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14/10/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Violenza e desolazione della violenza



"Io so che sulla terra non è possibile sopprimere la violenza; io so che la lotta per il potere divide l'uomo dall'uomo, dovunque uomini abitino l'uno accanto all'altro". Questo dice l'imperatore Augusto a Virgilio in un tesissimo dialogo sul potere, nell'indimenticabile libro di Hermann Broch, "La morte di Virgilio", del 1958.

 

 

 

 

 

POESÌ di Rino Mele

 

 

 

Violenza e desolazione della violenza

 

Come su una lavagna

stiamo sempre

a cancellare, eliminare con la dimenticanza tracce avare - pus

e sangue - dei corpi amati, di un nome, pronti a fare a noi il più aspro male

per salvare l'irresponsabile paura, l'ansia

che ci assale. Quando Caino

con una grossa pietra ripetutamente colpì il volto d'Abele lo vide ridere nel sangue,

chiuse gli occhi

pensando di dargli il tempo di fuggire,

li riaprì e se lo vide davanti, non morto

non vivo, 

come l'acqua che il gelo trattiene e nasconde, allora fu lui a correre lontano,

nell'orrore

che ora sarebbe rimasto solo, e non avrebbe potuto mai più riconoscersi

nell'altro,

sfidarlo a correre sulla rena,

gettargliela negli occhi, scambiarsi

la voce per gioco. Capì che l'ucciso non scompare ma si rifugia

nella tua voce,

nel tuo respiro che s'ammala:

lui non va via, ti resta accanto, dovrai portartelo sulle spalle, sopportarne

ogni istante

il peso ostile, sentire la sua voce di morto squittire

nel tuo sonno,

mentre ti chiede di scaldargli il cuore.

In ogni uomo, stretta in un dolore che non può liberare, è la figura binaria

del padre e del figlio,

un contrasto aspro che disorienta: ti trovi sempre dove non credi di essere, malato

di te stesso, del male

in cui ti riconosci ripetendo il tempo ferito, dici "io"

e siete in due a parlare, il padre e il figlio.

Isacco - la legna legata sull'asino

per salire il monte lontano - e Abramo camminarono tre giorni, il padre gli brucia il

sangue per farne arrivare l'aspro odore 

a Dio che gli mette il coltello in mano, glielo toglie,

lo spoglia,

e riveste, getta

il suo corpo nel fiume.

Gridi di annegare,

ma sei nel deserto dei tuoi consumati passi a morire di sete.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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