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21/07/17 ore

Nonna, m'hanno fatto un buono, ovvero il piano nomadi della giunta Raggi



di Camillo Maffia e Gianni Carbotti

 

È ufficiale: i rom saranno finalmente inclusi nella Capitale e potranno dirsi romani a tutti gli effetti. Il Comune, infatti, promettendo di "superare i campi nomadi" distribuendo buoni-affitto, consentirà finalmente ai rom di dire, come l'indimenticabile Carlo nel celeberrimo film Bianco, Rosso e Verdone uscendo dalla farmacia da cui sperava di farsi rimborsare il costo dei medicinali erroneamente acquistati: "Nonna, m'hanno fatto un buono, che vor di'?". Superfluo riportare la prevedibile risposta della sora Lella: "Che te la piji nder culo".

 

C'è tanta romanità in questo, che non potranno non sentirsi inclusi e ammessi a pieno titolo nella grande tradizione popolare della città. Certo saremo tacciati di cinismo, ma mettiamola giù in maniera diretta: affittereste la casa a un rom che abita in un campo nomadi? Certamente qualcuno di voi dirà: “Sì, se ha le referenze e le garanzie, perché non scelgo gli inquilini in base a discriminazioni di tipo etnico”.

 

Ma se la domanda fosse invece: affittereste la casa a un rom che abita in un campo nomadi e vi mostra un buono-affitto comunale che dura al massimo un paio d'anni? Chiunque di voi risponderebbe: “Neanche se mi ammazzano, perché una volta che il Comune gli leva il sostegno per qualsiasi ragione io che faccio?”. Allora si dà uno sguardo al Piano, si notano le clausole e i termini del progetto: il rom che s'è impegnato a portare avanti il "percorso d'inclusione" col Comune, se si comporta male e viene meno ai suoi obblighi perde i benefici.

 

Un fatto logico, giusto: chi lo può negare? Ma l'affittuario la pensa diversamente. Infatti si domanda: se il rom a cui ho affittato casa perde i benefici, l'affitto chi me lo paga? E se il tipo in questione nel frattempo ha fatto un figlio e c'è un neonato, io come faccio a mandarlo via? Siamo sinceri, sono i problemi che chiunque si porrebbe e non avrebbe neppure tutti i torti. Quale Giunta riterrebbe mai una soluzione valida dare 800 euro al mese al residente di un campo nomadi per pagarsi l'affitto?

 

Se Petroselli avesse pensato di sistemare così i baraccati di Roma, questi sarebbero ancora nelle stesse condizioni in cui si trovavano negli anni Settanta. Per di più, i cittadini si arrabbiano e chiedono per quale ragione un rom povero avrebbe diritto a un contributo per un alloggio, mentre un indigente di altra etnia no.

 

Risponde l'amministrazione: "Perché noi stiamo usando i fondi europei destinati ai soli rom in base alla Strategia nazionale d'inclusione". Ma non è vero, è una bugia. Stanno usando ben 3.800.000 euro del PON Città Metropolitane, destinati a tutti i residenti del territorio, mica solo ai rom. Certo, esistono fondi UE destinati alla Strategia, ma Roma non li ha mai richiesti perché, nonostante l'assessore affermi il contrario, non ha mai voluto applicare la Strategia, in base alla quale avrebbe dovuto seguire un iter preciso che si è rifiutata d'intraprendere, obbedendo a criteri di collegialità e trasparenza che la Giunta ben si guarda dal rispettare, e di conseguenza non può accedere al denaro già stanziato per i rom.

 

La soluzione dunque gli pare semplice: prendere i soldi del PON Metro già disponibili, tanto sono sempre europei. È ovvio che non ha alcun senso. Immaginiamo una vedova che ha tre figli. Tutti e tre hanno diritto alla pensione del padre, mentre uno solo di loro può accedere anche a un contributo d'invalidità. Se la madre, anziché richiedere il sussidio per il figlio disabile, piglia la pensione e la versa tutta a lui, è chiaro che abbiamo a che fare o con un'ubriaca o con una donna in malafede, perché quale ragione plausibile avrebbe per non richiedere la pensione destinata al figlio malato, commettendo per di più un'ingiustizia ai danni degli altri figli? Il Comune, qui, fa una cosa analoga.

