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22/05/24 ore

Untori, di Gennaro Ascione. Conversazione con l’autore



 di Claudia Pariotti

 

Esistono diversi mezzi, al giorno d’oggi, per sentirsi trasportati in altre epoche, magari molto lontane nel tempo e nelle quali non si è mai vissuti. I sistemi di realtà aumentata o virtuale sono sempre più efficaci sul piano della ricostruzione storica, ma uno dei modi più potenti, nonché accessibile, che ci permette di fare questi viaggi è senz’altro la lettura.

 

Quando si ha l’occasione di sentire così bene un’altra realtà grazie all’immaginazione guidata di un bel libro, l’esperienza non può che essere condivisa. Questa simbiosi per me è nata leggendo Untori, un racconto scritto da Gennaro Ascione, pubblicato da Magmata agli albori del 2023. 

 

Un’opera di letteratura contemporanea che ha la capacità di trasportare l’avventuriero lettore in un passato lontano grazie agli odori, ai suoni, agli usi ed ai costumi che rivivono dalle sue pagine.

 

Untori parte da una vicenda quasi tragica del quotidiano di un basso di via dell’Anticaglia, in una Napoli di epoca rinascimentale e devastata dalla peste. 

 

Da subito, mette in luce una serie di caratteristici personaggi: una comare verace e disperata, poiché la figlia è rimasta lesa in un incendio misteriosamente divampato alle prime ore dell’alba; la suadente inquilina del piano di sopra, che la comare urla essere responsabile di questo delitto (e di lassismo morale); l’ufficiale di giustizia, un po’ goffo un po’ arrogante, accorso sulla scena e deputato a raccogliere gli elementi dell’indagine per il procuratore spagnolo che sarà chiamato a sentenziare il verdetto veritiero. 

 

Sarà sulla scia della scoperta della verità dell’incidente che l’ufficiale Fortebraccio si ritroverà ad indagare non solo per scoprire l’origine dell’incendio, ma per individuare due loschi figuri, uno dei quali pare essere portatore di un unguento venefico vettore del morbo. 

 

Dicerie, verità, scienza, superstizione, tutto si confonde, anche il ruolo di due protagonisti, Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, presi in prestito dall’appendice dei Promessi Sposi, ma la storia narrata da Ascione, seppur riprende i due responsabili che furono incriminati dalla Colonna Infame del Manzoni, riserva loro un destino diverso…

 

Non fatevi ingannare dalla forma snella del libro, vi prenderà del tempo, perché la verità è che non siamo abituati a leggere nella lingua usata da Gennaro, uno misto di italiano cinquecentesco, napoletano aulico e latino servito su un flusso continuo di rime in prosa. In più, nascosti tra le righe, ci sono anche dei neologismi coniati dal gusto dello stesso autore, e quando ho saputo della loro esistenza è partita una piccola sfida personale alla ricerca di queste nuove parole.

 

Qualche giorno fa ho incontrato Gennaro, per scoprire se ero riuscita a catturare le parole di sua creazione. Non ve le svelerò di certo, perché il gioco della scoperta non sarebbe altrettanto divertente ed anzi, vi invito a farlo e poi ad impossessarvi di questi nuovi vocaboli. 

 

Da qui, è nata una piccola intervista all’autore di questo audace e vitale libro, che è fruibile anche nella versione audio (scaricabile da un link riportato nell’ultima pagina) a cui ha prestato la voce l’attore Lino Musella, con l’aggiunta di un contributo musicale del maestro Eugenio Bennato.

 

 

Nel tuo racconto, in cui si sviluppa una trama ricca e singolare, personalmente ritengo che la vera protagonista sia la lingua. Hai saputo recuperare un modo di scrivere che riporta alla mente testi (e suoni) antichi, dai più affrontati forse l’ultima volta tra i banchi di scuola, ed hai quindi permesso di rendere molto più immediata la sensazione di trovarci in pieno seicento tra le strade di Napoli, nel mezzo di una grave e sconvolgente pestilenza. Ti chiedo: il processo di ispirazione da dove è nato, dalla volontà di scrivere un testo con un linguaggio così particolare o da quella di raccontare una storia che sicuramente contiene dei forti echi con scenari e situazioni che siamo stati purtroppo abituati a conoscere durante la pandemia del covid?

