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21/11/17 ore

Chiesa e Arte. Conversazione con padre Adolfo Russo del Museo Diocesano di Napoli



di Adriana Dragoni

 

Padre Adolfo Russo è Vicario Episcopale per la Cultura della Diocesi di Napoli e direttore del Museo Diocesano del capoluogo partenopeo. Un sito museale di notevole bellezza situato all'interno di una chiesa barocca rimasta chiusa per molti anni. Il percorso museale – recita il sito ufficiale del Museo - è composto dai temi significativi della fede cristiana vissuta e manifestata nella Chiesa Napoletana. Opere di grandi artisti, Andrea Vaccaro, Paolo de Matteis, Luca Giordano, il fiammingo Teodoro d'Errico, Francesco Solimena, Aniello Falcone, Marco Pino da Siena, Charles Mellin, Massimo Stanzione.

 

Tavole, tele, affreschi, sculture, ori e argenti... tante le opere da ammirare, un tempo chiuse in depositi e casseforti, la cui disposizione mette in evidenza i momenti più salienti dei temi scelti, grazie al quale il Museo Diocesano – come sempre il sito web ricorda -  diviene memoria di storia dell'arte napoletana in cui ritrovare le proprie radici.

 

Quella che segue è il testo di una conversazione proprio con don Adolfo Russo.

 

 

 

Qualìè il rapporto tra la religione e l'arte, ovvero il rapporto della Chiesa Cattolica con l'arte nelle diverse fasi storiche e, in particolare, con l'arte contemporanea e la sua crisi.

 

Ogni religione ha sviluppato un proprio rapporto con l’arte a seconda della sua visione estetica. La Chiesa Cattolica ha nutrito per il ruolo delle diverse arti una grande considerazione. Si pensi in ambito musicale al canto gregoriano e alle grandi composizioni del Settecento napoletano. Gli stessi Conservatori nascono da un’esperienza religiosa: erano in origine dei collegi dove erano accolti bambini e bambine povere, cui si insegnavano i rudimenti del sapere, il canto e la musica.

 

Alla pittura fu affidato fin dagli inizi il compito di descrivere gli episodi della Sacra Scrittura. Fu una trovata geniale. Un popolo formato in larghissima parte da illetterati, gente che non sapeva leggere e scrivere, trovava in questo modo la possibilità di conoscere gli episodi a base della propria fede. A ragione l’arte veniva chiamata “Biblia pauperum”, bibbia dei poveri. Per questo asseriva papa Gregorio Magno: «La pittura può servire all’analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere».  Essa ha svolto una funzione estetica, educativa e spirituale insieme.

 

 

  

In che modo l'arte, soprattutto quella figurativa, potrebbe rafforzare la fede in Dio.

 

L’arte è espressione del bello, del sublime. Porta l’uomo a trascendere se stesso e a toccare quella soglia dove è possibile affacciarsi su un mondo altro, non catturabile nelle categorie umane. È un orizzonte che si intravede, ma non si possiede. Il linguaggio estetico conduce verso l’Oltre. Per questo arte e fede sono alleate. Sono due ali che consentono di librarsi verso l’Infinito, di immergersi nel Mistero della vita.

 

 

 

 

Lei pensa che la crisi della civiltà occidentale, che è anche crisi economica delle sue classi meno abbienti, porti un cattolico alla sfiducia nel futuro, in se stesso  e anche in  Dio, come se gli fosse venuto a mancare Colui che lo protegge e gli dà forza. 

 

Certamente. Quando l’uomo è risucchiato dai suoi bisogni primari, quando non riesce ad essere sereno, perché gli vengono a mancare le certezze elementari della vita, resta abbrutito, schiavo dell’immediato. Non ha nessuna voglia e nessuna opportunità di pensare alle realtà spirituali, siano esse quelle riguardanti l’arte, sia quelle relative alla dimensione religiosa. Già gli antichi sapevano che non si può parlare di Dio ad uno stomaco vuoto.

 

 

 

Crede che possano aiutare la concentrazione nella preghiera a Dio, durante la Santa Messa, alcuni elementi dell'antico rito della Messa tridentina, pur eliminando l'uso del latino, come il suono del campanello nei momenti salienti del rito, il canto o una musica dolce.

 

Ritengo che alcuni elementi siano ancora oggi utilizzati per rendere il rito religioso un’esperienza che coinvolge ed eleva. In questo campo credo che giochi un notevole ruolo la sensibilità dei fedeli, la loro cultura, le usanze territoriali. Va ascoltata senz’altro la Chiesa per evitare che questi elementi possano essere disgreganti e si arrivi ad una celebrazione che privilegi i bisogni individuali a scapito di quelli comunitari. Ogni rito liturgico è sempre espressione dell’intera comunità ecclesiale.

 

 

 

Pensa che, considerando la penuria di sacerdoti, possa bastare la chiesa aperta, con il suo spazio, l'altare e le immagini dei suoi santi, a suggerire una preghiera e, con la preghiera, la fede in chi vi entra.

 

Trovare una chiesa aperta è un’opportunità unica per raccogliersi e rientrare in se stessi. Quante volte si incontrano fedeli che sostano in preghiera durante la giornata, anche in assenza di riti religiosi! La preghiera personale è una dimensione dello spirito che va incoraggiata. Essa aiuta ad essere più umani, a superare le difficoltà che si incontrano quotidianamente nella vita, a progettare il proprio futuro tenendo presenti orizzonti di più ampio respiro.

 

 

 

 

Pensa che sarebbe opportuno tenere aperte le chiese durante l'intera giornata, soprattutto nei luoghi vicini a scuole e università. Sarebbe anche un modo, impiegando due coppie di sorveglianti, di alleviare la piega della disoccupazione. D'altronde si sa che appunto la chiusura delle chiese ha incoraggiato la loro spoliazione.

 

Le chiese vanno tenute aperte il più possibile. In questo senso vi sono molte esortazioni e direttive dei Vescovi. Purtroppo - in assenza di sacerdoti – il rischio è di lasciarle incustodite. Non sempre vi sono le risorse economiche per assumere personale esterno e per garantire una custodia prolungata.

 

 


 

Come direttore del meraviglioso museo diocesano, quali iniziative considera opportune prendere per la sua promozione.

 

 Il Museo diocesano custodisce le testimonianze artistiche del passato e le rende visitabili al pubblico cittadino e ai visitatori stranieri. La sua finalità però non si deve limitare a questo. Esso può diventare un riferimento culturale per l’intera cittadinanza e per la Chiesa di Napoli. Deve in particolare annodare rapporti anche con l’arte contemporanea, che per complesse ragioni culturali si è allontanata dalla Chiesa e spesso anche dalla fede. Credo che il recupero di questo rapporto sia la sfida principale che abbiamo dinanzi a noi oggi.

 

 


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