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04/12/22 ore

Poesì di Rino Mele. Terrificante veder morire



La guerra, parola per i Russi impronunciabile, è iniziata giovedì 24 febbraio. Il 18 marzo a Mosca, nello Stadio Luzhniki, il Presidente della Federazione Russa, Putin, ha tenuto un discorso durante il quale imprudentemente ha citato il Vangelo di Giovanni (capitolo XV, versetto 13), le parole di Cristo durante l'Ultima Cena: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici".

 

 

 

 

 

RINO MELE

 

 

 

Terrificante veder morire

  

Terrificante veder morire.

Chi uccide scava nel sangue della vittima che 

vorrebbe gridare, sbianca, 

le parole fuggono, restano nudi i pensieri 

impediti di significare l’orrore:

Il volto di chi uccide è così vicino, guarda 

gli occhi e cancella. 

Resta come un dolore

dall’altra parte della vita, dove la guerra 

danza,

e i morti nello sprofondo - che devono continuare 

ad attraversare - coi piedi tagliati, 

senza braccia, vorrebbero non essere nati.

Nello specchio 

di un buio teatro, in uno stadio, Vladimir Putin

si prova un cappello, un piccolo elmo, una corona 

di spine: al tavolo dell'ultima cena, gli apostoli, 

il vento 

s’alza come la storia e scompare. 

Mentre la guerra strazia i corpi, e ne tira fuori 

l’anima, 

il Presidente della Federazione Russa, cita 

il Vangelo di Giovanni, Cristo ha già dato del pane 

intinto nella salsa 

a Giuda che è uscito nella notte, poi 

ha parlato con Pietro, gli ha ricordato di quella 

notte il gallo, 

pronto a svegliare col suo canto. Tommaso 

gli ha chiesto la via che porta alla casa del Padre, 

“Sono io quella via", risponde Cristo. 

E’ una cena, l'ultima, 

nell’esperienza della fine. 

Filippo lo aveva sfidato: “Facci vedere

il Padre” e, come un acrobata, Gesù lo tira in alto, 

nella vertigine, gli dice di guardarlo: che lui è 

nel Padre come il Padre

è in lui.

Cristo fa da ponte, chiede ai discepoli di passare. 

In questo sublime set del film della morte di Dio 

irrompe il presidente Putin, 

tra un missile e uno stupro delle sue milizie, 

la distruzione di una scuola, con gli scolari 

stupìti di morire, 

dice le parole di Cristo

come fossero sue, le sporca con la guerra atroce,

le trascina dopo averne fatto strazio: 

“Non c’è", ripete “Non c’è", “Non c’è amore 

più grande che dare la vita per i propri amici”. 

Putin entra nel Vangelo, ne esce 

come da una porta 

girevole condannato a rientrare. Scorrono 

invisibili i fiumi in Ucraìna, il Dnepr, 

il Danubio, il Donec, il Dnestr, sono le vene di 

una mano: ma altre vene 

appaiono dove 

- nell’artificio psicotico della guerra - qualcuno 

a ogni istante muore, un bambino, una ragazza, 

un soldato disorientato. 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

  

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