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25/05/18 ore

Club delle 3M - Macron, May e Merkel: la vistosa assenza dell’Italia



di Marco Zatterin

(da La Stampa)

 

L’effetto collaterale della surreale crisi politica seguita al voto non decisivo del 4 marzo è la rapida scomparsa dell’Italia dal teatro globale della geopolitica e dell’economia.

 

È una combinazione di passi indietro e di mancati passi avanti che rischia di generare conseguenze funeste per lo status della Repubblica, al punto da creare un divario di influenza e credibilità nei confronti dei partner occidentali che richiederà tempi e sforzi immensi per essere recuperato. Loro avanzano, mentre noi discutiamo, distratti, di cose spesso piccole e, peggio, personalizzate, che paiono aver poco o nulla a che fare con le esigenze e le ambizioni d’un grande Paese e dei suoi cittadini. 

 

In una vivace telefonata domenicale, la coppia di comando franco-tedesca si è concertata con Londra sulla linea da tenere sui dossier più caldi che ingaggiano l’Europa con l’amministrazione Trump. Ferma la convinzione che l’accordo nucleare con l’Iran resta lo strumento migliore, il «club delle 3M» - Macron, May e Merkel - ha aperto alla possibilità di emendare l’intesa del 2015 considerando i missili di Teheran, di fatto non escludendo l’evenienza di un nuovo patto. Sui dazi che potrebbero arrivare dagli Usa sono stati meno concilianti: se ci saranno misure, hanno detto, «difenderemo i nostri interessi». 

 

Già stona il fatto che il dialogo con la Casa Bianca, sulla politica estera e sulle questioni commerciali, sia a tre mentre dovrebbe essere pilotato da Bruxelles, e a poco serve la foglia di fico della concertazione «in vista degli appuntamenti europei» di raccordo.

 

Tuttavia salta ancora più all’occhio l’assenza dell’Italia da ogni tavolo, anche da quello iraniano dove in febbraio era tornata a dir la sua, rientrando nel gruppo di contatto dopo 15 anni di autoesclusione. La Farnesina ha una squadra di diplomatici ma non un ministro con pieni poteri. Così restiamo fermi, mentre il tango della politica si occupa preferibilmente d’altre cose. 

 

Sulla questione dazi, a maggior ragione, l’Italia dovrebbe essere in tour per l’Europa ad urlare almeno con la medesima veemenza con cui in certi quartieri si inveisce contro le sanzioni alla Russia. Siamo il secondo sistema manifatturiero del Continente e la stretta di Trump può costarci cara.

 

Invece il segnale che arriva nelle altre cancellerie è che possono andare tranquillamente avanti da sole, perché lungo la Penisola sono in tanti sulle pedane pubbliche a trascurare colpevolmente il futuro delle imprese e di un export che, ancora, è il cardiotonico più efficace dell’apparato industriale. La soluzione della disputa, se mai verrà, non potrà che essere collettiva, dunque anzitutto europea. 

 

Faranno senza di noi, allora possiamo solo sperare che facciano bene. Oppure si potrebbe ragionare su una grande intesa fra le forze sulla politica estera e sull’economia che, in attesa di avere un governo a tutto tondo, si occupi insieme con partner ed alleati delle cose che succedono comunque: Iran, Siria, Russia, Corea, Libia, migranti (e il regolamento di Dublino), guerre commerciali, senza dimenticare il processo di riforma dell’Ue che decolla a fine giugno. Ci sono cose su cui si può, e si deve, confrontarsi, ma non si deve mai rinunciare a inseguire una corrispondenza di intenti più che dignitosa. I cicli economici, come la Storia, si inseguono anche senza di noi. E chi sta fermo, subisce. (*)

 

(*) da La Stampa

 

 


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