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17/06/24 ore

Come realizzare uno scempio: Romanzo Radicale, io sono Marco Pannella



di Giuseppe Rippa 

Luigi O. Rintallo 

 

Dopo aver visto su RAI 3 il docufilm Romanzo radicale: io sono Marco Pannella, diretto da Mimmo Calopresti e sceneggiato da Monica Zapelli e Luca Lancise, due sono state le reazioni.

 

La prima, fisica ed immediata, era assimilabile alla chiusura dello stomaco, preludio di quei conati che si manifestano di fronte a uno scempio o a una grave ingiustizia; la seconda – più meditata – ha trovato formulazione in un interrogativo: ma per un ventenne di oggi cosa resterà della figura di Pannella, dopo la sua visione?

 

Perché la Rai ha realizzato Romanzo Radicale, questo docufiction interpretato da Andrea Bosca, coprodotto da Rai Fiction e Italian International Film, prodotto da Fulvio e Paola Lucisano con Paola Ferrari?

 

Per capire il senso di questa operazione - parliamo della costruzione di questo docufilm e non della interpretazione e delle intenzioni della produzione esterna alla Rai, ma della struttura con cui è stato realizzato questo scempio che è chiaramente una intenzione tutta politica di provare ad impedire che qualcuno possa capire (in particolare le nuove generazioni) il reale ruolo politico di Marco Pannella nella storia di questo Paese -, proprio per comprendere ciò non si può non ricorrere al fatto che la Rai è stata di fatto la “segreteria politica” del sistema partitocratico: fino a che esso è durato e ora mantiene intatto il suo scopo di essere la voce del potere, nelle forme confuse e squallide in cui oggi si definisce, nel rappresentare appunto la summa di tutte le istanze corporative che sono il frutto velenoso e antidemocratico lasciato in eredità dalla reiterata assenza di Stato di diritto e di democrazia liberale.

 

Dunque cosa dovrebbe mai capire oggi un ventenne di questa storia dopo questo scempio? 

 

Di certo non avrà nemmeno una pallida idea in cosa sia consistito il ruolo politico di Marco Pannella nella storia della Repubblica italiana. In compenso incasellerà il leader radicale a metà fra un gioioso provocatore, attraversato tuttavia da un disagio esistenziale irrisolto, e un velleitario predicatore di buoni sentimenti.

 

Un modo forse meno brutale delle censure totalitarie verso chi è scomodo, ma altrettanto demolitorio e, al tempo stesso, rassicurante per quel sistema di potere che Pannella contrastò appunto radicalmente. Il dato di fatto è comunque che il Marco Panella visto sulla Rai è totalmente estraneo a quello reale ed appare come i fantocci dei musei delle cere, privo di vita e forza.

 

Immagini e sequenze delle parti di fiction contribuiscono a edulcorarne il profilo, neutralizzando la sua carica di alterità per conformarlo alla narrazione omologata sull’odierno pensiero unico all’insegna della vulgata politicamente corretta che, in questi ultimi anni, è riuscita a dirottare la lotta per i diritti civili sul binario morto della fatuità.

 

Per portare a termine un compito del genere era necessario oscurare la vita e le iniziative politiche di Pannella e così si è fatto, ricorrendo allo stratagemma di dedicare ampio spazio ai primissimi anni (1966-1974) saltando a piè pari i quarant’anni successivi. Il docufilm si apre ricordando il tentato suicidio per poi descrivere in dettaglio la battaglia in favore del divorzio e infine si conclude con Pannella ottantenne, accudito e condotto al mare, dove fa un’ultima nuotata simbolica dell’amore per la libertà.

 

Cancellato completamente il periodo che corre dalla fine degli anni ’70 agli anni 2000. Sparita la denuncia radicale contro la truffaldina emergenza delle Brigate Rosse, usata dal regime per conculcare le prospettive di libertà aperte dalla stagione dei diritti civili. Sparita la tragedia del 12 maggio 1977, con l’uccisione di Giorgiana Masi, il “morto” a lungo cercato per giustificare il massacro dello Stato di diritto delle leggi emergenziali prodromo dello straripamento di potere della magistratura.

