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14/06/24 ore

Mille volte gioia, di Siba Shakib. Le donne nell’Afghanistan dei talebani


  • Giovanna D'Arbitrio

Tanti in verità sono i libri scritti sulla condizione femminile e quasi ogni giorno ne viene pubblicato uno nuovo che evidenzia l’incremento di violenze contro le donne sia in occidente che in oriente dove purtroppo i diritti umani e civili delle donne sono totalmente ignorati.

 

E ultimamente siamo rimasti colpiti da un’immagine con il volto nascosto da petali colorati, un’immagine ampiamente diffusa sui social per un appello lanciato da Siba Shakib, autrice del libro  Mille volte gioia (Ed. Pienogiorno), nel quale descrive le sofferenze delle donne afghane dopo la fuga dell’Occidente e della comunità internazionale dal loro Paese ripiombato nelle mani dei talebani.

 

Il libro viene così presentato: “Shadi sa molte cose, troppe per una bambina di tre anni. Sa che nella sua città, Kabul, adesso comandano uomini crudeli, talebani si chiamano. Sa che suo padre è in pericolo perché li aveva combattuti. Sa che per lei e per le donne dell'Afghanistan «la libertà è acqua passata», come le spiega amaramente la mamma il giorno in cui viene al mondo Jahan, sua sorella. Un anno dopo, nascosta, assiste all'irruzione di quegli uomini nella loro casa. Pochi istanti e un cofanetto e la sua amata Jahan sono le uniche cose che le restano. Insieme alla raccomandazione di sua madre: «Promettimi che conserverai sempre la gioia che hai nel cuore».

 

Si chiama così, Shadi: Gioia, quello è il significato del suo nome in lingua dari. Negli anni che verranno cercherà in ogni modo di rispettare quella promessa, a dispetto delle terribili sferzate del destino, della crudeltà degli uomini e di un Paese che sembra temere la luce delle donne più di ogni cosa e fa di tutto per oscurarla. La vita di Shadi si intreccia per tre decenni a quella di altre donne e alle drammatiche vicende di un Afghanistan eternamente in guerra: l'oscurantismo fanatico dei talebani, gli sprazzi di libertà degli anni della Repubblica, le laceranti contraddizioni dell'Occidente, il ritorno al potere degli uomini barbuti e del loro regime di terrore. E una grandiosa storia di resilienza, di lotta, di speranze, di fame di libertà e giustizia che non si estingue mai, di una, due, migliaia di Shadi che sanno intrecciare tra loro legami profondi e indissolubili”.

 

Come ha raccontato la stessa autrice per le donne non esistono diritti umani e civili: possono essere percosse, frustate, molestate, violentate, uccise ovunque, anche nelle loro case; per loro c’è  divieto di studiare, divieto di uscire di casa, se non accompagnate da un parente stretto (mahram), divieto di  apparire sui balconi delle loro case, di incontrarsi tra loro, di ridere e quant’altro.

 

“Sono questi i frutti velenosi del nuovo Emirato Islamico, il regime dei talebani 2.0 al quale le donne afghane sono state colpevolmente abbandonate - ha affermato Siba - Sono più numerosi e più forti dei talebani di vent’anni prima, hanno tecnologia avanzata, armi, equipaggiamenti, persino uniformi, e d’altro lato non hanno imparato nulla: barbari senza cultura, se non quella della prevaricazione e della sopraffazione, della violenza e del terrore, dello stupro delle anime e dei corpi. Barbari che a me, iraniana, rammentano altri barbari: i mullah di Teheran; comuni radici, comune incultura, comuni caratteristiche criminali, e comune logica di repressione del femminile, di quella forza naturale che si contrappone all’ottusità della loro violenza e per questo fa loro paura.

 

Ho scritto il mio nuovo romanzo, "Mille volte Gioia”, proprio per questo: perché sento la responsabilità di dare voce a tutte le ragazze e le donne di Kabul e dell’Afghanistan. Le vicende della protagonista del libro, Shadi, un nome che in lingua dari significa appunto Gioia, accompagnano l’esistenza di una bambina che diventa donna nei tre decenni che conducono dalla prima alla seconda dominazione talebana e restituiscono le storie che ho sentito e visto con i miei occhi durante tutto il tempo che ho trascorso in quel Paese (…).

 

Ho scelto per la copertina del mio libro l’immagine di un fiore che si sostituisce al burqa sul volto di una donna, perché quell’immagine sa incarnare la forza resiliente della loro speranza. Se il 7 maggio dello scorso anno un barbaro editto del regime talebano ha reintrodotto per tutte le donne l’obbligo assoluto di indossare il burqa in pubblico, riportando indietro di vent’anni le lancette della storia, nel maggio di quest’anno quell’immagine può servire a ricordare a tutti i loro sforzi, i loro diritti fondamentali negati, la loro lotta che non deve, non può conoscere resa, perché la loro sconfitta sarebbe anche la nostra, in qualunque luogo viviamo. È per me un’immagine di sorellanza. Se volete, donne e uomini, diffondetela sui vostri social media, oppure, ancor meglio, postate una vostra fotografia con un fiore davanti al volto, e scrivete: «Per le mie sorelle afghane».

 

Combattiamo il silenzio della brutale ignoranza che le ha imprigionate in un gigantesco carcere a cielo aperto con il rumore dell’indignazione, della solidarietà, della mobilitazione. Non lasciamole sole. Raccogliamo il grido di quei fiori colorati e moltiplichiamolo. Perché come dice un proverbio: una gioia condivisa è una gioia raddoppiata, un dolore condiviso è un dolore dimezzato”.

 

Scrittrice, regista, documentarista, Siba Shakib è nata e cresciuta a Teheran, in Iran, e ha vissuto a lungo in Afghanistan. Attivista per i diritti delle donne, il suo film “A Flower for the Women in Kabul - 50 years UN” è legato alla campagna “Un fiore per le donne di Kabul” lanciata da Emma Bonino nel 1998, ha vinto il German Human Rights Film Prize. Le sue opere sono bestseller tradotti in 27 lingue e pubblicati in più di 100 Paesi. Per “Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere” (Piemme) Shakib ha vinto il prestigioso PEN Prize.

 

 


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