Che importanza ha morire? Meglio farlo piuttosto che vivere in catene! Così dichiarò il giovane anarchico Pietro Rigosi il 20 luglio 1893, sposato e padre di due bambine, al risvegliarsi dall'incidente ferroviario che aveva causato deliberatamente. Un gesto di ribellione in cerca di libertà? Un desiderio di demolire un mondo ostile? Rimarrà per sempre un enigma.
Forse, mi sia concesso azzardare, l'impeto di Rigosi fu influenzato da "La Bête humaine" di Émile Zola, romanzo caratteristico del periodo decadente alla fine del Secondo Impero, pubblicato nel 1890. Un'opera intrisa di oscurità e terrore, simile al Grand Guignol tanto in voga in quel periodo.
Questo romanzo inquietante, di natura quasi pagana, è una perfetta epopea, come osservò Gilles Deleuze in una recensione. Qui il treno trascende il semplice ruolo di testimone e censore per diventare un agente attivo e simbolico nella narrazione.
I protagonisti, apparentemente comuni, conducono vite esteriormente serene, rivelandosi però al loro interno come autentiche "bestie umane", come dimostrano i delitti che commettono e i motivi che scatenano la loro furia omicida.
Questo è il diciassettesimo romanzo del ciclo dei "Rougon-Macquart", che esplora eventi, ideali, speranze e vizi della Francia nella seconda metà dell'Ottocento. Zola stesso scrisse nella prefazione al primo volume, "La fortune des Rougon", che si trattava di un'epoca folle e vergognosa, quella del Secondo Impero francese di Napoleone III.
Il romanzo è emblematico del Naturalismo del XIX secolo, con un'atmosfera particolarmente pessimista.
Émile Zola, insieme a Maupassant, è tra gli autori più impegnati nel movimento naturalista, che si oppone al romanticismo puntando a rappresentare la realtà così com'è, anche quando si presenta triste o degradante. Sullo sfondo evocativo e quasi magico delle ferrovie, vengono esplorate tematiche come l'alcolismo e la follia omicida.
La ferrovia e la locomotiva assumono un carattere quasi femminile, richiamando creature mitologiche per la loro voracità e il calore esplosivo emanato dai loro motori. Erano anche simboli di progresso e modernità.
Notiamo che numerosi concetti e idee ricorrenti di una parte degli scrittori degli anni '60 continuano a riproporsi, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Sylvia Plath, William S. Burroughs, il neorealismo di Alberto Moravia, agli intellettuali come Giangiacomo Feltrinelli e poi Pier Paolo Pasolini e altri.

Questo senso oscuro di sofferenza ha ispirato molti dopo il '68 in ribellione, quando la mancata realizzazione delle speranze rivoluzionarie fu una grande delusione.
Forse anche Francesco Guccini si riferiva a questa distruttiva follia quando scrisse "La locomotiva" nel '72, anticipando i sentimenti dei giovani durante gli anni di piombo. Gli artisti sanno spesso captare le tematiche future; Guccini è un esempio lampante di poeta dotato di questa visione profetica.
La sua musica qualche volta cupa, va associata a un'epoca in cui pubblicava brani con nomi fittizi per non voler’essere iscritto alla SIAE. Ricordo "Auschwitz" del '64 cantata da Equipe 84 nel '66, e "Dio è morto" interpretata da Augusto Daolio dei Nomadi nel ’67.


È inutile negarlo: un importante pezzo della musica italiana e delle utopie giovanili passate ci ha lasciati per sempre.