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27/07/17 ore

Dopo Londra. Dominare la geopolitica dell’emozione



di Diego Bolchini (da Affari Internazionali) *

 

Lo studioso Peter Neumann del King’s College di Londra ricordava al panel Jihadi Terrorism dell’Oxford Analytica Conference 2015 che, se anche il fenomeno del sedicente Stato islamico (Isis) e la sua utopia jihadista fosse stato sconfitto a brevissimo termine, il circolo vitale dei radicalizzati e dei foreign fighters a livello individuale si potrebbe esprimere ancora nell’arco di 10/20 anni.

 

Analoga prospettiva aveva adottato il direttore dell’MI6 Alex Younger, a margine di un intervento pubblico avuto nel settembre 2016, ipotizzando una persistenza di rischio terroristico nel medio-lungo periodo, durante un’intera ‘vita professionale’ degli addetti alla sicurezza nazionale.

 

Dopo gli eventi di Londra del 22 marzo, il fenomeno degli “Extremists Claiming Affiliation with Islam” (Ecai) continua, purtroppo, a evidenziare il divario esistente tra l’Islam come religione e gli individui che ne rivendicano impropriamente un’affiliazione in chiave stragista, muovendosi de facto sul piano dell’azione criminale più che spirituale.

 

Stato islamico e concetto di justum bellum

Negli Anni Cinquanta del secolo scorso il giurista e politologo tedesco Carl Schmitt pubblicò il testo il Nomos della terra, dove dimostrò che il concetto di justum bellum fosse stato abbandonato per sottrarsi alle guerre di religione in Europa.

 

Oggi, con il terrorismo molecolare dell’Isis e la sua perdurante strategia di azione nichilista, l’approccio interpretativo jihadista rimane ancorato al concetto di inimicus (nemico privato, facilmente incrociabile anche su un ponte che attraversa il Tamigi nei pressi di Westminster) e non più di hostis (nemico pubblico, istituzionalizzato, formalmente separato dal resto della popolazione civile).

 

Decenni di elaborazione concettuale di diritto internazionale umanitario sembrano essere sviliti e de-contestualizzati. L’emozione-sgomento sperimentata in micro-contesti urbani - e non più su campi di battaglia formalmente adibiti alla violenza bellica - è il veicolo comunicativo dall’attaccante e dell’attaccato, reale o potenziale che esso sia.

 

Il prepotente ritorno delle emozioni

Nell’analisi geopolitica della violenza terroristica odierna, sempre più spazio sembrano assumere le rappresentazioni dell’altro trainate dalle emozioni. Anche le parole andrebbero usate con cautela. Il termine attentato, infatti, “nobilita” un gesto che è invece pura infamia. Khalid Masood non è l’attentatore di Sarajevo del 1914, che colpisce un potere sovrano nella folla. È uno della folla che colpisce degli inermi.

 

I fatti violenti di Duesseldorf del 9 marzo (attacchi perpetrati a colpi d’ascia presso la locale stazione ferroviaria) si erano già insinuati in noi per il “non detto” e per il “sospetto”, al di là della realtà e delle dichiarazioni neutre e psicologicamente rassicuranti rese dalla polizia tedesca. I fatti di Parigi (soldatessa aggredita all’aeroporto di Orly) del 18 marzo e quelli di Londra del 22 marzo hanno dato nuova sostanza alle paure, in un rimando continuo tra realtà e irrazionalità.

 

Vi è anche un problema di prospettiva e dimensionamento del fenomeno, oggi sempre più granulare. Molti media hanno posto in relazione i fatti di Londra del 2017 con quelli del luglio 2005 (attacco alla metro di Al Qaeda). In modo improprio, poiché si assiste oggi a cicli di episodi micro-violenti, non macroeventi con una dimensione organizzativa complessa (Bataclan). L’antecedente significativo va invece visto nel caso del soldato Lee Rigby, ucciso nel 2013 sempre a Londra a colpi di machete o nell’uomo con coltello fermato alla stazione della metro di Leytonstone nel 2015.

 

Conclusioni, dall’esperienza alla percezione

La geopolitica come pratica ed esperienza assume sempre più spesso nel modo contemporaneo le vesti dell’homo videns, percettivo e viscerale. Laddove un approccio teorico globale rimane spesso lontano dalle esigenze pressanti della contemporaneità e la razionalità appare delegittimata nella sua capacità di rappresentare la realtà.

 

La risonanza psicologica di singoli eventi terroristici reiterati nel tempo su scala urbana è purtroppo dirompente. Come bene evidenziato dallo psicologo israeliano Daniel Khaneman nel suo testo Thinking, Fast and Slow: “il terrorismo induce una cascata di disponibilità. Un’immagine estremamente vivida di distruzione, rafforzata di continuo dall’attenzione dei media e dalle frequenti conversazioni, altamente accessibile, specie se è associata ad una situazione specifica che la richiama”.

 

Occorre pertanto, al di là dei sempre più fondamentali strumenti di contrasto ‘esterno’ (intelligence, forze di polizia, forze armate), lavorare anche ad una più efficace elaborazione razionale delle nostre percezioni, evitando retoriche emozionali negativizzanti. E avendo soprattutto consapevolezza storica. Londra ha retto al lancio di oltre 500 missili V2, le bombe volanti di Hitler, che durante la seconda guerra mondiale uccisero oltre 9000 londinesi. Non si piegherà certo dinanzi ad alcuni anacronistici episodi di violenza pre-industriale. We are all londoners.

 

* Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.

 

 


Commenti   

 
0 #2 ilSocialista 2017-03-28 18:53
i rigurgiti antiscientifici tipo la fobia vaccinale sono la espressione di massa del risentimento diffuso del tipo "io del progresso non mi fido perchè penso che me lo stia mettendo nel culo"; e se questro succede per l'occidente figuriamoci come può accadere per gli arabi che sono molto meno moderni di noi; anzi non figuriamoci, basta vederlo; si buttano su un medioevo mitizzato perchè hanno paura e disgusto del presente; paragonarli ad Hitler è semplicemente ridicolo; il nazismo aveva una potenza industriale e scientifica ed una coesione sociale ed organizzativa che questi non hanno; è solo gente a cui si è bruciato il cervello perchè l'occidente gli ha permesso di farlo sottraendosi al suo ruolo di guida e di speranza universale; solo un altro Roosevelt può salvarfe noi e può salvare anche loro.
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0 #1 ilSocialista 2017-03-28 18:44
ma, sai il ritorno delle emozioni è un fenomeno regressivo tipico del postmoderno; ed è un portato dell'affermarsi monetarista liberista; il secondo dopoguerra è stato tutto un cantico alla razionalità ed allo sviluppo teoricamente illimitato che avrebbbe portato; lo scontro fra le due grandi ideologie, quella sovietica e quella americana si giocava tutto su quante possibilità, sicurezze e benefici avrebbbe portato all'uomo più l'una o l'altra; oggi il discorso è cambiato, l'ascensore sociale si è rotto, si vede che il progresso scientifico e l'aumento di produittività enorme beneficia pochi ma può anche impoverire altri; che il mercato può esaltare alcuni ma può anche spiaccicare alttri in chioaroscuri inimmaginabili alla fine del secolo scorso
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