Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

20/11/19 ore

POESÌ di Rino Mele. La valigia vuota



Pochi giorni fa, il 2 ottobre, a Vallo della Lucania nel Cilento, una giovane donna ha chiamato il 118. L'hanno portata in ospedale. Nella sua abitazione (viveva sola e la sua professione era quella di badante), in un armadio è stata scoperta una valigia, dentro v’era una grossa busta di plastica, in essa delle asciugamani e in quelle il corpo morto di un bambino appena nato. Cosa rimane di noi nello sguardo di un altro? Siamo "come il pezzo di muro rimasto in piedi dopo lo scoppio di una bomba", dice Philip Roth in "L'animale morente", 2001, parlando di un suo personaggio, George, ancora vivo della sua morte inconsumata.

 

 

 

                         

 

 POESÌ di Rino Mele

 

  

La valigia vuota


La bocca s'apre in mezzo al viso, sembra di

gomma, ingoia, sputa, dice

parole,

ha baciato (anche per gioco) tante volte, e vomitato altre. Il corpo

invece è nascosto,

coperto, come fosse di un altro,

o già morto. È quell'urlo afono prima della nascita

cui non apparteniamo più: desidera

desiderato, ha paura 

d'essere colpito, assassinato,

cerca un notturno mare per farsi dimenticare.

La bocca rivela quello che il corpo

non sa (bevi troppo in fretta l'acqua che ti scorre sul mento,

vorresti parlare, bere e respirare, poi la paura

t'invade, fuggi,

uccidi,

torni indietro a vedere

quel che resta di te

nel volto che minacciava ridendo).

Dalla bocca nascono i pensieri, le parole, il suono che

trattiene il discorso,

lo storce

nella voce. Poi diventa muta se il dolore la chiude

in un muro di calce.

 

È così antico il gesto di questa donna che ha messo nella valigia

il proprio corpo e quello

del figlio da uccidere: un suicidio deviato col quale

rifiutiamo il delirio del rapporto verticale

da cui veniamo.

Siamo alberi ansiosi di svellere le proprie radici. Resta sul vetro

il segno

dell'inganno di una bocca, lo scuro enigma del sangue.

 


 __________________________

 

 

Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

 

 

Leggi l'intera sequenza di POESÌ