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20/11/17 ore

Conversazione con Pamela Villoresi, voce recitante di una Duse passionaria e innamorata della libertà



Una performance intesa e molto coinvolgente. Il pubblico ha manifestato il suo consenso con lunghi applausi. Pamela Villoresi ha vissuto come voce recitante il personaggio di Eleonora Duse nel recital "La musica dell'anima" che Todi Festival ha proposto al Teatro Comunale in prima nazionale. Il bel testo è di Maria Letizia Compatangelo e lo spettacolo è stato accompagnato da Marco Scolastra che al piano ha fatto rivivere il rapporto indissolubile tra la Duse e la musica.

 

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Incontro Pamela Villoresi nel suo camerino qualche ora prima della rappresentazione. “… La Duse è stata una artista eccezionale e una donna ricca di passioni e di energie …” – dice con un profondo sincero coinvolgimento nella personalità di questa grande attrice.

 

“… Non solo come donna ma anche come attrice per averci spianato la strada su moltissime cose…. Aver innovato la recitazione in un’epoca egemonizzata da tromboni che urlavano, attaccati alle tende. Lei diceva che più una situazione era drammatica, più era profonda e più era portata a interiorizzare. Siamo quasi all’antefatto della recitazione cinematografica. Era giudicata all’inizio strana, molti impresari per questa sua presunta stranezza l’avevano cancellata dai cartelloni. Ma lei ripeteva -  prima o poi il pubblico si stancherà di sentire urlare e vorrà la verità.

 

… La sua forza anticipatrice era tale che quando andò in America Chaplin non solo la ringraziò e  disse che era stata quella che aveva tracciato la strada della recitazione ma, avendo egli analizzato la sua regia della Donna del mare di Ibsen, che lei aveva fatto conoscere all’Italia e al mondo (rivelandosi in questo una vera e propria scopritrice di talenti di drammaturgia), proprio rivedendo quella regia, punto per punto, perfino nelle luci, la ringraziava di aver portato la sua arte fin la. Poi arriva un giovanotto che le manifesta il suo entusiasmo e la sua ammirazione: lei ci ha illuminato una nuova via della recitazione… e si allontana scomparendo tra la folla delle comparse. Chi è domanda la Duse. È Lee Strasberg le viene risposto.  

 

E anche Konstantin Sergeevič Stanislavskij era un suo caro amico… si tratta dunque di coloro che hanno effettivamente cambiato la recitazione, il modo di recitare”.

 

Ripercorre un po’ anche la tua vita, la tua personalità. Tu ti sei definita cavalla selvatica della scena che sempre ha mal sopportato morsi e briglie…

 

“ … È così. Mi ritrovo in tante cose in lei. Anche io ho pagato quelle stranezze. Ero già abituata a interiorizzare… diciamo che ho avuto bisogno di uno scalo psicologico, tanto più dopo essere approdata al Piccolo con Giorgio Strelher, dove si passava attraverso una scuola rigorosa, con almeno tre mesi di prove, ad uno studio, ad un approfondimento di tutto, dai testi alle luci, perché l’autore aveva scritto quella cose, come esse rappresentavano la vita… insomma un lavoro di scavo che mi ha dato molto. Bene quando lavoravo fuori dal Piccolo – e devo dire che rivedendo il mio percorso e la morte prematura di Giorgio fu una scelta saggia sperimentare anche fuori da quella grande scuola per costruirmi una mia strada – non posso negare che venivo guardata in alcuni casi con sarcasmo quando non con derisione, quasi una vestale invasata che doveva sempre capire quello che dicevo. Non potevo accettare il regista come un vigile urbano, a destra a sinistra, avanti indietro… insomma avevo invece bisogno di capire le cose… Ecco in questo io ho sentito la mia sintonia con lei e la sua lezione di artista …

 

Come donna la sua lezione di autonomia e coraggio è ancora più forte. Lei rimane, giovanissima, incinta di un giornalista napoletano, Cafiero, uomo colto che le fa scoprire la letteratura, ma che appena viene a sapere della sua gravidanza la molla. Bisogna pensare che allora per una donna avere un figlio illegittimo significava abbandonarlo alla Rota, in un orfanatrofio, dove bisognava lavorare per almeno due anni, allattando altri bambini ma non il proprio. Abbandonarlo ad una balia comportava una pena corporale… solo per le donne ovviamente! … con frustate pubbliche e l’arresto.

