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11/08/20 ore

Le relazioni tra Israele e Vaticano, questioni teologiche e politiche, di Nathan Ben Horin


  • Elena Lattes

Nato in Germania nel 1921 Nathan Ben Horin, fu costretto dal nazismo a fuggire in Francia dove finì la scuola superiore e si arruolò nella Resistenza all’indomani dell’occupazione tedesca. Nel 1944 riuscì ad arrivare nei territori sotto il Mandato Britannico, divenendo membro del kibbutz Degania bet. Combatté e fu gravemente ferito nella guerra d’indipendenza, poi completò gli studi universitari ed entrò al Ministero degli Esteri.

 

Un po’ per lavoro, ma soprattutto per passione, ha seguito, durante tutta la sua carriera, l’evoluzione delle relazioni tra lo Stato pontificio e Israele, raccontata in un interessante volume recentemente pubblicato postumo dalla Panozzo Editore.

 

Con alcuni accenni biografici e molti riferimenti bibliografici e documentali, il libro ripercorre la storia dell’ultimo secolo, iniziando dall’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del movimento sionistico. Un rapporto complesso, ma unico nel suo genere, soprattutto per la natura delle “entità in questione: da un lato ‘lo Stato degli ebrei’, democratico e non teocratico, ma legato da mille fili alla storia e alla tradizione ebraica. Dall’altro, il Vaticano, una chiara entità religiosa che esercita la propria sovranità su circa un miliardo di fedeli (…)”.

 

Tante, quindi le questioni in campo - e non solo di ordine pratico - a causa delle quali il percorso intrapreso non è mai stato lineare: ad ogni passo avanti è corrisposta quasi sempre una retrocessione e, ancora oggi, nonostante molti traguardi siano stati felicemente raggiunti, non tutti gli ostacoli sono stati del tutto superati.

 

In estrema sintesi, dalle proposte che Theodor Herzl avanzò a Papa Pio X e al suo sottosegretario durante un incontro ottenuto dal fondatore del Sionismo politico moderno, fino al 1958 con la morte di Pio XII, il rifiuto della Santa Sede fu quasi sempre categorico. Anzi, in alcuni casi il comportamento fu di aperta ostilità, come per esempio nel 1949, quando il nuovo Stato entrò all’Onu, il Vaticano esercitò pressioni su molti Paesi, in particolare quelli dell’America Latina, affinché votassero contro la candidatura israeliana.

 

I primi passi, piccoli, ma importanti, vennero compiuti, dunque, con la salita al soglio di Pietro di Papa Roncalli: Giovanni XXIII, inviò, infatti,  una lettera al Presidente di Israele, Yitzhak Ben Tzvi, come era solito fare con tutti i capi di Stato e una delegazione israeliana partecipò alla cerimonia ufficiale di insediamento.

 

Nel 1961 venne conclusa la prima bozza della dichiarazione Nostra Aetate che venne definitivamente approvata, con alcune modifiche, nel 1965. Questo documento disponeva la cancellazione del concetto predicato per quasi duemila anni, dei “perfidi giudei”, ovvero l’assoluzione degli ebrei dall’accusa collettiva della crocefissione di Gesù e la presa in considerazione da parte della Chiesa del rapporto tra il popolo ebraico e la sua terra.

 

Nel frattempo, nel 1963, si cominciò a parlare di un riconoscimento diplomatico e nel 1964 Paolo VI fu il primo Pontefice a recarsi in Israele, seppure di passaggio e senza mai menzionare lo Stato, neppure quando, di ritorno, indirizzò una lettera di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta al “presidente Shazar, Tel Aviv”.

 

Negli anni ‘70 con la violenza araba e la tristemente famigerata vicenda dell’alto prelato Hilarion Capucci che contrabbandava armi a favore delle organizzazioni terroristiche palestinesi, le relazioni tornarono a deteriorarsi, ma con l’elezione di Giovanni Paolo II, di cui Ben Horin ricorda alcuni episodi di gioventù, i rapporti ripresero a migliorare: nel 1986, il Papa, il primo in assoluto nei duemila anni di storia della Chiesa cattolica, visitò la sinagoga centrale di Roma, definendo gli ebrei “i nostri fratelli maggiori”, “espressione che rappresentò il simbolo della svolta nell’approccio teologico del cattolicesimo all’ebraismo. Ciò nonostante, nelle sue parole – ricorda sempre l’autore – talvolta  si percepì una sostanziale incertezza tra l’apertura e il conservatorismo dottrinale”.

 

Soltanto nel 1993, tuttavia, dopo la fine della Guerra fredda e dopo la conferenza di Madrid nel 1991 e gli accordi di Oslo due anni dopo, venne stipulato l’”Accordo fondamentale” tra la Santa Sede e Israele con il quale nacquero vere e proprie relazioni diplomatiche tra i due Stati.

 

Il dettagliato resoconto storico si ferma al 2002, ma nella ricca appendice Ben Horin si sofferma a lungo su vari aspetti del pontificato di Giovanni Paolo II  e sulla politica del Vaticano anche nei confronti del mondo musulmano e dei vari Paesi arabi, concludendo con il testo integrale dell’accordo firmato nel dicembre del 1993.

 

Un libro, dunque, che offre una panoramica non solo su molti aspetti dell’ultimo secolo sia di carattere politico che diplomatico, ma anche, come osservato da Monsignor Pierfrancesco Fumagalli, sull’intreccio ineludibile “delle relazioni tra secolarismo e religione e tra laicità e fede”.

 

 


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