Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

13/07/20 ore

Bettino Craxi: guai ai vinti



Gianni Amelio nel suo film Hammamet rilegge, dal suo punto di vista, il profilo di Bettino Craxi negli ultimi sei mesi della sua vita. Come si poteva immaginare il lavoro ha portato a una nuova attenzione sulla sua vicenda, che poi è quella di una pagina determinante della storia dell’Italia repubblicana.

 

É evidente che il film tratteggia il suo aspetto umano in quella parte tragica della sua esistenza. Della questione politica però non si parla e i commenti politici che ci sono stati in questi giorni  sono apparsi decisamente poco chiarificatori di quella pagina politica e degli scontri che la determinarono.

 

Avevamo annunciato nostri contributi per sviluppare una riflessione a venti anni dalla morte  del leader socialista, avvenuta appunto ad Hammamet. Dopo la introduzione di Luigi O. Rintallo a una conversazione che Giuseppe Rippa ebbe con Massimo Pini sul suo libro libro “Vita da leader.La biografia di Craxi” (Mondadori), di seguito pubblichiamo quella stessa conversazione. Questi articoli sono sul n.99 di Quaderni Radicali del novembre/dicembre 2006.

 

 

**************** 

 

 

Bettino Craxi: guai ai vinti

Conversazione di Giuseppe Rippa con Massimo Pini 

 

 

Rippa: La biografia scritta da Massimo Pini, “Craxi. Una vita, un’era politica” (Mondadori), ha facilmente attirato il mio interesse, anche perché – se escludiamo gli esordi del leader socialista – gran parte dell’attività politica craxiana mi ha visto partecipe diretto, in quanto da segretario radicale abbiamo realizzato momenti di lotta politica comuni. Dalle battaglie referendarie ad altre occasioni significative, ho avuto modo più volte di instaurare con Craxi rapporti politici, sebbene non siano mancati anche momenti di contrasto. A Massimo Pini, che si pone quasi come un “biografo necessario” di Craxi, chiedo di cominciare la nostra conversazione provando a mettere a fuoco il lato umano del protagonista del suo volume.

 

Pini: La mia amicizia con Bettino Craxi, cominciata nel 1967 e durata fino alla sua morte nel gennaio 2000, ha fatto sì di mettermi nella condizione di possedere una mole enorme di documentazione. Anche se non ho fatto parte del Partito socialista, come collaboratore di Craxi mi sono prima occupato della Rai e poi dell’Iri. Ho avuto così modo di raccogliere molti documenti, anche inediti, che ho poi utilizzato nella stesura di questa biografia. Biografia che inizialmente avrebbe dovuto essere scritta a quattro mani proprio con  Bettino, ma lui rimandava sempre perché pensava che quando si scrivono le memorie vuol dire che ormai è finita davvero. Così per scaramanzia rinviava e poi purtroppo, quando si decise, si ammalò e morì. L’altro motivo che mi ha spinto a scrivere è che, prima di morire, Craxi spesso si chiedeva chi avrebbe potuto difenderlo dopo morto. Già, perché Craxi è stato uno degli uomini politici più diffamati della nostra storia. Basti pensare che per anni a Milano circolò la diceria che la fontana del Castello Sforzesco fosse stata rubata da Craxi per trasferirla ad Hammamet. Una fandonia, ma che il pm Di Pietro fece oggetto di uno dei suoi interrogatori: tutti pensavano che quando chiese della “questione fontana” si riferisse all’on. Fontana, invece dava credito a quella leggenda metropolitana. È un episodio, e lo riporto nel libro, che dà il senso di quegli anni.

 

Craxi fu diffamato a un tale livello di ferocia e di sistematicità da distorcere non solo la sua figura umana di fronte all’opinione pubblica, ma anche la sua stessa azione politica. Credo sia giunto il tempo di correggere questa diffamazione, che è stata giudiziaria, dei mass media e che è entrata nel profondo dell’opinione pubblica. Il mio libro vuole far vedere chi è stato questo grande statista dell’Italia contemporanea, rispetto al quale gran parte della classe politica di oggi impallidisce. 

