dell’Unione Europea: valori condivisi e senso di sicurezza sono i capisaldi. Combattere il fascismo e il nazionalismo non è una specialità o qualcosa che è riservato solo ai Balcani, anzi: tutta l’Europa dovrebbe farsi carico di questa battaglia. Questo spettacolo”, conclude “s’inquadra nel contesto della battaglia contro autoritarismi di ogni tipo, qualcosa che fa parte dei valori dell’Unione Europea ma che spesso è dimenticato…”.

 

Un importante pensiero che Jeton Neziraj condivide con noi e con cui mi ritrovo perfettamente concorde, è sugli artisti: “Noi come artisti abbiamo il dovere di tenere il segnale di allerta acceso e di non dormire. Anzi, di essere noi le persone che segnalano questi rischi”. Chi altri, se non l’arte, ha il dovere di raccontare e spiegare l’attualità? 

 


 

In un breve intervento, uno degli attori dello spettacolo Klaus Martini dice “Nel Kosovo c’è un forte sprint e una grande forza vitale: si sente molto il fermento. Ma dovrebbe essere così ovunque. Partendo da questo, nella mia esperienza ho sentito molta adesione: all’inizio erano stati selezionati anche attori serbi perché Jeton ci teneva a creare un ensemble quanto più eterogeneo e, per varie vicissitudini, hanno poi lasciato il lavoro. Il primo step nel nostro lavoro è stato proprio attorno all’adesione. Affrontare questo tipo di visione schietta, prendere una posizione così netta può costare molto… ma credo sia una nota aggiunta artisticamente parlando. Scelgo e accetto di far parte di un progetto e questo, in qualche modo, lo eleva. Una grande occasione di crescita in un contesto più politico che in Italia fa fatica a camminare… forse la storia ci influenza ma non è mai troppo tardi per ribaltarla”. Un ennesimo richiamo alla presa di posizione: per quanto difficile possa essere in alcuni contesti, è necessario e quasi obbligatorio in quanto artisti.

 

La conferenza si conclude tra saluti e ringraziamenti a Jeton Neziraj per il tempo dedicato e a tutti per aver partecipato, lasciando molto su cui riflettere.

 


 

2 - 3 febbraio ore 21 @Teatro di Rifredi (FI)

 

THE HANDKE PROJECT

Oppure giustizia per le follie di Peter

 

di Jeton Neziraj 

 

Regia di Blerta Neziraj

 

Con Arben Bajraktaraj, Ejla Bavćić, Adrian Morina, Klaus Martini, Verona Koxha, Anja Drljević

 

drammaturga Biljana Srbljanović

collaboratrice artistica Alida Bremer

produzione Qendra Multimedia (Pristina)

in collaborazione con Mittelfest & Teatro della Pergola, Teatro di Dortmund (Germania), Teatro Nazionale di Sarajevo e Festival Internazionale del Teatro – Scene MESS (Bosnia ed Erzegovina)

 

(foto di Majlinda Hoxha)

 

 


Aggiungi commento