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26/01/22 ore

Ebraismo: ricostruire dalle macerie, il libro di Andrea Maori e Marta Brachini



Sembra quasi impossibile che un libro così piccino possa contenere tante informazioni interessanti. Eppure Ebraismo: ricostruire dalle macerie di Andrea Maori e Marta Brachini è un lavoro ricco e approfondito, sebbene tratti diversi argomenti in poche pagine.

 

Partendo da alcune missive rintracciate nell'archivio centrale dello Stato, Maori illustra la ripresa del mondo ebraico, soprattutto a Roma, dopo il terribile trauma della Shoà, con particolare riferimento agli aspetti dell'associazionismo e del dibattito all'interno della piccola comunità italiana sulle relazioni con lo Stato di Israele, svoltosi fino agli anni '70-80 del secolo scorso.

 

I dati erano già in gran parte noti e diffusi, ma l'insieme dei documenti pubblicati rende più comprensibile sia l'atmosfera del dopo guerra e dei periodi successivi, sia il lento, ma progressivo cambiamento che dalle difficoltà e drammaticità iniziali lasciano pian piano il posto alla voglia di ricostruire. Immediatamente dopo la liberazione di Roma da parte delle truppe alleate, infatti, la Comunità ebraica è semidistrutta: ancora non si conosce con precisione la sorte dei deportati, ma è ormai appurato che dalla capitale sono state prelevate con la forza più di duemila persone e di loro non si sa più nulla.

 

Chi è riuscito a scampare è soltanto perché ha trovato un rifugio sicuro lontano dalla propria abitazione. L'emergenza più grossa da affrontare, quindi, per la dirigenza duramente provata e ancora disorganizzata, che ritorna al proprio ruolo dopo i 9 mesi dell'occupazione nazista, è quella di sistemare le poche migliaia di ebrei sopravvissuti le cui case abbandonate erano state nel frattempo assegnate dalle autorità fasciste a sfollati provenienti da altre zone d'Italia. La situazione vissuta durante l'inverno 1943-44, seppure sinteticamente, è ben descritta dal Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche di allora, Davide Almansi, in una delle lettere pubblicate nel libro.

 

Contemporaneamente riprendono lentamente e parzialmente le attività intellettuali e la comunicazione (rinasce il settimanale Israel, fondato nel 1916), si organizza l'assistenza dei profughi, dei sopravvissuti e di chi è intento a ricostruire lo Stato di Israele, vengono fondati associazioni e movimenti giovanili.

 

Negli anni successivi, sempre secondo quanto illustrato da Maori, la polizia e il Ministero dell'Interno sembrano interessati maggiormente al movimento migratorio verso Israele (influenzati, a volte, da una sfumatura di vetero pregiudizio antisemita), all'organizzazione per l'accoglienza dei profughi dalla Libia (1967), alle manifestazioni che chiedono la libertà per gli ebrei sovietici (1970) e, soprattutto, al dibattito nei movimenti giovanili (anni '70-'80).

 

A tutto ciò si allaccia il saggio, altrettanto interessante, di Marta Brachini, nel quale, dopo una breve introduzione per collegare i due argomenti, prende in esame due grandi quotidiani della sinistra italiana, l'Unità e il Manifesto che, fra la fine degli anni '60 e gli '80 espressero un'ostilità pregiudiziale sempre più crescente nei confronti dello Stato di Israele, dando voce a quell'antisionimo il quale, come ben dimostra l'autrice, usava lo stesso linguaggio e gli stessi stereotipi su cui si era precedentemente basato il classico antisemitismo.

 

Ostilità che, lentamente e leggermente, cominciò ad attenuarsi a partire dal 1991, anno di nascita del Partito democratico della Sinistra.

 

Elena Lattes

 

 


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