 

Né di sicuro compare il Pannella preso a pugni dal militante del PCI, per lesa Resistenza dopo la polemica sulla “inutile strage” di Via Rasella o quello che combatte in solitudine per la salvezza di Aldo Moro, portando in Parlamento Leonardo Sciascia costretto in seguito a difendersi dalle diffamazioni di comunisti e coordinamenti anti-mafia. Nemmeno un cenno sul caso Tortora, accusato ingiustamente, così come sulla lotta per la “giustizia giusta” se si esclude qualche inquadratura sotto le carceri agitando cartelli pro-amnistia.

 

E poi all'inizio degli anni '80 la battaglia contro lo sterminio per fame nel mondo (prodromo delle drammatiche epocali emigrazioni con tutta la carica di morte e destabilizzazione che oggi comporta).

 

A rafforzare il necessario bisogno di imbalsamare il Pannella politico due esempi. Il sito Dagospia, nello stile che gli è proprio, aveva ripubblicato (da altri siti) una recensione che già nel titolo diceva tutto: “Romanzo Radicale… schifezza epocale”! Bene chi oggi voglia leggere questa sottolineatura “critica” non lo troverà più su Dagospia (ma potrà leggerla sul sito mowmag. com che aveva prodotto la recensione), forse anche perché un attacco così non era utile ed era forse rischioso economicamente a quel frullatore di sistema e di gossip.

 

Vi sono poi state delle interpretazioni più benevoli, perché no anche sincere, ma decisamente iscritte nella interpretazione del politicamente corretto e poco pasoliniane, che appunto Pier Paolo Pasolini intuiva come incanalate nel ruolo che intellettuali “pseudo progressisti” dovevano assumere e hanno poi assunto rispetto al potere: essere i nuovi chierici del potere stesso.

 

Ecco appunto una pur sincera puntualizzazione di Margherita Fratantonio sul sito TaxiDrivers “… Tra la dimensione pubblica a tratti sopra le righe e quella privata più discreta, Calopresti ha costruito l’immagine poetica di un uomo politico unico nella storia d’Italia. Lo ha reso sempre sorridente, sia mentre mangia piatti doppi di pasta asciutta con gli amici, sia quando sogna le lotte a venire… Quasi non interessassero più, ma forse non interessano, davvero, quelle soluzioni creative (e anche buffe) inventate per accentrare l’attenzione. Non c’è il leader che teneva in scacco il parlamento con i suoi interventi fiume, che s’imbavagliava alla Rai per le sue proteste silenziose.

 

Insomma, non ci sono le stravaganze che ne hanno fatto un personaggio eccentrico. Solo il suo sguardo da sognatore, di benevolenza e visionarietà, forse gli aspetti di lui che più restano, accompagnati dal successo delle sue e delle nostre battaglie…”.

 

A rafforzare l’ipotesi della manipolazione costruita di proposito vi è poi il ridotto ricorso alle immagini di repertorio, abbondanti nell’archivio RAI: meglio non far sentire la voce vera di Pannella e meglio sostituire il suo volto con quello di un attore, che per giunta somiglia allo scienziato di Ritorno al futuro tanto per accreditare ancor di più la convinzione di aver a che fare solo con uno “stravagante” che per caso ha incrociato gli eventi politici e storici dell’Italia del secondo ‘900. 

 

L’operazione censoria è stata condotta a termine, con certosino impegno nel realizzare al contempo un processo di falsificazione, cosicché gli spettatori non possano avere la benché minima cognizione dell’alterità radicale e di come proprio in essa risiedano gli anti-corpi per contrastare la crisi che attraversa il Paese.

 

Deturpare e deformare il personaggio Pannella, la sua azione politica e i molteplici obiettivi che con quell’azione perseguiva, è indispensabile per cancellare finanche l’alternativa possibile che si è offerta e si offre tuttora all’Italia.

 

 


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