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19/08/22 ore

La partita di Ingroia con gli Arancioni di de Magistris


  • Antonio Marulo

Dunque, alle prossime elezioni ci sarà anche una “lista orizzontale” per degli hombre vertical; quelli con la “schiena diritta” che piacciono tanto a Luigi de Magistris. La sfida è partita ufficialmente dal teatro Eliseo a Roma, dove l’ex pm ha battezzato il suo Movimento arancione, ribadendo che non ne sarà il leader perché “faccio il sindaco”.

 

Benché ci sia un chiaro riferimento cromatico, de Magistris ha voluto sottolineare “che questo non è un luogo dove qualcuno viene a darsi una riverniciata".

 

Ce l’aveva forse con qualche redivivo di estrema sinistra presente in platea in attesa di salire sul nuovo carro: l’ex ministro di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, l’immarcescibile Oliviero Diliberto di Comunisti italiani e il verde Angelo Bonelli, per esempio; per non parlare del mitico ex segretario di Democrazia Proletaria, Giovanni Russo Spena o di Vittorio Agnoletto, eterno rappresentate, fra un girotondo e un Social forum no-global, della “società civile”.

 

Più probabilmente l’avviso era diretto prima di tutto al suo ex collega in magistratura e compagno di partito di Italia dei valori, Antonio Di Pietro, nel frattempo finito inopinatamente in disgrazia e per questo in cerca del quorum perduto, magari attraverso una bella ammucchiata di liste e listini.

 

Strategia elettorale a parte, gli Arancioni vorrebbero – per ora a parole - chiudere con la stagione dei partiti personali e intanto puntano sul cavallo “vincente”, di razza guatemalteca, Antonio Ingroia.

 

Attivo più che mai, fra diari tropicali e apparizioni televisive via satellite, il Pm ha dichiarato, in collegamento skype dal Guatemala col teatro romano, che “sarà della partita”. Anzi, si può dire che già la sta giocando da un pezzo, come conferma anche la lettera a Bersani in cui detta legge in agenda, in nome del suo essere “partigiano della Costituzione”, proprio quando ne viola i principi nella parte in cui si delinea la separazione dei poteri dello Stato.

 

Sul punto Ingroia non vuol sentir ragioni, rivendicando il suo agire come cittadino e come magistrato. Eppure, quanto mai opportuna sarebbe invece una scelta ufficiale di campo. La cosa non gioverebbe al profilo estetico della vicenda, ormai compromesso, ma almeno si ristabilirebbero i confini minimi del pudore.


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