 

Anziché prendere i soldi stanziati per i rom dall'Unione Europea, acchiappa i fondi del PON e d'arbitrio li impiega tutti per un superamento dei campi che non avverrà mai, com'è evidente dal modo stesso in cui è strutturato. Perciò la conclusione non può essere che analoga a sua volta: o la Giunta capitolina agisce così per incompetenza (ma è improbabile, perché assessora ed esperta sono estremamente competenti) oppure ci dev'essere qualche ragione particolare per cui non vogliono applicare la Strategia e accedere ai fondi strutturali appropriati.

 

E qualunque sia questa motivazione, è difficile ipotizzare che possa essere edificante, visto che non la rivelano. Dicono che stanno applicando la Strategia mentre non l'hanno neppure avviata e i fondi utilizzati sono altri. Le amministrazioni locali dovrebbero convocare un Tavolo d'inclusione nel rispetto delle componenti istituzionali e dei parametri previsti, elaborare dei progetti conformi che, seguendo gli opportuni schemi di governance, dovrebbero giungere così sulla scrivania dell'UNAR, il Punto di contatto che può sbloccare i miliardi già stanziati dall'UE che attendono solo di essere utilizzati dal 2012.

 

Ma la Raggi, a far questo, non ci ha neppure lontanamente pensato. Il "Tavolo consultivo" convocato dalla Baldassarre con la delibera dello scorso dicembre esce, per così dire, dal cilindro del Movimento 5 Stelle, e non trova alcun riscontro nelle procedure. Al contrario, è il paradigma dell'inutilità, perché il Comune ha già di per sé diritto di consultare chi gli pare e piace: se vuole chiamare le consultazioni "Tavolo", ne ha facoltà; può chiamarle pure "scrivania" o "sgabello", ma questo non significa che stia rispettando gli impegni presi dall'Italia in sede europea - significa, piuttosto, che sta menando il can per l'aia.

 

Eppure in questi giorni, messa di fronte all'implacabile imperversare delle critiche, la Baldassarre risponde che sta utilizzando i fondi europei, che di certo non avrebbe mai ottenuto con un piano così insensato e difforme dalla Strategia nazionale d'inclusione, per chiudere due campi: La Monachina e La Barbuta, in cui risiedono circa 800 rom. In ogni caso, la replica della Baldassarre non è solo illogica: offende le basi della logica classica, perché confonde la circostanza con la causa, mischia un cum hoc con un propter hoc.

 

La causa delle critiche è lo sperpero di quasi 4 milioni di euro in ridicoli buoni-affitto per soli 800 rom su circa 8000 che vivono nella Capitale; e lei risponde con la circostanza, cioè che i fondi sono europei. È come se un tale fosse accusato di aver ucciso la moglie e lui rispondesse: "Le accuse sono strumentali e infondate! Mia moglie indossava uno splendido vestito". È chiaro che come la circostanza dell'abbigliamento della moglie non rende il marito meno assassino, quella che il danaro in questione sia europeo non renderebbe di per sé la Baldassarre un miglior assessore quand'anche la circostanza non fosse, come in questo caso, un aggravante, visto che i fondi europei sono presi dal PON Città Metropolitane, destinati non solo ai rom - e certamente non solo agli 800 rom cui al Movimento 5 Stelle gira il boccino di far la carità coi quattrini dei contribuenti.

 

Ma se la replica è illogica, non ha comunque confronto con la determina già approvata dal Comune per altri 400 rom, quelli che ora abitano al Camping River, il campo che la Raggi voleva ricostruire ex novo fino a poco tempo fa e che invece chiuderà il 30 giugno. E quale alternativa d'alloggio è stata offerta ai rom del Camping River? Una sola: il campo nomadi de La Barbuta. “Come!”, si esaspererà qui il lettore: “Ma non si tratta proprio del campo per il quale il Comune intende spendere ben 3 milioni 800 mila euro per chiuderlo?”. E purtroppo dobbiamo rispondere: sì, proprio quello, per cui non solo la logica, ma le basi della dialettica vanno dritte a farsi benedire, perché se la tesi era (Hegel ci venga in aiuto) la chiusura del campo nomadi La Barbuta, e l'antitesi il fatto che i rom abbiano il viziaccio di viverci dentro, la sintesi non può certamente essere ottenuta facendo uscire quelli che ci abitano per poi trasferircene altri 400 da Camping River, o La Barbuta non chiuderà affatto e verrà meno la tesi da cui eravamo partiti, maledizione!

