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11/08/20 ore

La fine è il mio inizio, di Tiziano Ternani. La ricerca della verità


  • Giovanna D'Arbitrio

La Fine è il mio Inizio” (Ed. Longanesi), di Tiziano Terzani, dal quale fu tratto l’omonimo film di Jo Baier (2010), è una  testamento spirituale affidato al figlio Folco, prima di morire di cancro. Superiore al film, il libro racconta le esperienze dirette di un uomo libero che rigetta schemi e false ideologie in una costante ricerca della verità.

 

Diviso in capitoli separati da interludi e illustrati da splendide foto in bianco e nero, il libro si apre e si chiude con il canto del cuculo che segna il ritorno della primavera: tutto è racchiuso in un cerchio, la vita e la morte che non significa fine, ma è un nuovo inizio, poiché dopo l’inverno c’è una nuova primavera. E pertanto Tiziano dice a Folco: “Allora questa è la fine ma e anche l’inizio. L’immagine che mi viene in mente, quasi ogni giorno del mio abbandonare il corpo, è quella di un monaco zen che si siede nel silenzio della sua cella, prende un pennello, lo intinge nel mortaio dove ha sparso la china e poi si raccoglie davanti al pezzo di carta di riso e con grande concentrazione fa un cerchio che si chiude”.

 

A Orsigna nel giardino della sua casa o nella gompa, una capanna tibetana dove spesso si rifugia tra libri e souvenir asiatici, Terzani affronta la morte in modo sereno, descrivendo al figlio il viaggio della sua vita: “Il viaggio di quel ragazzino, nato in un letto di via Pisana, un quartiere popolare di Firenze, che si ritrova nelle grandi storie del suo tempo - la guerra in Vietnam, la Cina, la caduta dell’impero sovietico – poi va sull’Himalaya, e adesso è qui, in una sua piccola Himalaya, ad aspettare quest’ora secondo me piacevole. Allora, questa è la fine, ma è anche l’inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe parlare ancora con te per vedere insieme se, tutto sommato, c’è un senso”.

 

Evidenziando il suo “riscatto sociale” attraverso la cultura, si mostra grato a sua moglie Angela Staude, compagna colta e amorevole che lo ha seguito con i figli ovunque andasse. Segue il racconto di esperienze, incontri con  personaggi di una generazione che credeva in cambiamento della società, di giovani che studiavano “cose con le quali si voleva contribuire a migliorare il mondo”.

 

Così Tiziano si laurea in legge per difendere i più deboli e poi invece finisce per lavorare all’Olivetti che gli offre l’opportunità di viaggiare. Nel 1966, a Bologna ad un convegno di giovani manager, fa un discorso contro la guerra nel Vietnam e incontra un membro dell’Harkness Foundation che recluta giovani europei da “americanizzare”.

 

Vince una borsa di studio, va negli USA e là comincia a studiare cinese per saperne di più su Mao. Dopo aver lavorato per “Il Giorno”, il giornale di Mattei, presidente dell’ENI, supera l’esame di Stato, ottiene il tesserino di giornalista e il giornale tedesco “Der Spiegel” lo invita a recarsi a Singapore dove inizia la sua ricerca di un modello alternativo da opporre a quello occidentale.

 

Arrivano le delusioni: il sogno marxista-leninista di un mondo migliore crolla di fronte all’osservazione diretta degli eventi. Le rivoluzioni nascono dalle giuste istanze dei popoli che aspirano ad uguaglianza e libertà, ma poi si concludono  con  enorme spargimento di sangue e distruzione di antiche culture e identità: gli sembra assurdo che in Asia i nuovi governi cerchino di imitare il modello occidentale che cancella costumi e tradizioni.

 

Il suo giornalismo investigativo lo porta con coraggio a verificare i fatti “di persona”,: va in Vietnam, Cambogia, Cina, Giappone, Tailandia. Denuncia tutto ciò che vede, violenze di guardie rosse, Khmer rossi e stragi di Pol Pot da una parte, dall’altra la crudeltà dei bombardamenti americani, in un totale rifiuto di tutte le guerre.

 

In Giappone si ammala di depressione a contatto con una società disumanizzata  che si avvia alla globalizzazione, lascia il giornalismo, si isola e comincia a scrivere un libro, “Un Indovino mi disse”. Seguono altri libri tradotti in molte lingue: “Pelle di Leopardo” e “Giai Phong” sulla guerra in Vietnam; “La Porta Proibita” sulla Cina del dopo Mao; “Buona notte, Signor Lenin”, sul crollo dell’Unione Sovietica; “ In Asia”, una raccolta dei suoi miglior articoli sull’Oriente; “Lettere contro la guerra”; “Un altro giro di giostra”, sul senso dell’esistenza.

 

La storia gli appare sempre più come un’assurda ripetizione di errori e atrocità, decide allora di andare sull’Himalaya dove conosce” il Vecchio”, un saggio lama che gli fa ritrovare un po’ di serenità. Sensibile, ma anche molto razionale, egli non crede nella cosiddetta “illuminazione”, ma un giorno là tra quelle alte montagne, ammirando il semplice volo di un maggiolino che si libra verso il cielo, in un magico momento di fusione cosmica intuisce che “Tutto è Uno” e si sente parte di quel “Tutto”, un armonioso disegno divino pieno di pace e bellezza.

 

Deduce quindi che sulla Terra non vi potrà essere alcun cambiamento, se non ci sarà un’evoluzione spirituale dell’Umanità. Muore a Orsigna nel luglio 2004 ricordando a Folco, a Saskia, la figlia, ai nipoti, a tutti i giovani, l’importanza di inventarsi la vita con fantasia, curiosità, coraggio, libertà: una vita vera in cui riconoscersi.

 

 


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