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14/10/19 ore

“Giuseppe Berto, la necessità di raccontare”, la bella eresia di Giuda Iscariota



La conoscenza come qualcosa di carnale. E una verità da trovare, perché abita nel cuore della storia. E’ questa la lezione dell’irregolare Giuseppe Berto, lo scrittore eretico che nella sua pagina inquieta fa parlare la cerca della bellezza e la paticità dell’esistere. Umanità e senso, un cerchio di luce da trovare dopo il labirinto della parola perduta. E le radici dell’umano che si incontrano lungo strade di pietra.

A raccontare l’eresia dela parola in Berto è il giornalista Gerardo Picardo, coautore insieme a Pierfranco Bruni e Mauro Mazza del saggio titolo Giuseppe Berto. La necessità di raccontare, edito da ProspettiveMeridionali, in questi giorni in libreria.

 

In Giuseppe Berto (Mogliano Veneto, 1914 – Roma, 1978), spiegano queste pagine, si vive un intreccio non solo letterario, ma anche esistenziale e psicologico tutto giocato tra amore e morte, come nei romanzi 'Il cielo è rosso', 'Il male oscuro', 'La cosa buffa', 'Anonimo veneziano', 'La Gloria'.

 

Il saggio propone una lettera inedita di Berto a Francesco Grisi con il quale aveva un particolare rapporto di amicizia. Gioca con la verità nuda, Berto. Lo fa in maniera sublime nel romanzo La Gloria, dove racconta il Cristo e Giuda, traditore per amore e necessità. Esplora i confini dell’umano, il mistero del tempo e della grazia, che pone a filosofi e poeti domande brucianti. Un pavimento a scacchi tra la vita e la morte.

 

“Scrivendo questo libro, ho pianto”, confessò Berto a un giornalista. I Vangeli costituiscono un esempio di altissima ‘teatralità’, ovvero di sublime condensazione narrativa. Sono racconti della Passione con estesa introduzione. Potrebbe essere questa una ragione per cui della figura di Giuda si è fatta la chiave della tragedia. Ai potenti signori della Sinagoga la cattura di Gesù, in quel momento o in un altro, non sarebbe stata abbastanza facile anche senza il ‘tradimento’ di Giuda? Non potrebbe dunque essere il protagonismo di Giuda l'enfatizzazione simbolica di una ben più complessa vicenda politico-religiosa?

 

La Gloria è l’ultimo romanzo di Berto, “composto quando la morte gli stava addosso e pubblicato nell’anno della sua scomparsa (1978), scrive il gesuita Ferdinando Castelli, e “assume pertanto il significato di un testamento. Lo scrittore ha trasferito nella vicenda dell’apostolo sentimenti e dilemmi che avvertiva e condivideva con gli uomini del suo tempo; il suo Giuda è contemporaneo di Gesù ma lo è anche di noi, tanto che cita Marx, Freud, Engels e Camus.

 

Solo chi ama la verità, può cercarla continuamente. “Ti ho seguito, Gesù, dal tradimento in poi, per tutti i passaggi della tua passione, del tuo martirio”, dice il Giuda di Berto. L’uomo che tutti credono aver venduto la carne di Dio, in queste pagine ha un dolore, chiede a se stesso e al cielo, muto, “come mai fosse più facile amarTi che crederTi”. Amare e non credere, il dramma dello zelota.

 

Berto sa che Gerusalemme è il terreno emblematico eppure salvifico che scorre nelle coscienze. Storia e grazia, amare e tradire sono una sola cosa. Tensione verso la verità, cammino verso il Golgota. Il segno dell’uomo e il dramma dell’Ora Nona, l’abbandono della Trinità che si ritira, silente, dinanzi a un Uomo appeso a una Croce, gridando il suo dolore. “Il calice è finito, stai per morire – dice Giuda nell’ultimo tentativo di capire - Dov’è il tuo padre? Ti esce dalla bocca il lamento di Davide, ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Non c’è risposta. Allora, con un urlo, rendi lo spirito. La terra si scuote più forte, il velo del Tempio si squarcia, corro verso la mia disperazione finale. O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi: Signore non ascoltare la mia voce”.

 

“La sua storia ha ancora confini aperti – scrive Picardo - e in compagnia di Giuseppe Berto, siamo tutti cercatori di senso in un’esegesi, letteraria e umana, sempre penultima nella terre della differenza”.

 

Salvatore Balasco


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