 

Rippa: Craxi è stato un uomo che ha sempre profondamente amato la politica, come luogo del progetto di vita e come possibilità di dare forma a cambiamenti che riguardavano tanto l’individuo che la collettività. Dentro ovviamente un’impostazione ideale socialista. Questo suo impianto interiore, assieme ai suoi dati caratteriali, possono aver costituito un elemento di contrasto molto forte con il sistema di potere catto-comunista, che non è legato solo all’ultima congiuntura di Mani pulite ma rappresenta il background di quanti hanno sempre temuto la personalità di Craxi. Sarebbe interessante focalizzare questo duplice aspetto, umano e politico, che ha riguardato il leader socialista…

 

Pini: È un punto molto importante della sua personalità. Nel libro ho voluto raccontare anche un’epoca che a noi, oggi, sembra molto lontana; vale a dire l’epoca della sua giovinezza, quando il Psi – allora un partito nelle mani di Nenni e De Martino – era molto condizionato dai comunisti. Nei primi decenni repubblicani condizionatissimo per via del patto di unità d’azione, e successivamente durante il centrosinistra alle prese col condizionamento rappresentato dal partito più grosso della sinistra, che nel 1976 giunse ad avere tre volte i voti dei socialisti.

 

Craxi entrò nel Psi, dove suo padre, l’avvocato Vittorio, era già un esponente importante e amico personale di Pietro Nenni. Vittorio Craxi nel 1945 era stato vice-prefetto di Milano, quando il prefetto era Riccardo Lombardi: Bettino, proveniva quindi da una famiglia di socialisti. In lui, però, non c’è mai la sudditanza verso il Pci, derivante dal patto di unità d’azione; non vi è traccia di quel complesso di inferiorità che ha sempre frenato i socialisti nella loro politica, anche nei momenti più alti come quelli del centrosinistra. Più che un allievo di Nenni, era un allievo di Saragat che, nel 1947, compie la scissione di Palazzo Barberini proprio perché rifiuta il patto di unità d’azione col Pci. Craxi era davvero un socialdemocratico, nel senso che si faceva portatore di una visione del mondo totalmente diversa da quella dei comunisti, che esercitavano sulla cultura italiana una egemonia reale. Per questo era considerato un fenomeno anomalo, perché si ricollegava alla tradizione della socialdemocrazia. E alla socialdemocrazia europea Craxi guarda, quando diventerà leader del Psi: sono i partiti socialdemocratici europei – spagnolo, portoghese e anche quello tedesco, sebbene più Schmidt che Brandt – i suoi punti di riferimento.

 

Questo fatto suscitava molte perplessità, perché Craxi venne visto ai suoi esordi politici come un alieno: il suo anti-comunismo era profondamente culturale, direi quasi dottrinario. Quando, nell’agosto 1978, «L’Espresso» gli pubblicò il “Vangelo socialista” non si trattava soltanto di un articolo scritto a quattro mani con Luciano Pellicani partendo da Proudhon, ma era il seguito di una serie di suoi interventi pronunciati durante la commemorazione a Treviri del centenario di Marx, nei quali sosteneva come i comunisti italiani non fossero affatto marxisti. Il rinvio era sempre al filone socialdemocratico, che riaffiora nella sua cultura e nella sua prassi politica.

 

Questa rinascita del socialismo, sotto l’egida della socialdemocrazia, non era prevista dall’intellettualità italiana e rappresenta un fenomeno dirompente. E difatti coalizza contro di lui una serie di odi e di ostilità, che sono durate fino alla sua morte e anche oltre. 

 

Rippa: La via proudhoniana apriva la strada a una nuova interpretazione della stessa socialdemocrazia, in cui figuravano diverse categorie di approccio alle situazioni sociali ed economiche. In quella stagione, all’indomani del Midas e dopo la conferma del nuovo corso, ricordo un Bettino Craxi che – andando alle elezioni regionali del 1980 – dimostrò attenzione alla proposta politica dei radicali, di cui ero il segretario. Aderì, infatti, ai dieci referendum lanciati allora per smantellare tutto l’armamentario della cultura catto-comunista, su cui si reggeva la sua egemonia mortificando le dinamiche sociali presenti nel Paese. Quel passaggio fu un momento di grande esultanza della vicenda socialista, sebbene non ebbe poi il giusto seguito per errori sia del Psi che dei radicali. Si venne allora a prefigurare una occasione elettorale, in cui radicali e socialisti – al di là degli odierni pastrocchi nella Rosa del Pugno – tentarono di avviare un percorso attraverso il quale il grande disegno del socialismo umanitario e la grande speranza dell’alternativa al compromesso storico potevano prendere corpo. Fu anche un grande momento di successo, perché alle elezioni regionali il Psi passò dal 10 al 13,8 %, avviando la cosiddetta “onda lunga”…

