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19/05/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Il padre e la guerra



Abbiamo tutti l'immagine di Trump e di Kim Jong Un, al deludente vertice di Hanoi appena concluso, con sullo sfondo - linea di confine - la nebbiosa minaccia della guerra nucleare che, insieme a quella del clima, rappresenta la più feroce vergogna che la nostra specie ha creato per sé con infinita impudenza. In questi versi, come un’ombra chiara, la testimonianza di uno dei maggiori psicoanalisti, Franco Fornari, che con la sua opera(ricordo appena Psicanalisi della guerra, Feltrinelli 1966,Psicanalisi della guerra atomica, Edizioni di Comunità, 1964,Psicanalisi della situazione atomica, Rizzoli, 1970) più di tutti ha scavato nell'urlo omicida della guerra. L’incubo terrorizzante della guerra atomica esaspera i conflitti locali. Da quando, precipitando nel linguaggio, la specie umana s’è separata da se stessa è mossa dal senso di colpa che continua a spingere all’autodistruzione, e abbiamo già distrutto ciò che non abbiamo cessato di amare: “Ognuno porta dentro di sé uccisioni silenziose e nascoste” scrive Fornari in Psicanalisi della guerra. Al verso 13 dico che il padre “è il primo straniero”, ed è una citazione da Géza Roheim (“Il padre è il primo straniero nella vita del bambino e lo straniero è sempre il padre”). Infine il verso 9, la battaglia di Campaldino, dell’11 giugno 1289, in cui Dante si trovò tra i combattenti a cavallo, della prima schiera.

 

 


                    

 

 

     POESÌ di Rino Mele


 

Il padre e la guerra

 

Quale colpa c'inabissa con la morte del padre. Lo cerchiamo inutilmente

tra le ombre,

così Enea guardò in quei vuoti occhi il destino,

ne risentì la voce, s’interruppe il suo sangue

nel pianto,

cercò d'abbracciarne le ossa (sentì scricchiolare la scala di legno

poggiata all'albero di un muto giardino):

Dante non osò cercare il padre

nel suo precipitare verso Dio, gli rimase il disgusto della guerra,

Campaldino, in cui forse uccise, e una sola morte

le vale tutte.

Cos'è la guerra se non il ritorno di quel volto, il padre

che ti chiede conto della vita che

gli hai tolto e che è come rispondere di quella che ti ha dato,

è il primo straniero

che incontri,

Il nemico che impari ad amare.

Somiglia alla guerra il contagio, l'epidemia, la peste,

è la devastazione cui giunge ogni amore

e il suo contrario.

Liberiamo la scacchiera dagli stupidi pezzi del gioco, il re, la regina, 

gli alfieri sgomenti,

i cavalieri sui cavalli impennati, per capire

l'anima stracciata della guerra, e riuscire a scorgere, 

sulla superficie della scacchiera, gli oggetti del delirio: un estremo

amore, l’aggressività che gli s’oppone,

la colpa

che ne deriva, come dalla vena aperta il sangue

mentre s'oscura.
Coi suoi ordinati soldati di terracotta

nell'immane tomba di Qin Shi Huang si stravolge il pensiero 

di ogni guerra, la paranoia 

del suicidio, 

uccidendo. Il sangue

sparso nel suo lago: i soldati di terracotta

sotterrati a schiera, fermi nella ripetizione dell'uccidere uccisi.

La guerra

si fa terra, si rovescia in se stessa, diventa solco, copre il vuoto

e il volto.

Della morte fa continuo delirio, interminata e sfinita.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

  

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