 

E poi parlano di superamento dei campi: è evidente che dei campi capiscono poco, ma capiscono ancor meno di superamento. Eppure non è difficile, provate a porre lo stesso quesito logico al piccolo Luigino, che ha solo tre anni: se gli chiedete di svuotare un barattolo che contiene 10 caramelle, diligentemente toglierà le deliziose Sperlari una ad una dal contenitore e ve lo mostrerà vuoto con un sorriso smagliante. Diversamente, se le toglie tutte e 10 ma poi ce ne infila altre 5 e ve lo mostra con lo stesso sorriso, forse vi conviene portarlo dal neurologo. E il bello è che è tutto nero su bianco, tanto la determina diffusa dall'Associazione Nazione Rom con cui il Comune rifiuta la proposta dell'ente gestore del Camping River quanto i fondi che l'amministrazione intende utilizzare per l'attuazione del piano nomadi.

 

Così non c'è gusto. Il gioco è sempre stato che l'amministrazione aggirava la procedura e noialtri trovavamo l'inghippo spulciando i documenti. Funziona così da che mondo e mondo, a quanto ne sappiamo. Se però la Giunta scrive tre pagine sopra che i fondi UE destinati all'implementazione della Strategia sono utilizzabili solo per i rom e tre pagine sotto che piglierà i soldi per i rom dal PON Città Metropolitane, è ovvio che non stiamo parlando degli stessi fondi, può capirlo chiunque e quindi noi che ci stiamo a fare?

 

Eppure non è questo il punto più comico del piano nomadi, ma quello in cui si esaminano le soluzioni abitative. Al punto 1, il Comune propone infatti d'individuare i nuclei familiari "che hanno la volontà di uscire dal campo" e "che ne hanno i mezzi", "realizzando un'analisi della situazione famiglia per famiglia". Dovranno cercare a lungo, perché chiunque può capire che se uno ha volontà e mezzi non solo per uscire dal campo, ma per fare qualsiasi cosa, semplicemente la fa.

 

Qui l'illogicità manifesta tocca il suo apice più esilarante: la Giunta - al primo punto della sezione dedicata all'abitare, quindi come soluzione eccellente del problema dei campi - si prefigge un obiettivo molto serio e che richiede davvero "un'analisi della situazione", la quale potrebbe incominciare così: "Senti un po', amico rom, ma se hai la volontà e i mezzi per uscire dal campo, perché non te ne vai?".

 

Siamo curiosi di conoscere la risposta e ci auguriamo che l'assessore la pubblichi, perché non abbiamo mai incontrato un solo rom che, avendo volontà e mezzi per uscire dal campo, non se ne fosse effettivamente già andato da un pezzo - a meno che non prendiamo in esame i casi di chi ha subito discriminazioni etniche nella ricerca di un appartamento o avesse necessità di restare al fianco dei suoi familiari, ma anche in questi casi l'unica conclusione logica che si può trarre è che, a dispetto della volontà, i mezzi non erano sufficienti a superare una serie di ostacoli.

 

Il punto 6, invece, non fa affatto ridere, perché l'amministrazione si propone di attuare "progetti di rientro assistito" previo accordi con le municipalità estere "per le famiglie più recentemente arrivate in Italia": e se ha di questi buoni propositi, farebbe bene a spiegare per quale ragione non ha proseguito i progetti già avviati dall'assessore Danese, la quale si premurò anche d'inoltrare il suo lavoro in tal senso alla Baldassarre, che anziché recuperare prassi già avviate si limita a proporle come fossero fatti inediti, quando se non sono state portate a termine la responsabilità è evidentemente di chi non le ha riprese in mano una volta in carica.