 

Pini: Nel momento in cui Craxi ha assunto il controllo del partito, dopo quattro anni di contrasti anche drammatici fra le varie componenti interne, all’inizio degli anni ’80 comincia a svolgere un doppio ruolo in politica estera ed in politica interna. Il nuovo protagonismo di Craxi si delinea in politica interna quando si contrappone con decisione al catto-comunismo, ispiratore del compromesso storico.

 

In questo gioca un ruolo l’avvicinamento ai radicali e alla sinistra contestatrice che fa sì di unire attorno al Psi una vasta area sociale contraria al torpore politico di quel progetto berlingueriano. E che non era affatto sottoscritto da Aldo Moro: ad affermare il contrario è Eugenio Scalfari, introducendo una intervista postuma al leader dc, di cui non si è mai capita la vera genesi. In realtà, Moro era su tutt’altra posizione rispetto a Berlinguer.

 

Al congresso di Palermo dell’81 giunsero dunque i radicali – ricordo Sciascia per esempio – e, con loro, anche l’estrema sinistra extraparlamentare: il tutto in un quadro libertario, di ritorno alla libertà e al movimento della politica. Craxi assume la leadership di tutto questo, anche se poi intervengono altri fattori che correggono le prospettive delineatesi allora. Nell’83, quando diventa presidente del Consiglio, Craxi cambia ancora strategia e diventa più “governativo”; è per la stabilità e comincia a vedere i radicali come un po’ troppo agitatori.

 

Il Craxi dei primi anni Ottanta vede il movimento come una cosa essenziale. Vediamo, dunque, queste contraddizioni dell’uomo politico che di volta in volta è prima all’opposizione del consociativismo e poi da capo del governo si preoccupa in primo luogo della stabilità.

 

Nel corso della biografia emergono racconti e materiali estremamente utili, sui quali bisognerebbe ulteriormente indagare per capire il senso dei ruoli e dei comportamenti assunti dai vari protagonisti di allora.

 

Rippa: Inizialmente, il socialdemocratico Craxi, sempre attento alle prospettive della sinistra, non è stato vissuto come un elemento di rischio, forse proprio perché rappresentava un modello di approccio di contrasto verso il comunismo d’oltre cortina. D’altro canto, proprio per questo era inviso alla dirigenza comunista, che in lui vedeva un avversario temibile. Da un certo punto in poi Craxi è come sottoposto a un doppio fronte di attacco, oltre a quello tradizionale dei comunisti; diviene un soggetto a rischio e non è un caso che ciò avvenga dopo il crollo del muro di Berlino.

 

Senza sbilanciarsi in scenari da fantapolitica, è comunque un fatto che dopo il 1989 si delinea una parabola che muove in una precisa direzione: scompare Olaf Palme, sono eclissati Schmidt e Gonzales, le accuse dei pm milanesi estromettono dalla vita politica Craxi che morirà in esilio. Pare quasi che il cuore della socialdemocrazia debba essere eliminato perché possa meglio definirsi l’assestamento post muro di Berlino. È un discorso che – ripeto – può sfociare nella fantapolitica, ma come criterio interpretativo mantiene una sua suggestione.

 

Pini: Nella politica estera, agli inizi degli anni ’80 accadde un fatto importantissimo: la decisione del governo Cossiga di installare i missili di teatro Pershing e Cruise, che dovevano rispondere agli SS 20 sovietici puntati su tutte le capitali europee. È una svolta colossale della quale sono protagonisti in Italia Cossiga, quale capo del Governo, e Craxi che impegna il Psi nel sostegno alla decisione, e in Germania il cancelliere  socialdemocratico Schmidt. Fu Schmidt a chiedere l’aiuto dell’Italia, perché la Germania non poteva affrontare da sola questo problema. Avviene così una svolta storica enorme, perché ha inizio il crollo dell’Unione sovietica che si compierà formalmente dopo gli accordi di Ginevra tra Gorbaciov e Reagan.

