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30/06/22 ore

La disinformazione sui referendum Giustizia è la radiografia di una democrazia fittizia


  • Luigi O. Rintallo

A poco più di due settimane dal voto dei cinque referendum radicali sulla giustizia, giornali e tv continuano nell’attenta opera di occultamento tant’è che la maggioranza dei cittadini nemmeno sa che il 12 giugno è previsto il voto referendario.

 

Nella logica dissimulatoria che contraddistingue autorità pubbliche e soggetti istituzionali, abituati a “fingere” l’applicazione delle norme, si dà mostra di adempiere agli obblighi di legge: infatti, il servizio pubblico radiotelevisivo ha cominciato a trasmettere le tribune sugli argomenti oggetto dei referendum. Ma basta seguirne qualcuna per comprendere come servano piuttosto da un lato a complicarne la comprensione e, dall’altro, a scoraggiare la partecipazione.

 

È capitato persino di sentire la conduttrice del confronto citare, con toni di sufficienza, i sondaggi relativi alle ridotte percentuali (32-33%) degli elettori propensi a recarsi alle urne, quasi a ribadire l’inutilità dello sforzo in atto. Per non parlare dei partecipanti al confronto per il SI o per il NO, per lo più figure ignote al pubblico e in genere con loquele prossime all’afasia.

 

Ovviamente queste finzioni di dibattito si guardano bene dallo spiegare con esempi concreti cosa significano i vari quesiti, per addentrarsi piuttosto in contorte elucubrazioni di natura tecnico-giuridica.

 

Nessuno che dica come l’abolizione della legge Severino significa in realtà difendere il principio di non colpevolezza della nostra Costituzione (art. 27), o come obbligare alla scelta preventiva tra la funzione di pm e la funzione di giudice significa garantire che un imputato ricorso in appello non si ritrovi come presidente del tribunale chi in primo grado era stato il suo accusatore.

 

La campagna referendaria si caratterizza dunque per la sua assoluta anormalità.

 

Non è normale, ad esempio, che a fronte di un appuntamento che chiama ad esprimersi 46 milioni di elettori, nessun leader di partito abbia sentito il bisogno di esprimere la sua opinione sui temi della giustizia, né abbia fatto interviste di richiamo al riguardo. Eppure – per Costituzione – i partiti dovrebbero concorrere a determinare le scelte politiche, e questi referendum hanno per l’appunto una valenza politica perché riguardano la dialettica dei poteri. Né è pensabile che, su una questione così fondamentale come la giustizia, le leadership politiche non chiariscano quali siano i loro convincimenti o propositi.

 

Non è normale che alla vigilia del referendum, quest’ultimo sia del tutto assente dalle scalette di tutti i programmi di approfondimento politico delle emittenti pubbliche o private. E non è normale che altrettanto avvenga sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, se si escludono sporadici articoli di qualche commentatore.

 

Non è normale che gli apparati pubblici e amministrativi siano stati prima utilizzati per ostacolare la raccolta delle firme (ricordiamo il ritardo con cui le segreterie comunali resero disponibili i moduli) ed ora contribuiscano a sgambettare la partecipazione al voto, ritardando l’invio delle tessere elettorali ai neo-votanti o ai trasferiti.

 

Per non parlare di come anche la scelta della data e la durata della consultazione (solo di domenica, anziché come di consueto anche di lunedì) sia stata adottata per limitare le opportunità di partecipazione, così da allontanare l’obiettivo del quorum fissato alla metà più uno degli elettori.

 

Rimediare a queste anormalità non è semplice e per questo sarebbe quanto mai auspicabile che la massima autorità di garanzia della Repubblica esprimesse per lo meno la sua preoccupazione al riguardo, perché ne va della tutela e salvaguardia delle prerogative di uno Stato democratico.

 

 


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