 

L’ispirazione è nata da una serie di fattori. La scrittura del libro è iniziata verso la fine del 2021, avevamo già vissuto lo scoppio e le prime reclusioni della pandemia. Io abitavo a via dell’Anticaglia e durante il confinamento, come è successo a tutti, il fatto di dover subire un ordinamento imposto in maniera così violenta ha creato delle reazioni in me, non soltanto di accettazione ma anche di rifiuto. C’è stato, per esempio, un momento durante il quale il fatto che i runners non potessero andare oltre il proprio isolato poiché visti come i possibili “portatori del morbo”, mi ha suggerito questa idea dell’untore… 

 

Quindi sono andato a recuperarla dal Manzoni. Ho voluto però rielaborarla. Ho recuperato proprio i due personaggi principali della novella della Colonna Infame e li ho portati a Napoli, qualche anno prima della peste di Milano.

 

Poi è successo che poco dopo l’inizio della scrittura mi sono trovato con Lino Musella per lavorare insieme ad un testo teatrale “La nostra unica fede”, che invoca 4 diverse divinità al fine di far ottenere al Napoli la vittoria dello scudetto (cosa che per altro si è davvero realizzata!). Con Lino stavamo già sperimentando una tecnica di scrittura in prosa che in qualche modo riprendesse la liturgia, le rime, la poesia napoletana. 

 

Ho continuato sulla scia di questo esercizio linguistico per dare forma al testo di Untori, una forma instabile, tra teatro e letteratura, anche per renderla un’opera libera con cui qualcuno un giorno potrà poi decidere di farci un film o di portarla in scena. Un testo di grande ispirazione è stato il Candelaio di Giordano Bruno, per altro molto della struttura della lingua di Untori viene proprio dal volgare del ‘500 utilizzato da Bruno, una lingua popolaresca che mischia dialetto, espressioni popolari e latino.

 

Anche nel tuo racconto, gli untori vengono sottoposti al processo inquisitorio, la decisione di non rispettare la sorte manzoniana vuole in qualche modo essere legata ad una rilettura finalizzata a riabilitare un po’ di speranza, nonostante i climi cupi e tendenti all’abbrutimento? 

 

Non è che volessi assolverli a tutti i costi, ma mi interessava molto sviluppare il topos del processo giudiziario. La condizione di essere sottoposti ad un giudizio che è abbastanza casuale, dove potrebbe andarti in un caso molto male o in un altro molto bene è una considerazione a cui volevo portare il lettore. In fondo molto di quello che succede nelle sedi giudiziarie è affidato ancora oggi al caso.

 


 

Sì, c’è una certa alea fluida che persiste ancora oggi nelle corti di giustizia, un condizionamento che in alcuni casi è incisivo nei processi e non è ancorabile a nessun tecnicismo giuridico ma anzi a fattori esterni (come il giudizio popolare nel caso del libro, o mediatico nei casi di cronaca giudiziaria). Nella lingua che hai creato c’è anche molto napoletano, diverso però da quello che circola in giro, tra testi di canzoni diventati nazionalmente famosi grazie a giovani fenomeni ovvero a serie televisive, anche quelle ormai grandemente popolari. Ma secondo te, questo napoletano di oggi, per come utilizzato nell’ambiente artistico, ha mantenuto una sua dignità?

 

Secondo me no. Se la intendiamo come dignità letteraria, cioè che trasmette, esprime una poetica, il napoletano di oggi non ce l’ha perché la poetica che esiste oggi è degenerata. Qualche esperimento in musica che è interessante dal punto di vista linguistico mi verrebbe da trovarlo in Liberato, ma dal punto di vista letterario l’italiano ha decisamente avuto la meglio creando un sistema di segni estremamente bello e potente. 

 

Una bellezza che possiamo tranquillamente ritrovare nel napoletano del cinquecento ad esempio, in un’epoca in cui le grandi lingue dialettali cercavano di affermarsi rispetto al latino. Sono comunque dell’idea che il napoletano non è bello solo se antico o aulico, ma ad oggi è una lingua che deve recuperare una sua poetica espressiva.

 

Prima di Untori c’è stato “Vendi Napoli e poi muori”. Posso chiederti se stai lavorando a qualche altro esperimento letterario o se c’è qualcosa di prossima uscita, oltre ad occuparti della tua carriera di ricercatore in ambito umanistico?

 

In realtà dico con molta serenità che questo potrebbe essere il mio ultimo libro. Non penso di fare lo scrittore, sono contento dei miei due lavori. Per ora mi fermo qui. 

 

Chissà, lo scopriremo. Grazie Gennaro.

 

 


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