 

È in quell’occasione che si comincia a vedere il “grande” Craxi in azione, che si muove nell’ambito della tradizione socialdemocratica e in particolare di converso con la socialdemocrazia tedesca di Schmidt: a prendere l’iniziativa e a rompere il gelo politico sono appunto Craxi e Schmidt.

 

Questo costa a Craxi un odio tremendo. Antonino Tatò, portavoce di Berlinguer, in quegli anni nei suoi diari – che sono poi stati resi pubblici e che io riprendo nel mio volume – definisce Craxi “socialfascista”. Ritorna la definizione oltraggiosa del 1932, di stampo staliniano. 

 

Rippa: Al di là dell’agire degli attori finanziari e politici, il contesto internazionale portò a un’accelerazione di certi processi e alle condizioni per realizzare un’aggressione, la cui definizione inizialmente fu forse male interpretata nella sua filigrana ultima…

 

Pini: Quando si trovava ad Hammamet, negli ultimi penosissimi e drammatici anni che ho cercato di descrivere, Craxi svolgeva sempre attività dimostrare che Mani pulite era stato un complotto. All’inizio, in questo complotto, egli non collocò forze di altri Paesi che potevano aver messo – come diceva lui – la  “manina” nella combinazione giudiziaria. Tuttavia, più passava il tempo e più si convinceva di questo, perché vedeva come il sistema economico italiano (il cosiddetto “sistema misto”), diviso tra industria pubblica e pochi capitali privati, veniva completamente smantellato attraverso le svendite a monopolisti privati. Si rendeva perciò conto, col passare dei mesi e degli anni, che tutto questo complotto – del quale resta convinto sino all’ultimo – era servito per impadronirsi del sistema economico italiano. Vi avevano dato manforte anche finanzieri italiani, mettendo a disposizione la loro stampa. Tutto il quadro si chiudeva.

 

Naturalmente, vi erano anche altri elementi che influirono. Per esempio, il problema di Israele. Craxi era stato sempre un amico di Israele, però a un certo punto si era convinto della necessità di legittimare Arafat come esponente internazionale del popolo palestinese; e quindi aveva iniziato una politica di apertura verso la Palestina e il suo capo. Questa politica fu interpretata come un cambiamento di fronte: riporto molti documenti che lo testimoniano. Anche nello stesso Psi ci fu una crisi: Giorgio Gangi, colui che rappresentava Israele dentro il partito, a un certo punto venne emarginato perché entrò in una collisione politica con Craxi. Allora non fu molto evidente, ma in realtà ci sono le prese di posizione, gli articoli di giornale, addirittura un libro di Gangi che palesano questa situazione. Cosa diceva Gangi? A suo avviso, era inutile dar fede ad Arafat, perché è solo il capo di una banda con il quale è impossibile trattare. Posizione che venne confermata all’atto del sequestro della nave “Achille Lauro” e dell’assassinio del povero ebreo Klinghofer. Spadolini, allora ministro della Difesa, aprì una crisi di governo in proposito, dicendo che Arafat non controllava i suoi uomini divisi in bande e che pertanto la politica di fiducia nei suoi confronti era sbagliata. Craxi riuscì a controllare la crisi, sino al punto di rimanere a Palazzo Chigi e di tornare da Reagan che gli conferma l’amicizia.

 

Tutto questo però non viene dimenticato in certi ambienti degli Stati Uniti, perché Reagan è una cosa, è il presidente che passa, mentre in ambienti che fanno le linee strategiche e, in special modo, fra coloro che decidono le cosiddette strategie permanenti, viene conservato in memoria e depositato in un dossier. Tant’è vero che molti anni dopo, a morte di Craxi avvenuta, ho sentito da esponenti della diplomazia USA ribadire che Sigonella è stato uno dei momenti più bassi nei rapporti con l’Italia.