 

Dunque lei è costretta ad accettare, sotto il consiglio di un’altra grande donna, la giornalista e scrittrice Matilde Serao, una serie di tournee a raffica per fare la dote al figlio. Partorisce in segreto a Marina di Pisa e da il figlio a balia da una ragazza che aveva anch’essa da poco partorito. Il dramma incombe, forse per il poco latte o per ragioni non note, il piccolo dopo poche settimane muore. Lì finisce – si può dire – la giovinezza di Eleonora.

 

Quando resta incinta la seconda volta sposa il padre della bimba, un attore banale, un uomo meschino (lei lo trova a letto con una ragazza tredicenne!). Lo scopre in una tournee in Sudamerica, lo lascia lì, escludendolo da tutte le sue recitazioni e dalla sua vita.

 

Il suo lavoro diventa la sua vita, la sua prospettiva, quella conquista di libertà che ti da l’autosufficienza. Siamo a cavallo tra l’ottocento e il novecento (lei muore nel 1924), fa delle tournee mondiali, diventa una grande imprenditrice di se stessa, regista, ovviamente attrice, vive del suo lavoro ma è una donna sempre  più colta. Fa conoscere in Italia, Dumas, il già citato Ibsen. Inizia la sua relazione con Gabriele D’Annunzio dove, è bene ricordarlo, non è lui che fa fare carriera a lei ma è vero il contrario, tanto che è lei a finanziare i suoi primi spettacoli, la Francesca da Rimini, La città morta e lo fa conoscere all’Italia e al mondo. Lui doveva scrivere tranquillo a La Cappuccina e lei gli mandava assegni da migliaia di lire da tutte le parti del mondo. Donna libera, che si prende il lusso di avere amanti, donna vitale dal grande coraggio interiore, che ha pagato comunque prezzi altissimi. Ha dovuto tenere la figlia Enrichetta lontana dal teatro per sottrarla alla assurda logica che vedeva i figli dei teatranti, poveri e girovaghi, esclusi dal poter sedere in classe con gli altri bambini, costretti a sedersi accucciati vicino alla cattedra come dei reietti…

 

Una vita la sua piena di strappi e stimoli, quella delle attrici di teatro. In America dove con scritte cubitali i loro nomi si leggevano illuminati: Eleonora Duse, Sarah Bernard … adorate, venerate, divinizzate.

 

Ora appare quasi impensabile per una attrice di teatro italiana vivere quella dimensione; la lingua italiana ha un confine strettissimo. Io stessa, per recitando in quattro lingue, sento quanto è complicato descrivere la capacità di approfondimento, di sfumature, del nostro linguaggio. Quanto siamo purtroppo circoscritti, noi attrici e attori di teatro italiano, in spazi ristrettissimi che rappresenta una vera e propria forma di confine".

 

 

La vita della Duse sembra richiamare un po’la tua vita forse anche per questo ti senti attratta dalla sua personalità e dalla sua identità …

 

“ … Ho fatto anche io un po’ da apripista. Io ho avuto tre figli, sono stata sposata, ho seguito con gioia e passione i miei ragazzi (le attrici più giovani mi chiedevano come avevo fatto a gestire con il nostro lavoro tutto questo) … ho avuto perché no i miei amori. Guarda grazie alla battaglie comuni, fatte negli anni settanta, in nome dei diritti civili, delle battaglie delle donne (… riprendiamoci il nostro corpo) ho vissuto la mia libertà e perché no, mi sono molto divertita. Ma devo dire che tutte queste donne, scrittrici, attrici, e ancora altro, all’inizio del secolo, con la loro intensità e il loro essere indomabili, ci hanno effettivamente spianato la strada… certo una strada da percorrere ancora lunga. Se penso al teatro, agli incarichi che derivano da scelte diciamo politiche e non da concorsi, ancora oggi troviamo in posti di dirigenza uomini, solo uomini.

 

La condizione delle donne comunque è cambiata, anche se purtroppo, dobbiamo dirlo, la condizione della donna, per esempio nei paesi islamici, è mortificante: si esce di casa tre volte, alla nascita, al matrimonio e alla morte. Artiste che non possono esibirsi in pubblico nei loro paesi ma solo all’estero… In ogni caso siamo un bel passo più avanti, al di là delle contraddizioni e ai tormenti atroci descritti, e non si può non riconoscere che i risultati, anche parziali raggiunti, nascono dal coraggio e dalla determinazione di queste donne che in più di un secolo hanno ispirato il reale cambiamento…".

