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25/05/18 ore

La maschera del M5s



di Giovanni Orsina

(lastampa.it)

 

E così, dopo aver distribuito a piene mani responsabilità e moderazione per due mesi interi, ora il Movimento 5 Stelle, fallito il tentativo di guidare il governo e spuntando nuove elezioni all’orizzonte, torna sulle barricate. Grillo riesuma il vecchio cavallo di battaglia che c’illudevamo fosse stato venduto tempo fa per carne equina: il referendum sull’euro.

 

Mentre Di Maio attacca l’eventuale governo di tregua definendo i «partiti» nientemeno che «traditori del popolo» - e innalzando così il livello già insopportabile di violenza verbale della nostra vita pubblica, come se non avessimo bisogno d’altro. Quest’ultima sterzata è talmente brusca da lasciar senza parole. Ma le svolte del Movimento sono state così numerose che forse a questo punto dovremmo smetterla di sorprenderci.

 

Il M5S non ha dei momenti di incoerenza - è strutturalmente incoerente. Meglio: è fondato sul presupposto che la coerenza non conti nulla. E poiché nella sua incoerenza assoluta è assolutamente coerente, gli elettori non lo puniscono. O almeno non lo hanno punito finora, e si può presumere che non lo puniranno fin quando non si renderanno conto che il prezzo di quell’incoerenza lo pagherà il Paese.

 

Ma come si spiega il disinteresse per la consequenzialità che pare caratterizzare sia i pentastellati, sia i milioni italiani che li votano? Per il Movimento, innanzitutto, il modo in cui le decisioni vengono prese conta più della sostanza di quelle decisioni. Gianroberto Casaleggio - come scrive Jacopo Iacoboni in «L’esperimento» - era solito insistere sulla necessità che il metodo fosse anteposto ai contenuti.

 

Il metodo, ovviamente, è quello dell’iperdemocrazia diffusa (ma, quando serve, governata) che si presume la Rete abbia finalmente reso possibile. E i contenuti sono quelli che la base sceglierà con quel metodo, qualunque essi siano. Ma i contenuti - basta dare un’occhiata al programma elettorale elaborato sulla piattaforma a la minima attenzione per priorità e compatibilità. E questo li rende irrilevanti, in definitiva, intercambiabili a tal punto che Di Maio può cercare di allearsi con la Lega per realizzare un pezzo di programma (o, per meglio dire, non-programma), oppure col Partito democratico per realizzarne il pezzo diametralmente opposto...

 

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