 

Credo che Craxi, alla fine della sua vita, si fosse reso conto che nella vicenda di Mani pulite erano coinvolte molte mani, non soltanto quelle che apparivano. Molte altre mani che, probabilmente, volevano evitare che fosse la socialdemocrazia a controllare i destini dell’Europa dopo la caduta del blocco comunista. Come per dire: i socialdemocratici ci sono serviti sino a quando c’erano quelli là oltre la cortina di ferro; ora non ci servono più e diamo via libera agli spiriti animali del capitalismo. Questa, in sintesi, la preoccupazione espressa da Craxi nei suoi corsivi sull’«Avanti!» negli ultimi anni, la preoccupazione circa un’Europa così liberista da dimenticare la questione sociale. Preoccupazione fondata, perché certo non possiamo dirci soddisfatti di questa Europa di tecnocrati e finanzieri.

 

Rippa: In effetti, come posso ben affermare, al di là di certe complessità della sua personalità e di certa rudezza caratteriale, Craxi è stato fra i pochi leader della sinistra non poco disponibile ad accogliere gli ingredienti che fanno una soggettività politica, descritti dal tempo attuale come essenziali. Quel mix – se mi permetti – radical-craxiano era la prefigurazione del blairismo, del senso di una cultura di governo che aveva grande sensibilità verso i diritti civili e umani. L’ipotesi dell’unità socialista lanciata dopo il crollo del muro di Berlino, muoveva proprio da qui e tuttavia sembra quasi che Craxi non abbia ben chiara la situazione determinatasi all’indomani del 1989, tanto da consentire all’ingresso del Pds nell’internazionale socialista senza inserire questa operazione in una prospettiva di maggiore incisività…

 

Indubbiamente Craxi, nella primavera del 1991, avrebbe potuto realizzare l’obiettivo delle elezioni anticipate e questo avrebbe trovato i comunisti nel passaggio più delicato della loro trasformazione. Tant’è vero che essi si rivolsero a lui in maniera autorevole – lo fece D’Alema, lo fece Veltroni – chiedendo che il Psi non puntasse alle elezioni anticipate. Craxi lo promise, e mantenne la promessa: fece così un atto di grande solidarietà – come dire – di sinistra, nei confronti dei postcomunisti. Quando poi, nell’agosto del 1992, si pose la questione dell’ingresso dei post-comunisti nell’Internazionale socialista, che era dominata da partiti socialdemocratici, Craxi dette il suo assenso. Lo fece perché sperava che questo ingresso favorisse l’avvicinamento tra i due partiti di sinistra, sul piano della politica interna. Tant’è vero che nella formulazione di ingresso dell’Internazionale socialista, c’è l’auspicio che i due partiti possano ricongiungersi in una forma da definire.

 

Che cosa accade invece? Subito dopo l’ingresso nell’Internazionale del Pds, il suo segretario Achille Occhetto dice: “io fare un comizio con Craxi? Con quello là non faccio assolutamente nulla”. E lo dice il giorno dopo. La dirigenza dei post-comunisti non aveva alcuna intenzione di procedere verso una ricongiunzione dei due partiti della sinistra italiana. Utilizzarono la disponibilità di Craxi soltanto per entrare nell’Internazionale socialista, che rappresentava ormai per loro una questione di vita o di morte, dal momento che altrimenti restavano come una sorta di oggetto misterioso nel panorama politico europeo. Visto col senno di poi, quella disponibilità fu un drammatico errore di Craxi, e non solo suo ma anche degli altri dirigenti socialisti che lo consigliarono in quella scelta. Uno degli errori che caratterizza quella fase dell’azione craxiana.

 

L’altro errore fu quello di non dire al Presidente Scalfaro, che aveva affossato la sua candidatura alla presidenza del Consiglio, di fare un governo senza i socialisti. Anziché rimanere fuori dalla maggioranza, come gli aveva consigliato Rino Formica, Craxi scelse di far nascere il governo Amato con tutto quello che si portò dietro. 

