21/07/17 ore

Poteri forti, memorie deboli


  • Antonio Marulo

Chissà com'è finita la storia tra Ferruccio de Bortoli e Maria Elena Boschi. A distanza di due mesi dalla scoppiettante pubblicazione, Poteri forti (o quasi) fa venire in mente – per l'appunto – gli strascichi di una vicenda descritta in quelle due righe che hanno oscurato le circa 320 pagine di “memorie di oltre quarant'anni di giornalismo” dell'ex direttore del 'Corriere della Sera' e del 'Sole 24 Ore'.

 

Con un po' di ritardo, assaliti dalla curiosità di scoprire se c'è dell'altro di cui colpevolmente non si è discusso, a dispetto del successo di vendite, ci si è presi la briga di acquistare e leggere davvero il libro, non cedendo alla tentazione poco professionale di scriverne per sentito dire, come spesso accade alle opere che hanno avuto il privilegio di occupare il dibattito politico per giorni e giorni, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, come cantava quel tale.

 

Ebbene, il volume non ha tradito le attese e i sospetti di un'operazione editoriale basata sul nome che diventa garanzia, come conferma la scelta di copertina, con l'autore che si fonde e confonde con il titolo, per cui “basta la parola”: Ferruccio de Bortoli, in questo caso.

 

Il suo racconto, gradevole e garbato, mai sopra le righe, nello stile del personaggio, è però deludente, mal celando, dietro qualche debole e indulgente autocritica, il tentativo di far emergere la figura di un giornalista con la schiena dritta, che non si piega, che spigola e resiste alle pressioni, che prende “posizioni coraggiose” ed è poco gradito ai potenti di turno, pur se inopinatamente viene lasciato per lunghi periodi guidare i due giornaloni dell'establishment, mentre insistenti e vani corteggiamenti, ora da destra, ora da sinistra, gli sollecitavano l'ingresso nei posti chiavi del santuario partitocratico di mamma Rai.

 

Poteri forti (o quasi) - edito da La Nave di Teseo - si legge bene sotto l'ombrellone in questa estate rovente, ma non passerà alla storia come un capolavoro. Piuttosto rischia di trasformarsi in un incubo per l'autore. Ancora fra qualche anno, ce lo immaginiamo, infatti, stringere mani mentre risponde alla fatidica domanda: ma, poi, la querela arrivò?

 

 


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