 

Dunque il recital "La musica dell'anima" nasce per il Todi Festival e ha avuto qui la sua prima nazionale. Ci saranno altre rappresentazioni, è prevista una tournee nazionale…

 

“Todi ha dato questa grande opportunità a questo straordinario pianista che è Marco Scolastra di fare uno spettacolo teatrale con la musica. Lui mi ha coinvolta, e di questo gli sono grata. Ho una storia – gli ho detto - scritta da Maria Letizia Compatangelo su Eleonora Duse. Facciamo un recital in cui la splendida musica della sua epoca accompagna il testo. È il modo più forte per riproporre questa grande donna e grande artista, con le musiche pianistiche che descrivono una stagione ma anche ripropongono i grandi personaggi che furono i protagonisti di quell’epoca e le musiche dell’anima della sua sensibilità culturale.

 

La musica era fondamentale nella vita di Eleonora Duse, Le metteva allegria. Pensa portava sempre con se una maschera in gesso di Beethoven, alla quale parlava quando stava male, quando doveva riflettere. Ha conosciuto Wagner tramite D’Annunzio, lo adorava per la sua forza, il coraggio. Amava Verdi che le disse, dopo una sua recita di Violetta, che se l’avesse sentita prima avrebbe fatto un personaggio più simile a quello da lei recitato. E poi Arrigo Boito, suo segretissimo amante…  Era così proiettata nei cambiamenti del secolo, così proiettata nel futuro, che sentì un trasporto immediato per tutta la musica contemporanea … infatti adorava George  Gershwin, Igor Stravinsky. Anche il cinema, che era allo stato nascente, la affascinava: sono nata troppo presto per il vetro che svela le anime

 

Dunque attraverso di lei c’era un bel ventaglio di musica che rappresentava un’epoca, da Rossini, a Verdi a Wagner fino ai richiamati Gershwin e Stravinsky. Attraverso di lei c’è un bel percorso musicale che è alla base di questo spettacolo fatto proprio per Todi Festival. Intrigante è che ci viene già richiesto da più parti e quindi è nostra intenzione metterlo in repertorio, lui nelle sue stagioni di musica da camera, io nei miei recital. Non vi saranno 100 repliche immediate, ma negli anni sono sicura che le farà…".

 


 

La Duse ti coinvolge sia da un punto di vista artistico che umano. Ti appare anche come un soggetto sociale e diciamo politico, la sua energia e la sua forza ne fanno una “femminista” ancien regime…

 

“Sento fortemente questa motivazione… Ha avuto molto coraggio in quell’epoca. Faceva denunce molto dure e aveva un senso della giustizia e della solidarietà femminile intenso. Anche se la compagnia non lavorava lei teneva a dare la paga alle colleghe. Malata al polmone (ne aveva oramai uno solo) proprio per il suo stato di salute era costretta a rinunciare a spettacoli ma non faceva mancare il supporto economico alle colleghe che lavoravano con lei… Della famosa Sarah Bernard, su cui si era costruito uno scenario di rivalità e di reciproca invidia, lei – che era più giovane - diceva che le doveva tantissimo, anche quando andò per la prima volta a Torino, nel teatro dove Eleonora recitava, lei faceva acquisti ogni sera per sentirla e imparare a vederla recitare, carezzava le sue parrucche e i suoi copioni e ogni sera le lasciava una rosa bianca in camerino….Aveva un forte senso di sorellanza, che a mio avviso è stato il grande insegnamento del movimento di liberazione delle donne. Ispirato da questo ho sempre cercato di avere in scena, con le compagne del palcoscenico,  questo atteggiamento di solidarietà. Non sempre forse mi è riuscito, ma in quarantaquattro anni direi quasi sempre…".

 

 

La tua vicenda di artista si è accompagnata a iniziative e impegni di battaglie in favori dei diritti. Penso alle battaglie per la libertà di ricerca, alle battaglie per la liberazione sessuale….

 

“… Credimi vivo un momento di profondo disagio per il modo in cui si canalizza il dibattito su temi fondamentali per le persone e invece si stimolano approcci di rissa da cortile o da tifo calcistico.

