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13/03/26 ore

A proposito della Biennale Arte di Venezia 2026


  • Giovanni Lauricella

L’improvvisa scomparsa di Koyo Kouoh, che avrebbe dovuto curare la Biennale di Venezia 2026, ha dato il via a una vicenda singolare: la selezione di 111 artisti tra i quali non figura nemmeno un italiano e il Padiglione Italia viene assegnato “d'ufficio” a Chiara Camoni. Viene da chiedersi: la curatrice non ha fatto in tempo a includerli, o il problema è più profondo?

 

Ciò che sconcerta non è solo l'assenza, ma il silenzio che l’accompagna. Sulle riviste specializzate, tra interviste a figure di spicco e contributi critici, si leggono solo parole vacue. Nessuna presa di posizione, nessuna indignazione. Sembra quasi che l’esclusione degli artisti italiani non sia ritenuta un fatto grave. Eppure, questa situazione è il sintomo di un'incapacità cronica che affligge il nostro sistema culturale.

 

Mancano figure carismatiche capaci di prendere le redini in momenti di crisi. Se fosse ancora vivo un gigante come Germano Celant, avrebbe risolto la questione con la forza della sua autorevolezza. Anche il silenzio di Achille Bonito Oliva è eloquente: forse, per una questione anagrafica, preferisce non intervenire in un disastro che appare ormai prefigurato.

 

Il quesito elementare che nessuno vuole affrontare è: questa assenza danneggerà davvero gli artisti italiani? Il mondo dell’arte, solitamente abilissimo nel montare polemiche su questioni futili per fare notizia, stavolta glissa. Forse perché, in fondo, l’irrilevanza è già un dato di fatto. Chi ricorda i nomi degli italiani presenti due Biennali fa? Senza consultare internet, è quasi impossibile rispondere. Se un’istituzione così costosa non lascia traccia nella memoria, occorre chiedersi a cosa serva davvero.

 

Più della Biennale dovremmo parlare del festival delle raccomandazioni in cui si è trasformata dove l'unica cosa che viene messa in mostra è la forza muscolare di quella galleria o di quel collezionista che la sfrutta per i propri interessi, senza meritocrazia e a qualità zero.

 

Sarebbe troppo facile incolpare solo la Biennale. La verità è che l’arte contemporanea italiana soffre da tempo di una mancanza di sostanza, é incapace di coinvolgere il pubblico e ridotta a una ripetizione di déjà-vu di cui si poteva fare a meno. Se l’arte si presentasse alle elezioni, non raggiungerebbe il 5% degli stessi addetti ai lavori, il tasso di astensionismo sarebbe altissimo da invalidarne la partecipazione.

 

Nonostante molti artisti siano politicamente schierati, la loro capacità di generare consenso è nulla. Il mondo dell’arte è diventato un orpello sociale per pochi eletti che "se la cantano e se la suonano" da soli. La rassegnazione ha preso il posto dell’insurrezione culturale. Persino le performance di stampo sociale — dai gommoni per i migranti alle scarpe rosse — sembrano ormai operazioni sessualizzate che faticano a distinguersi dal mero attivismo di facciata, e poi diciamocela tutta, ma possono essere arte dei gommoni o delle scarpe peraltro roba vecchia appositamente riciclata, mostre discariche all'insegna della “cultura.

 

Tolta un'esigua minoranza, cito solo i più famosi Penone e Pistoletto, dobbiamo chiederci se sia ancora arte quella che ci viene proposta. Prendiamo ad esempio gli orsi dai colori sgargianti di Paola Pivi (non bastavano i cagnolini di Jeff Koons) un peluche che ti può capitare in un negozio, il dubbio sorge spontaneo: il vero artista è chi firma o l’artigiano cinese che produce l’oggetto? Siamo di fronte a capolavori o a semplice merchandising? Tutti i musei italiani hanno opere di Paola Pivi compreso quel gran capolavoro che si vede al MAXXI, un aereo tale è quale com'è solamente esposto capovolto, che genio, l'artista, la gru.

 

Lo stesso vale per le operazioni di Francesco Vezzoli, che "crea" un'opera semplicemente accoppiando due statue antiche, una furbata suffragata da un altrettanto furbo testo critico che dice che stanno insieme perché dialogano. Così se entri in un museo di statue rischi di assordarti per il chiacchiericcio... Che dire della celebre trovata esotica di Maurizio Cattelan, se una banana attaccata con il nastro adesivo vale milioni di euro grazie a un contratto, perché il nastro adesivo che la tiene attaccata al muro non ha valore? Chi ha una scatola di scotch diventa un collezionista. Si potrebbe continuare all'infinito con questa sorte di banalità resta impellente sapere quando finiranno queste genialate che riducono le mostre a delle pagliacciate.

 

Se la critica continua a sostenere queste boutade da i più importanti pulpiti della cultura non dobbiamo sorprenderci se fanno il vuoto di gente nei luoghi espositivi. L'assenza degli italiani alla prossima Biennale non è un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di un ambiente che ha perso la bussola perché da molto tempo non sa più cosa esprimere.

 


 

Tornando da dove siamo partiti: Chiara Camoni l'artista a cui è stato dato il Padiglione Italia curato da Cecila Canziani dal titolo “Con te con tutti”, chi la conosce?

 

Ho fatto un piccolo sondaggio tra alcuni amici appassionati d'arte e ho scoperto che non la conosce nessuno.  Ricordarsi tutti i nomi di chi ha partecipato alla scorsa Quadriennale o a una collettiva recentemente fatta alla Galleria di Arte Moderna possono forse solo i curatori rammentare la sua partecipazione ma credo neppure loro, così pure per gli appassionati d'arte la mostra che ha avuto alla Nomas Fundation dove fanno esposizioni che per richiamo di pubblico hanno tutta l'atmosfera di una setta segreta

 

Chiara Camoni fa composizioni ecologiche con foglie arbusti e paglie varie, tema che non è una novità da oltre sessant'anni, l'uso di piante nelle opere d'arte se ci si ricorda di Piero Gilardi (1942-2023), noto per i suoi celebri "Tappeti-Natura" che  riproducevano fedelmente piante, prati, foglie e ortaggi, animando il clima di cambiamento dei primi anni '60, non era tra i primi.

 

Poi, dopo l'affermazione del pensiero ecologista sono tanti gli artisti che, specie negli anni '90, hanno usato elementi della natura in varie forme come Francesco Simeti, Giuliano MauriEugenio Tibaldi, o anche sotto forma di calchi come ad esempio Giuseppe Penone, poi se andiamo all'estero ne abbiamo un infinità come: Andy Goldsworthy, Geoffroy Mottart, Lorenzo M. Duran  ecc. ecc. Chiara Camoni farà meglio di tutti ma è il solito déjà-vu di cui non se ne sentiva bisogno come richiamo per una manifestazione importante come la Biennale di Venezia che, tra l'altro, ha già trattato il tema numerose volte, speriamo che “Con te con tutti” si rivolga ad altri contenuti.

 


 

 


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