 

Rippa: Craxi si è mai pentito di non essere rimasto in Italia e di non aver giocato una sfida anche interna? È plausibile che tema, restando in un Paese come il nostro, di fare una fine drammatica anche sul piano della sicurezza fisica? O è l’orgoglio che lo confina ad Hammamet, dove rischia di apparire più debole di un Craxi che decida di farsi arrestare da chi in realtà poteva finire molto prima in galera per ragioni culturali, politiche e morali? È un problema di paura? Io resto dell’idea che aver abbandonato l’Italia ha significato favorire il completamento del disegno, che poteva meglio essere contrastato invece in un tempo mediolungo, in modo sicuramente più efficace. Oltre al fatto che avrebbe determinato una condizione sul piano fisico completamente diversa, perché appare ovvio che un Craxi curato in Italia poteva avere prospettive meno drammatiche…

 

Pini: Non possiamo fare la storia coi se e coi ma. Dobbiamo restare ai fatti e i fatti sono che Craxi era convinto che se si fosse fatto incarcerare in Italia, lo avrebbero ucciso. Era assolutamente convinto di questo. In lui era una certezza assoluta, e questo avrebbe significato finire tragicamente la sua vita in una condizione di colpevolezza. Restando in esilio, sotto la protezione di amici arabi, tunisini, pensava di poter avere in un certo momento la chance per iniziare una controffensiva. D’altra parte, credo che egli abbia scelto quello che si chiama il processo di rottura: Craxi non ha voluto mai sottomettersi ai suoi giudici, e c’è il giurista Jacques Verges, difensore di molti patrioti algerini, che aveva diviso i processi politici in due categorie: quelli di connivenza e quelli di rottura. 

 

Il processo di rottura avviene quando un uomo politico accusato si erge contro i tribunali dalla stessa altezza: voi non potete giudicarmi, perché voi siete i colpevoli. A un certo punto Craxi ad Hammamet dice che bisognava arrestare i giudici prima che loro arrestino noi. Craxi non si sente un imputato, ma è un uomo che accusa. Come Danton, come Babeuf e in questo Craxi era un po’ un uomo dell’Ottocento. Invece il processo di connivenza è quello di Andreotti; Andreotti accetta tutto e alla fine trionfa. Ma c’è da dire che lui è protetto dal laticlavio, cioè dall’essere senatore a vita per cui non poteva essere arrestato e non rischiava la testa. Quando Bettino si rifugia in Tunisia nonè più niente, non è parlamentare e non aveva alcuna difesa giuridica; era nelle mani di tutti i procuratori della repubblica e di tutti i gip d’Italia. E poi… quello che sarebbe successo nel segreto del carcere, vattelapesca. 

 

Rippa: La sinistra è oggi in una situazione parossistica e ha rinunciato a definire i propri profili di sinistra di governo, capace a un tempo di difendere i grandi valori e contemporaneamente darsi una linea di governo. Pensi che i gruppi dirigenti della sinistra che un tempo chiamavamo “storica”, e che oggi è rappresentata all’interno dei soli Ds, ne abbiano raggiunto consapevolezza? Quanto tutto ciò resta ancora un elemento di debolezza oggettivo, che rende difficile il processo di chiarificazione della vicenda craxiana? Nel n. 89, «QR» realizzò un primo piano sull’assenza dei riformatori-riformisti in Italia, il cui sottotitolo era per l’appunto “Rileggere politicamente gli anni ’80”: il processo di criminalizzazione di quel decennio, la sua sostanziale rimozione, ha costituito uno degli aspetti anti-moderni che ha segnato in una certa misura il ritardo culturale della sinistra nel nostro Paese. Come giudichi questa interpretazione?

 

Pini: La giudico un’interpretazione corretta. La sinistra post-comunista che ha distrutto i socialisti, in realtà ha distrutto anche la politica. E quindi essa stessa. Questo lo hanno capito i più intelligenti e i più capaci tra loro. Ad esempio, sicuramente l’ha capito D’Alema perché quello che è stato fatto nei confronti del craxismo – chiamiamolo così – era in realtà la distruzione della dominanza dell’approccio politico su tutti gli altri approcci. Per Craxi la politica veniva prima dell’economia e di tutto il resto, mentre oggi invece siamo in balia dell’economico o presunto tale. Una cosa che mi ha molto colpito è che il direttore di uno dei giornali che hanno più aggredito Bettino Craxi, in tutta la sua carriera, giungeva a porsi la domanda se Craxi sarebbe oggi con Berlusconi o con il centro-sinistra: una domanda interessante, perché in fondo fa capire cosa manca al centro-sinistra. Gli manca un punto di riferimento passionale, culturale, politico che rimandi al riformismo. 