 

Temi così importanti come l’inseminazione, la libertà di ricerca, le cellule staminali, l’eutanasia, fronti su cui la scienza ci offre possibilità importanti di intervento, su cui vi sono ragionevoli possibilità di legiferare nel rispetto delle libere opinioni, ci ritroviamo sempre, in modo aprioristico e ideologico, su posizioni irrazionali, su fronti opposti come i tifosi di due squadre di calcio in competizione.

 

Su scelte drammatiche, su problemi che riguardano la coscienza ma su cui l’autonomia della scienza e della ricerca è sacra, non è possibile proseguire su impostazioni irragionevoli.

 

Penso all’eutanasia, al bellissimo testo di Angelo Longoni Vita,  al di là di astrazioni filosofiche o convinzioni religiose e di inutili dibattiti mediatici – come scriveva Serena Lietti su Diogene Magazine - , davanti a noi vivono le ragioni (del cuore) di un padre e di una madre che si trovano di fronte alla figlia in coma vegetativo e all'amara alternativa di tenerla in vita in quelle condizioni o lasciarla andare. Entrambe le scelte emergono nella loro drammaticità come differenti declinazioni di un amore puro e incondizionato, al punto che diventa difficile schierarsi nettamente da una parte o dall'altra…

 

Banalizzare queste scelte è folle, con umiltà sul piano filosofico, scientifico, legislativo, occorre approfondire la questione senza assumere atteggiamenti inopportunamente pregiudiziali… Impedire comunque la via della ricerca è in ogni caso folle, come quando, più di un secolo fa, si arrestava una ragazza perché aveva partorito.

 

Vi sono altri fronti su cui si avverte quanto nocivo è l’atteggiamento ottuso e impenetrabile che certe culture proiettano. Non parliamo ad esempio dell’inseminazione, delle nozze gay. Su questo io ho fatto una battaglia come nonna. Mia figlia ha avuto una figlia dalla sua compagna e hanno fatto l’inseminazione in Danimarca…

 

Ora in Italia ci troviamo in questa situazione: è prevista l’inseminazione per una coppia dove si accerta che il maschio è sterile. Solo per una coppia sposata, con il maschio sterile è possibile l’inseminazione, Se la donna è sterile, non c’è la donazione dell’ovulo. Una donna da sola non può fare l’inseminazione. Come si vede si tratta di preclusioni intollerabili. 

 

Il trapianto di organi dai paesi del terzo e quarto mondo, il mercimonio ignobile che ne deriva a discapito dei più poveri, non trova ostacoli concreti, le finte questioni di valori emergono di fronte a casi in cui viceversa è il percorso dell’amore e della solidarietà non pelosa che si manifesta.

 

Si dice l’articolo 40 della legge sull’adozione poteva supplire…. Nulla di più falso. Nel dopoguerra se una donna restava sola e con l’aiuto di una persona di famiglia, zia, nipote, uomo o donna, assicurava al bambino o alla bambina un vissuto di solidarietà familiare, era possibile che in caso in cui non ci fosse più, chi aveva contribuito a dare il proprio contributo di amore familiare, potesse subentrare per impedire che finisse in un orfanatrofio… Ma la vicenda che riguarda una coppia di fatto due donne o due uomini, che da subito danno amore al piccolo, resta comunque senza possibilità di riconoscimento diretto e per quanto l’articolo 40, ha consentito si a coppie, anche omosessuali, di poter avere un riconoscimento… ma si tratta di aspetti decisamente non risolutivi e in ogni caso inadeguati.

 

Le unioni civili sono un altro fronte dove le ragioni del buon senso e del diritto svaniscono, in cui si consuma una contrapposizione speciosa e senza senso. Nel rispetto delle persone, nella salvaguardia dei diritti delle persone non si comprende perché non si possa fare questo, anche per solidarietà sociale. È evidente che il Parlamento dovrebbe risanare queste situazioni proprio in nome dei valori di amore e di solidarietà umana che alcune ideologie reclamano a parole ma poi nei fatti impediscono…".

 

Lo spettacolo bussa alle porte e Pamela si deve preparare. Ci accompagna nella sala del teatro e si congeda con affetto mentre ritorna la sua attenzione sulla Duse e sulle luci e la musica che accompagneranno il recital…".  (G.R.)

 


 

 

 

 


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