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12/08/22 ore

De Magistris-Ingroia, per un polo di magistrati "prestati" alla politica


  • Ermes Antonucci

Luigi De Magistris è sempre più intenzionato a presentarsi autonomamente alle prossime politiche, con il suo Movimento Arancione. La notizia di questi giorni è che l’ex pm e ora sindaco di Napoli starebbe per arruolare nella sua lista Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo e magistrato antimafia protagonista delle inchieste sui rapporti tra Stato e mafia, ora in Guatemala per conto dell’Onu.

 

Il primo dicembre, infatti, Ingroia tornerà in Italia e sarà presente all’assemblea nazionale del movimento “Cambiare si può”, il cui manifesto è stato redatto – tra gli altri – dal sociologo Luciano Gallino, dal professor Marco Ravelli e dal magistrato Livio Pepino, dal 2006 al 2010 membro del Consiglio Superiore della Magistratura e in passato presidente di Magistratura Democratica. Un’iniziativa definita da Ingroia “importante e persino necessaria”, e sostenuta dallo stesso De Magistris.

 

Così proprio nell’incontro della prossima settimana i due pm dovrebbero ufficializzare la loro convergenza politica. L’obiettivo sarebbe quello di realizzare un vasto “quarto polo”, alternativo a tutti gli attuali schieramenti ed opposto al governo Monti, “alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono”.

 

Un miscuglio di propositi anti-liberisti che nella sostanza finiscono col distinguersi da quelli di matrice vendoliana solo per la massiccia presenza alla regia di magistrati più o meno prestati ufficialmente alla politica.

 

Insomma, da un governo di tecnici ad un governo di magistrati, con qualche cassaintegrato Fiom ed esponenti della cosiddetta “società civile” a fare da contorno. Un progetto caratterizzato dalla solita retorica salvifica, e che presuntuosamente si fa portatore di una politica “nuova, capace, disinteressata al tornaconto personale e realmente al servizio della comunità”.

 

Il punto di arrivo sembra essere un grande partito di certi giudici, che possa incarnare il sogno di una certa magistratura italiana non più in grado di mettere argine alla propria irrefrenabile indole politica. Con il risultato di delineare un centrosinistra ancor più distante dall’affrontare l’auspicata questione liberale.


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