 

Rippa: Probabilmente, al di là di tutto, Craxi sarebbe a mio avviso con tormento e con fatica ancora dalla parte del centro-sinistra. Nel senso che laddove non fosse riuscito a svolgervi una funzione di leadership, vi si sarebbe ritrovato in una situazione di minoranza come quando era autonomista dentro un partito socialista condizionato dal Pci. Il tormento della sinistra attuale, in fondo, sta proprio nella sua incapacità di relazionarsi con il riformismo e con la storia radicale e socialista…

 

Pini: Voi radicali avete sempre “creato” i bisogni politici, come pure Craxi. Oggi invece vediamo che nel centro-sinistra sono arrivati al vertice degli uomini che non hanno mai agito. Sono vertici formati da uomini che o stavano da un’altra parte, o erano prudentissimi… Il fatto colpisce. Perché la sinistra si deve affidare a Romano Prodi? Perché i suoi esponenti sono tutte persone che hanno fatto delle carriere burocratiche, chiamiamole così? Questo non è un segnale di vitalità e penso che il popolo italiano lo senta.

 

Rippa: Il libro è davvero la prima ricostruzione documentata di un leader controverso, ma sicuramente un grande statista della politica italiana. Una parte assai toccante è quella che descrive la lunga agonia di Craxi, persona sofferente ma con una energia intellettuale addirittura recuperata rispetto alla fase immediatamente precedente l’esilio. Penso che nella vicenda Craxi sia mancato un elemento di umanità: il Craxi della Milano da bere descritto da una pubblicistica ostile e maligna, è lì che muore ad Hammamet con un tratto di dignità intenso. E credo che sia la parte del libro più commovente ma anche con una grande valenza politica: in quella condizione di angoscia, esiste un grande rammarico per non avere più il tempo di realizzare alcun chiarimento?

 

Pini: Certamente esiste. L’Italia è un Paese che dimentica tutto, abbiamo avuto nella politica personaggi di livello shakespeariano. Uno è Aldo Moro, l’altro Bettino Craxi. Voglio dire personaggi a tutto tondo, dei grandi protagonisti. Oggi invece i cronisti passano il tempo a occuparsi di piccoli protagonisti, quando non sono addirittura protagonisti di una fiction assoluta che nulla ha a che fare con la politica. I politici che vanno oggi in tv sono diventati gli strumenti dei vari conduttori dei programmi; non c’è più la politica e non c’è più nemmeno il dramma della vita.

 

Craxi si rendeva conto che la fine della sua vita portava anche alla fine di un’epoca, di un certo periodo della storia italiana. Questo era il suo dramma, il suo rammarico. E la sua impotenza laggiù in Tunisia lo logorava terribilmente, nonostante fosse ancora convinto che potesse succedere qualcosa in grado di cambiare le cose. Personalmente ho passato molti capodanno con lui ad Hammamet – dal 1994 in poi – e ogni capodanno era triste. Eravamo in pochi: lui, io e le nostre mogli, perché i figli viaggiavano. Ogni capodanno ci dicevamo “speriamo che il prossimo anno accada qualcosa che cambi la situazione”. Questa ultima speranza dell’uomo politico è rimasta vana. Tutto si svolgeva in una aria grigia, sempre uguale.

 

Quando, poi, Bettino alla fine si sente male, si augura che il presidente della Repubblica Ciampi si ricordi di lui; ma non accadde: era la fine del 1999 e gli restavano poche settimane di vita. Ciampi non intervenne e da quel momento, come ricorda la moglie Anna, cominciò a lasciarsi andare. Andreotti era stato assolto e lui rimaneva l’unico grande colpevole.

 

Ecco, io penso che queste cose andrebbero insegnate a scuola: non solo la cronachetta scontata. D’altronde anche Mazzini morì in Italia sotto falso nome: lo ricorda Ferdinando Martini, quando descrive gli ultimi giorni del fondatore della Giovane Italia. Era sotto falso nome perché ricercato dalla polizia; dopo qualche anno Mazzini è diventato quel grande che tutti noi conosciamo.

 

 

 


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna