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17/10/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Sentire sparare in ospedale



Nella notte di venerdì 17 maggio, alle 2.20, nell’ospedale "Vecchio Pellegrini" di Napoli, era stato appena portato al Pronto Soccorso un giovane ferito alle gambe, che l'anno scorso aveva partecipato all'aggressione  di un quindicenne e per la quale era stato, a suo tempo, arrestato. Si chiama Vincenzo Rossi che una ragazza e un ragazzo (leggermente feriti) hanno trasportato con una Fiat, da via Toledo, poi subito allontanatisi. A questo punto la scena si rovescia, diventa orrore, trasforma l'ospedale nel delirio che gli si oppone. Mentre Rossi sta ricevendo le prime cure, entra in scena l'incubo, tra i malati appare un personaggio, coperto da un casco integrale "scavalca la sbarra di protezione, entra, percorre qualche metro e spara più volte con una pistola calibro 9" (dal "Corriere della Sera" di oggi, sabato 18).

In uno dei ventisei dialoghi sul mito - Dialoghi di Leucò, 1947 - di Cesare Pavese, un'amadriade e un satiro parlano sullo sfondo di un diluvio che tutto ha sommerso, il satiro parlando dei mortali, chiusi nelle pareti d'acqua, dice: "Nessun mortale sa capire che muore, e capire la morte".

 

 


 

 

                       POESÌ di Rino Mele



Sentire sparare in ospedale

 

Appena guardi un altro e vedi

d'essere guardato, e che ti somiglia

e potrebbe ucciderti (pensi, pensando di farlo), allora sai che, anche

lontani,

dovrete respirare la stessa aria, sottrarvi il desiderio dalle mani,

nascondervi il coltello

e il pane.

Ognuno sta davanti alla notte degli altri. Vorrebbe, oltre le parole, farsi

perdonare. Intanto, la pioggia non dà tregua, arriva coi morti

quello che non ricordi del tuo passato, si accumula

come letame abbandonato. È l'inizio

che non è mai cominciato, quelle notti in cui senza difesa sentivi un

cane leccarti, azzannarti e dolcemente

trasportare il tuo corpo nudo in un diverso angolo del delirio.

……..

Le buie scale dell’infanzia - sempre verticale l'ansia - in cui

dipendevi protervamente da altri, erano come una nave

da cui non potevi scendere: poi, non

la riconosci più, diventa l'isola

dove resti prigioniero per sempre: e dal grande foglio cominci a

cancellare (piano, con affanno) il tuo volto.

........

Il cane dietro la maschera

è un bambino nudo che grida,

morde

e viene morso. Non comprende da dove venga quel dolore, la pioggia

fredda, la stanza,

Il tetto aperto che non dà riparo

........

Nella Deposizione del Pontormo, 1528, le braccia scendono il corpo

ucciso, lo reggono come da una scala che non c'è e

giri (in un vortice): non ha bisogno della croce per esserne schiodato,

tolto dal legno,

dalla piaga putrefatta del dolore: il livido tremore.

........

I sentieri s'intrecciano e si sottraggono al tuo passo, stringono i tuoi piedi

in un nodo,

Un argano ti tira in alto a testa in giù, il carnefice ha il volto di un tuo

amico morto, non parla e non sa ricordare. Sull'altra parete,

San Sebastiano sorride, stacca le frecce, le infigge

di nuovo, con cura, nelle ferite,

come in un restauro. Tutto è ripetuto per poter morire.

……..

La paura di trovarsi chiuso nel proprio nome, il grido ostinato

con cui chiedi aiuto.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

 

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