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19/08/19 ore

Le leggi razziali fasciste e gli ordini professionali



di Gerardo Mazziotti (*)

 

Le leggi contro gli ebrei volute da Mussolini nel 1938 furono una infamia anche contro gli italiani che non hanno mai nutrito sentimenti antisemiti. Soltanto la Chiesa cattolica li osteggiò e perseguitò perché li considerava “ il popolo deicida” che aveva chiesto e ottenuto la crocifissione di Cristo. E solo nel febbraio 2009 papa Benedetto XVI chiese perdono agli ebrei.

 

Ribadita la vergogna  di  quelle leggi va però detto che, mentre  Hitler allestì i campi di sterminio e Stalin li mandò a morire nei lagher siberiani Mussolini non ha costruito alcun campo di concentramento per gli ebrei italiani. I quali furono catturati e inviati nei lagher nazisti dopo l’8 settembre ’43 quando l’esercito tedesco e le SS occuparono l’Italia dalle Alpi a Napoli.

 

È un fatto storicamente accertato e basta un rapida ricerca su Internet per averne conferma. Oltre al famoso “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, ispirato a una storia vera, e al film che ne è stato tratto da Vittorio De Sica.

 

Tra quelle leggi c’è la n. 897 del 25 aprile 1938 con la quale veniva stabilito che “Possono esercitare la professionale solo gli iscritti ai rispettivi Albi provinciali(una condizione che non c’è nelle leggi istitutive degli Ordini del 1923).Non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale, civile  e politica”.

 

Questa legge non è stata abolita dal Parlamento repubblicanoè ancora vigente anche se non applicabile perché tutti i laureati che intendono svolgere attività professionale (compresi gli ebrei, gli omosessuali e gli antifascisti, ovviamente) si devono iscrivere agli Ordini provinciali, dopo aver superato l’esame di Stato.

 

Non è stata abolita perché tutti i partiti sono succubi dei Consigli degli Ordini (potentissimi quelli degli avvocati e degli ingegneri che mandano in Parlamento molti loro rappresentanti) che sono terrorizzati dalla soppressione della obbligatorietà della iscrizione agli Albi… Perché  tutti si cancellerebbero. Anche per non pagare una tassa esosa.

 

Ha scritto Luigi Einaudi“ Non necessariamente bisogna abolire gli Ordini, basta non renderne obbligatoria la iscrizione. Potrebbero rimanere per coloro che li considerano di una certa utilità”.E con Einaudi si dichiararono d’accordo Ugo La MalfaGiorgio AmendolaMarco PannellaGiorgio BoccaEnzo BiagiIndro Montanelli. E tantissimi altri.

 

Ma io continuo a insistere da 40 anni invocando il rispetto dell’art 18 della Costituzione secondo il quale “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazioni, per fini che non siano vietati si singoli dalla legge penale”. 

 

Quando contesto le correnti ideologiche dei magistrati mi si risponde (Pier Camillo Davigo) che l’art.18 gli dà questo diritto. E io replico che questo diritto è negato ai professionisti italiani.

 

Ha scritto su Agenzia Radicale del 14 aprile 2014 del direttore di Agenzia Radicale e Quaderni Radicali Geppy Rippa, ex deputato e ex segretario del partito radicale,  “Fu proprio Gerardo, sul numero 64.65.66 di Quaderni Radicali, a spiegare, con un documentato excursus storico, come proprio il regime fascista creò nel ’23 gli Ordini professionali per controllare il dissenso e con la legge 897/38  impedì agli avversari politici e agli ebrei di esercitare qualsiasi professione. Una legge vergogna che, non ostante le battaglie decennali di Gerardo e di altre personalità della politica e della cultura,  è ancora vigente”.

 

Perciò trovo demenziale continuare a ricordare le leggi razziali fasciste del ’38 per contestare Mussolini e l’intero Ventennio. E anche quelli che ricordano “le cose buone” (le grandi opere pubbliche, le istituzioni e le leggi) fatte dal fascismo e gelosamente conservate dall’Italia repubblicana.

 

E, sopratutto, trovo vergognoso che il Parlamento si ostini a conservare la legge 897 del 25 aprile 1938, peraltro palesemente anticostituzionale…

 

Gerardo Mazziotti, architetto, storico, premio internazionale di giornalismo civile 2008

 

 


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