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12/11/19 ore

Acquaria di Mario Caccavale



Acquaria è un’isola che racconta umanità. Non esiste ma è la topologia di ogni miseria e speranza che si agita nel petto degli abitanti del tempo. Su quelle scogliere di attesa, "la verità è una casalinga d’altri tempi". Il nuovo romanzo di Mario Caccavale, ‘Acquaria’, edito da Mondadori (pp. 166, euro 22) porta il lettore in un mondo che è quello delle botteghe e delle piazze di pietra dei paesi, fa respirare l’odore dei barbieri e le candele di cera che conoscono le preghiere delle vecchie arpie.

 

Qui le parole vere si confondono con il non detto, i fatti passano di bocca in bocca, arricchendosi di commenti e ricostruzioni, tra ironia e sapienza popolare.

 

Cadono i panni di scena, si ritorna sempre ad Acquaria perché quell’isola non è solo un luogo: è una condizione dello spirito e un modo di stare al mondo. Tre vulcani, eruttando, hanno formato quello spicchio di mondo, un po’ paradiso e un po’ fogna, dove c’è tutto e il suo contrario, dal maresciallo Massaro con la moglie ‘nave scuola’ di mezzo paese, al vescovo, dal giovane prete biondo al professor Basili, l’anarchico che teorizza la ‘seminatio intra vas’. La giovane Ondina, tutta madre e Chiesa, viene trovata misteriosamente morta proprio nella casa del Signore. Suicidio o omicidio?

 

Ma "nelle bocche aperte si ficcano le vespe", scrive Caccavale, e gli accadimenti si prestano a mille ermeneutiche, sempre penultime, come le onde sulla riva. Lì tutti amano il mare "perché proteggeva la loro solitudine e i loro silenzi", le onde cullano sogni e sconfitte sotto gli occhi di Santa Impicciona, patrona di ogni lingua di terra strappata al caos delle acque. Abbondanza è una fanciulla giunonica, matura per la sua età. Passa tra bicchieri di vino e lo sguardo dei vecchi. Sacro e profano si mischiano, come nei locali affumati dai sigari e dalle chiacchiere, dove la regola è diffidare, perché "il Maligno si fa prete da vecchio". Il vecchio Zamboni ha soldi a palate, sposerà Abbondanza ma farà fatica a stare dietro alla sua giovane carne.

 

Erminia, la vedova che ha cresciuto come un figlio Angelo, protagonista del romanzo, parla a proverbi. Sa che "chi è in mare naviga e chi è a terra fa la muffa". Ma soprattutto conosce un segreto: "L’altezza del campanile non migliora né il corvo né la cornacchia", mentre la buona campana si sente anche da lontano.

 

Mario Caccavale è un maestro di scena, un ‘apparatore’ come si dice al Sud. Fa muovere i suoi personaggi dandogli penna e spazio, lasciando che siano quelle storie impossibili eppure tremendamente reali, a invadere occhi e lingua di chi si misura con l’isola che non c’è ma esiste sempre. Ad Acquaria quando qualcuno moriva, contagiava l’aria con una strana sindrome: soprattutto gli anziani avvertivano malesseri immaginari e si vedevano con i piedi nella fossa.

 

I  sopravvissuti al mare si chiudono con le loro storie e paure nelle case segnate dalle crepe. C’è una salsedine interiore che attacca la carne prima che le mura. Lo sa bene la signora Clelia, vecchia puttana che conosce le navigazioni della vita e sa spogliare uomini e donne perché capisce le persone dentro e fuori. Angelo dovrà faticare molto, tra Acquaria e Roma, per trovare la sua strada. O almeno di illuderà di averla trovata, nel suo personale viaggio a Itaca. Anche le sue mani hanno le righe di corda dei porti mancati, e anche per lui i bilanci – quando si ha il coraggio di tracciarli – danno il segno rosso.

 

Ai pescicani va tagliata la testa per fermarli. La disputa con il vecchio pescatore contiene sempre una domanda: "Conviene ancorare palamiti e tramagli al fondo o lasciarli fluttuare secondo le correnti?". Le isole sono come le navi, su entrambe si affaccia sempre lo spettro del naufragio.

 

Il medico Cavagna non crede nella medicina e neanche nel gallo di Esculapio (solo nella chirurgia e per ogni malanno vero e presunto fa abboffare i pazienti di aspirina), ma le sue parole sagge valgono più di intrugli e rimedi. Ad Angelo, che cerca la verità di una morte, il cerusico di poche e pesate espressioni, insegnerà: ci sono uomini "che sanno tacere parlando e sanno parlare tacendo".

 

Quando Erminia morì, davanti alla casa si formò un capannello di donne, "una mi si gettò le braccia al collo. E io sentii il profumo del pane fatto in casa". La verità non è mai bella, e a volte sa fare molto male. La verità scollina sempre, e parla spesso con la bocca dei nemici, che danno i consigli migliori.

 

Forse hanno ragione queste pagine di Mario Caccavale, che ancora una volta – dopo il successo di ‘Una notte, una vita’, ‘Vite doppie’, ‘Piano inclinato’ e altri romanzi che restano come modello di lettura a spettro di una storia diseguale - sa cucire realtà e finzione nel gioco della parola: l’arte e la scienza non spiegheranno mai perché ogni uomo scelga di vivere in un modo e non in infiniti altri modi possibili.

 

Salvatore Balasco

 

 


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