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23/09/20 ore

POESÌ di Rino Mele. La Flagellazione di Piero della Francesca



Nel 1995, Giorgio Barberi Squarotti pubblicò su “Astolfo”, quadrimestrale del Centro Universitario di Torino, un mio breve poema, La dolce apocalisse.

 

Di quei 295 versi ripropongo su “Agenzia Radicale”, con una variante, una piccola parte. In cui evoco La flagellazione di Piero della Francesca, del 1455 e, degli stessi anni, sempre su tavola , la Flagellazione del Beato Angelico, prezioso pannello dello stupefacente Armadio degli Argenti.

 

 

 

 

Rino Mele

 

 

La Flagellazione di Piero della Francesca

 

 

Ho visto

il carnefice inarcato alzare il flagello, le strisce 

di cuoio rafforzate di ferro, e l’ombra 

sulla colonna. Poi ho dimenticato.

Il cortile è vuoto. Non ha pareti, 

passaggi segreti, tende, corridoi neri .

Freddo d’aria il loggiato

che il flagello riempie, 

(la scala s’arresta,

la colonna alla quale tuo fratello è legato).

La stanza, palazzo del re ucciso 

o labirinto (cur fratris vacat?), 

è un campo aperto senza grano, spighe, covoni, 

le falci mietono l’aria, i papaveri. La cella - il freddo 

che prende il corpo - è murata, il Minotauro

l’ha divorata. Non sa di sapere se ha pianto,

vorrebbe poter vedere la corta spada 

che gli s’avventa, che lenta 

s’allontana e tenta per riprender forza 

(il regista ripete la scena, è impreparato 

alla morte dell’attore, sperava 

nel personaggio, nella sua frequente 

resurrezione, lo sostituirà con una comparsa 

che non conosce il dramma, il dialogo 

su cui cade il sipario). Beato Angelico

aveva disegnato lo stesso strazio 

in un quadrato, una stanza che stringe 

il soffitto al pavimento, la terra,  

i segni trafitti, la tomba, un sarcofago, un letto. 

I carnefici hanno il braccio alzato. La fune, 

le mani a croce. Dolor meus.  Non c’è nessuno 

a spiare dal muro tagliato. Sulla collina

un soldato tiene ferme le scale.

Il mondo non è un teatro, è un cratere, 

all’entrata c’è un portiere, un gatto 

che segna sulla schiena col gesso 

una croce, un segno, il numero 

della tomba, un verme 

che s’ingrossa nel suo colore. Margherita 

uccide Faust appena le si presenta, 

Mefistofele canta come Fred Astaire,

in americano. Un inquisitore cieco 

cerca di tirare il sipario, chiama 

a testimoniare sulla morte del professore,

non crede alla finzione, ma inciampa 

e finisce sotto i piedi del diavolo che danza. 

C’è un puzzo atroce, il riso 

dei morti e le rose. Tra un atto

e l’altro il dramma è scordato, gli spettatori

si baciano, incastrano nella bocca del vicino

i denti malfermi, vomitano lattice amaro,

si guardano sfiniti, escono a stento, chiudono

dentro le sciarpe il vento.

Il lago è ghiacciato sul piccolo

televisore, la Pizia corre sulle mani.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

 

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