 

Scorrendo il resto del Piano, la situazione non migliora. Si legge avidamente, curiosi, e si arriva finalmente al nocciolo: “avvio di un percorso sperimentale finalizzato al superamento dei primi due campi (La Barbuta e La Monachina) con l'utilizzo delle risorse del PON Metro 2014-2020”. E si resta a bocca aperta: “Tale percorso dovrà prevedere l'implementazione di misure sistematiche volte al raggiungimento di una progressiva inclusione sociale, economica ed abitativa degli ospiti dei due campi, attraverso la costruzione di percorsi individualizzati di fuoriuscita e di raggiungimento dell'autonomia e dell'autodeterminazione delle persone”.

 

Neanche uno psichiatra avrebbe saputo essere più vago. E dire che si tratta d'informare i cittadini sul modo in cui s'intende spendere quasi 4 milioni di euro, quindi converrebbe essere chiari, giusto così, per evitare equivoci. Invece l'unico paragrafo in cui il Comune dovrebbe finalmente spiegarci cosa intende fare coi soldi dei contribuenti avrebbe potuto essere tranquillamente scritto dal conte Mascetti della commedia Amici miei di Monicelli. Si propone paragrafo alternativo: "Tale itinerario dovrà contemplare l'incremento di operazioni complessive finalizzate alla realizzazione di crescenti percorsi integrativi sul piano socio-economico a livello strutturale, mediante la elaborazione di iter che consentano la piena realizzazione del raggiungimento degli obiettivi preposti in relazione alla parità e ai diritti fondamentali degli individui".

 

Per il resto, il progetto non si discosta molto dalla bozza che avevamo già recensito, ma vi sono alcune differenze importanti. Ad esempio, l'occupazione principale cui si pensa di destinare i rom è sempre quella di frugare nei cassonetti, ma spunta il ruolo determinante di AMA S.p.A. nel progetto: del resto, in questo bisogna ammettere che il Comune ha avuto una grande idea, perché se i rom che raccolgono i rifiuti si facessero consigliare da Franco Panzironi e da Paola Muraro su come gestirli diventerebbero rapidamente miliardari. In questo caso però non avrebbero più accesso al "Patto di responsabilità" (sic) e si ricomincerebbe da capo, ma questo è un problema che riguarda tutti i rom di Roma, perché chiunque possieda più di 10.000 euro su un conto corrente non ha diritto all'assistenza.

 

Anche qui si rischia di considerare la cifra che il residente nel campo possiede e non il reddito annuale, così se un poveraccio ha messo da parte 10.000 euro in dieci anni spaccandosi la schiena a raccogliere rottami per mantenere una famiglia di sei persone lo si butta fuori dal container e non ha accesso a nessuna agevolazione, mentre il furbo che taglieggiando l'intero campo ha tirato su 10.000 euro in una mattinata ne deposita 8.000 in banca e fa sparire gli altri 2.000, com'è sempre stato con i grotteschi "sgomberi dei rom ricchi" tanto cari anche alla giunta Marino e in genere agli amministratori della Capitale.

 

Ma se non è la prima volta che a proposito delle politiche sui campi nomadi a Roma si può parlare d'ipocrisia, è anche vero che non se ne vedeva tanta non dai tempi di Alemanno, ma da quelli di Leone X: il modo in cui il Piano cita continuamente la Strategia a giustificazione di un progetto che la viola in modo patente ricorda infatti quello con cui i papi facevano uso delle Scritture per giustificare la vendita delle indulgenze (con la differenza che i tempi di scomunica del Movimento 5 Stelle sono molto più rapidi rispetto a quelli della Chiesa cinquecentesca: un Lutero in casa Grillo durerebbe sì e no ventiquattr'ore).

 

La Strategia prevede infatti fra l'altro il coinvolgimento dei rom, perché certo chi l'ha redatta non sarebbe mai stato così stolto da immaginare un'inclusione passiva: il Piano invece "terrà ben presente l'opportunità" di "avviare un processo di responsabilizzazione tale da consentire ai soggetti di assumersi autonomamente il proprio progetto di vita", "responsabilizzare gli adulti" e altri deliri di stampo colonialistico che non osiamo immaginare come potrebbero tradursi, se in prediche ispirate al Siracide o in qualche ramanzina paternalistica. Il modo in cui la retorica dei diritti umani riesce a diventare più offensiva del razzismo stesso è sempre sconvolgente, ma con questo Piano giunge definitivamente a un nuovo e mai toccato livello.

 

Insomma, è chiaro che con questo piano nomadi tutto potrà accadere fuorché il superamento dei campi. Esauriti tutti i follow up, i capacity building, gli assessment, gli ex ante e gli ex post non resta che accasciarsi dopo l'estenuante lettura di un enorme sistema che non ha alcun contatto con la realtà e tanto varrebbe utilizzarlo per tener ferma la gamba del tavolo che balla. Perché al di là delle ovvie e gravi contraddizioni del Piano, vi è un punto, sopra ogni altro, che merita di essere evidenziato: la totale mancanza di contatto con la realtà.

 

Nella realtà, al campo nomadi La Barbuta sono bruciati già tre container in meno di un mese, perché è materialmente gestito dal racket; e se il vero, autentico dramma del residente è quello di dover pagare il pizzo per restare nel suo container, come potrà uscire dal campo? Con le SWOT analysis, l'impianto generale e la cornice tecnico-metodologica? O, piuttosto, tramite una effettiva applicazione della Strategia che elabori una rappresentanza virtuosa della comunità, che trovi la forza di contrapporsi a un sistema in cui i confini tra mala gestione e criminalità organizzata si fanno sempre più labili ogni giorno che passa?

 

È questa, la vita reale dei rom nella Capitale; e avrebbero bisogno d'aiuto, certo, come ne abbiamo tutti in una città sempre più violenta, corrotta, degradata: ma avrebbero bisogno, sopra ogni altra cosa, di collegialità e trasparenza, perché non esistono altri antidoti alla speculazione e alla segregazione. Ma la giunta Raggi non ci pensa proprio perché, indipendentemente dall'onestà morale e intellettuale con cui il progetto è stato redatto, resta appesa agli output e agli outcomes, fuori dai quali vi è la vita quotidiana, fatta di imprevisti, espedienti, solitudine, angoscia.

 

È l'incapacità di guardare all'esistenza del singolo, fino a negargli un posto al Tavolo del Comune che gli spetterebbe di diritto con ruolo istituzionale, che è alla radice di tutto; perché quand'anche l'amministrazione avesse le migliori intenzioni del mondo, come quelle che l'hanno preceduta non avrà mai il coraggio di rivolgere uno sguardo sincero alle vite delle persone di cui pretende di occuparsi, preferendo elaborare voluminosi sistemi buoni da tenersi sul comodino che si sciolgono a contatto con la realtà come la neve al primo sole.

 

La persona che è stata individuata come esperta dal Comune è indiscutibilmente onesta e preparata. E al di là dei giochi delle tre carte tra fondi strutturali e PON Metro, quand'anche il Comune volesse applicare pedissequamente le direttive europee anziché dire una cosa e farne un'altra, certo potrebbe ben affidarsi alla medesima esperta, perché ha tutti i titoli per farlo: ma se solo quell'esperta, perfino se fossero risolte tutte le illogicità del Piano fino a renderlo completamente razionale, capisse che non "tutto ciò che è razionale è reale"! Perché la parte peggiore non è quella illogica, ma quella logica: come Hegel si rifiutava di guardare al cielo stellato, i nostri esperti tendono a non voler voltarsi verso le esistenze dei singoli.

 

Che spesso sono illogiche, irrisolte, stravolte e andrebbero prese come tali, permettendo alla gente di sedersi a parlare con le istituzioni e portare la propria visione senza atti di "responsabilizzazione" laddove l'unico modo di responsabilizzare i cittadini è consentire loro di assumersi le proprie responsabilità anzitutto rappresentandosi.

 

È qui che emerge - sia consentito dirlo - tutto il retaggio della visione leninista: nel pretendere la responsabilità negando la scelta, nel mettere al centro il popolo e non l'individuo, sempre nel nome della lotta alla povertà e all'esclusione, finendo inevitabilmente col calpestare la libertà ottenendo solo maggiore povertà e maggiore esclusione. I rom non hanno bisogno di essere "motivati", com'è scritto nel Piano, né di ricevere la paghetta, o non gli resterà altro che gridare, come gli internati del film Qualcuno volò sul nido del cuculo: "Non sono un bambino! Non sono un bambino!".

 

- Delibera Giunta capitolina n. 105 del 26 maggio 2017

 

 


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